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Abbiamo un super Mario a governarci, o siamo soltanto super fessi?

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Mario
Se Giuseppe Conte era una nullità politica intercambiabile al bisogno, Mario Draghi è un ex di grandissimo successo: ex direttore generale del ministero del tesoro, ex consulente della più grande banca d’affari al mondo, ex governatore della Banca d’Italia ed ex presidente della Banca Centrale Europea. Per citare soltanto i principali incarichi da lui ricoperti nel mondo della finanza istituzionale e speculativa, auspicando che negli anni abbia saputo tener separati i due campi d’interesse
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Non siamo stati proprio entusiasti della discesa in campo del banchiere Mario Draghi ma se non altro pensavamo, almeno, di guadagnarci nel cambio, togliendo così il destino e la salute di sessanta milioni d’italiani dalle mani di personaggi come Conte, Speranza, Di Maio, Arcuri e Ricciardi, una generazione di politici e manager alla quale una persona appena sana di mente non avrebbe affidato neppure la gestione di un chiosco di acquaiolo, figuriamoci i 209 miliardi del Recovery Fund.

Ma, sedato il tiepido non pessimismo (saremmo voluti andare a votare!), non abbiamo potuto fare a meno di realizzare che, se Giuseppe Conte era una nullità politica intercambiabile al bisogno, Draghi è un ex di successo: ex direttore generale del ministero del tesoro, ex consulente della più grande banca d’affari al mondo, ex governatore della Banca d’Italia ed ex presidente della Banca Centrale Europea. Per citare soltanto i principali incarichi da lui ricoperti nel mondo della finanza istituzionale e speculativa, auspicando che negli anni abbia saputo tener separati i due campi professionali.

Temiamo, però, che l’entrata in scena del campione mondiale indiscusso – e per volontà di Mattarella indiscutibile – della finanza, produrrà gli stessi, catastrofici effetti a catena della caduta di Roma. È una prospettiva esagerata visti i mediocri protagonisti di contorno? Probabilmente pensarono così anche i latini allorquando, nel 476 d.C., il Generale barbaro Flavio Odoacre depose l’ultimo imperatore romano, Romolo Augustolo, e si autoproclamò prima Augusto e poi re d’Italia.

Ebbene, all’epoca l’Impero Romano d’Occidente era così scaduto e malmesso che un re, si pensò allora come oggi, che assicurasse almeno la stabilità, la sicurezza e la sopravvivenza – barbaro o latino che fosse – non avrebbe fatto proprio nessuna differenza. Insomma, cominciava a prendere corpo in Italia un convincimento che sarebbe evoluto nel “Francia o Spagna purché se magna”. Poi sappiamo bene come andò a finire sottovalutando quelle variabili di prospettiva insite in ogni cambiamento, e una variabile dell’epoca fu la nascente Chiesa come Stato temporale. Quella sottovalutazione ci costò molto cara perché, proprio grazie alla Chiesa, per i successivi millequattrocento anni, alla meglio l’Italia fu considerata, e trattata, come una semplice “espressione geografica”.

Anche in questi giorni stiamo sottovalutando una variabile di prospettiva che, nonostante la pax draghiana narcotizzata dai miliardi del Recovery Fund, potrebbe rendere il nostro Paese ancora più ingovernabile di quanto non lo sia stato fino ad oggi. Non si capisce, ad esempio, come faranno nel futuro prossimo la Lega, i comunisti di LEU, il M5S, il PD e Forza Italia a convincere gli italiani a votarli perché “alternativi” per gli ideali e per i programmi, visto che oggi sono avviluppati in un’ammucchiata politica a dir poco invereconda.

Va da sé che il perdurare dell’ingovernabilità, oggi a stento nascosta sotto il tappeto del governo del “migliore” e nonostante gli intenti che disvelerà tra poche ore al Parlamento, non consentirà a Mario Draghi di fare quella cura da cavallo che occorrerebbe alla sanità, alla magistratura e al fisco per renderli degni di un Paese civile. E ciò, per tutta una serie di concatenate variabili e ragioni, ci porterà, fatalmente, a diventare una colonia economica dei Paesi più forti in Europa, come dire di Germania e Francia. Insomma, quello che in questo momento potrebbe sembrare un governo di stabilità perché emblema, quando va bene, di una classe dirigente di ragionieri senz’anima, in effetti reca in sé i germi del dissolvimento del Paese, a maggior ragione se andiamo a vedere la sua composizione: sui ventitré ministri che formano il suo governo, Mario Draghi ha assegnato l’economia, lo sviluppo economico e le infrastrutture ad economisti a lui molto vicini e le frattaglie alla politica.

Nessuno di noi avrebbe mai pensato di dover tollerare ancora Roberto Speranza al ministero della salute dopo i fallimenti inanellati, uno appresso all’altro, e un numero di vittime da Covid-19 prossimo ai 100.000. Nessuno di noi avrebbe voluto rivedere Di Maio al ministero degli esteri, dopo che questi ha bovinamente consentito l’estromissione dell’Italia dallo scacchiere del Mediterraneo Orientale in un momento di grande effervescenza militare e migratoria in quell’area.

Come dire che, nella prospettiva dell’arrivo dei miliardi del Recovery Fund, Mario Draghi è stato prescelto dall’Unione Europea, tramite Mattarella, per far quadrare i conti, per evitare che si passasse dai bonus monopattini ai pannoloni per tutti, un compito che magari assolverà bene stante anche che la quasi totalità dei partiti gli ha offerto volenterosamente il (nostro) collo, ma della nostra salute non gliene fot.. niente, sennò non l’avrebbe lasciata in mano all’allucinante coppia Speranza – Arcuri.

Perciò, coloro che oggi vedono nel governo Draghi una rottura con quello di Giuseppe Conte, farebbero bene ad andare dall’oculista perché soffrono di maculopatia.

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