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Addio soldato dell’Afghanistan, sei morto per il papavero

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Afghanistan
Non ci siamo mai chiesti perché gli eserciti dell’alleanza occidentale, operanti in Afghanistan, non abbiano mai tentato di distruggere i campi di papavero da oppio controllati dai talebani. Eppure la ragione è semplice: entrando in conflitto con gli eserciti stranieri, gli afghani sarebbero entrati in conflitto con il proprio governo, che a quegli eserciti doveva la sua sopravvivenza e fortuna. Sicché, morire a Kabul o ad Herat, almeno per quanto ci riguarda, non è stato morire per la libertà degli afghani, ma per aiutarli a mantenere il loro “posto di lavoro” nel business della droga
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Il ministro della difesa Lorenzo Guerini: «Nella serata di ieri [lo scorso 29 giugno] si è conclusa ufficialmente la missione italiana in Afghanistan. Con il rientro dell’ultimo uomo del contingente italiano è terminato, in totale sicurezza, un imponente sforzo logistico ed operativo condotto con puntualità e sicurezza dalle nostre Forze Armate. Non termina però l’impegno della comunità internazionale, Italia in primis, per l’Afghanistan che continuerà in altre forme, a partire dal rafforzamento della cooperazione allo sviluppo e al sostegno alle istituzioni repubblicane afghane». Ma, secondo noi, il ministro mentiva sapendo di mentire perché – e chi meglio di lui può saperlo – le “istituzioni repubblicane” in Afghanistan sono soltanto un castello di carta che crollerà sotto i colpi degli integralisti non appena chiuderà la “Resolute Support Mission”, col conseguente ritiro degli eserciti occidentali.

Oddio, non è che ritirare i nostri 900 militari da quel Paese ed utilizzare i trecento milioni all’anno che ci costava la missione sia sbagliato, visto che si potranno utilizzare, fondi e personale, per missioni che abbiano un maggiore interesse strategico per l’Italia, come in Libia e nei Paesi del Sahel, dai quali ci sta arrivando addosso lo tsunami dei clandestini che puntano sull’Europa. L’importante è avere le idee chiare e raccontarla giusta agli italiani.

La verità è che noi occidentali, mossi da interessi non sempre limpidi, non abbiamo ancora capito che nella galassia musulmana non esiste una classe cuscinetto come il ceto medio, per cui la sua im­palcatura di sistema si regge sul

binomio formato da una corrotta autocrazia e da una plebe recalcitrante e fanatizzata che, in pratica, vive fuori dal XXI secolo. A questa plebe è concesso soltanto di offrire il bracciantato alla classe di potere, che furbescamente ne dirotta all’esterno le rivendicazioni o le ammanta di uno spirito di revanche e/o di crociata contro l’Occidente. E con i fanatici sfruttati il gioco funziona sempre.

Ci siamo mai chiesti, ad esempio, perché gli eserciti dell’alleanza occidentale, operanti in Afghanistan, non hanno mai tentato di distruggere i campi di papavero da oppio controllati dai talebani e dalla classe di potere? Perché, se avessero provato a farlo, si sarebbero ritrovati contro proprio quella plebe, poiché è essa a fornire il bracciantato alla mortifera cultura. Ed è chiaro che, entrando in conflitto con gli eserciti stranieri, gli afghani sarebbero entrati in conflitto con il proprio governo, che a quell’alleanza doveva la sua fortuna e sopravvivenza. In altre parole, i militari che hanno operato in Afghanistan si sono trovati a dover fronteggiare un feroce avversario, al quale però non hanno potuto distruggere – come la strategia avrebbe loro imposto – la principale fonte di finanzia­mento. Sicché, morire a Kabul o ad Herat, almeno per quanto ci riguarda, non è stato morire per la libertà degli afghani, ma per aiutarli a mantenere il loro “posto di lavoro” nel business della droga.

Ma dopo la morte di 27.000 guerriglieri, 14.000 civili, 7.200 militari regolari afghani e 2.400 militari della NATO tra i quali 53 italiani, abbiamo segnato qualche punto contro l’integralismo? E le donne afghane lo hanno raggiunto almeno un minimo di autonomia se non di parità di genere, come s’inclina a dire dalle nostre parti? In realtà quella partita l’abbiamo persa quasi subito. Ma giudicate voi.

«Per favorire i rapporti con la donna afghana Silvia Guberti, Ufficiale dell’esercito italiano di stanza ad Herat, ha deciso di indossare il copricapo imposto dalla religione islamica». Così titolò il 9 agosto del 2010 un diffuso quotidiano italiano: Il Tenente col Velo. Si riferiva all’ufficialessa che, come una guerrigliera cecena, aveva indossato il hijab sopra la tuta da combattimento per conquistarsi la fiducia delle circospette donne afghane. L’entusiasmo dell’autore di quel servizio avrebbe dovuto quantomeno indurre il nostro Stato Maggiore a qualche riflessione perché l’iniziativa del Tenente Guberti rappresentò la parte peggiore del camaleontismo emotivo della nostra classe dirigente e, allo stesso tempo, l’inutilità del nostro impegno militare in quel Paese: se dopo anni di combattimenti e così tanti caduti ci ritrovammo ad adottare gli stessi rituali ai quali erano costrette le donne afghane, quelle stesse che volevamo affrancare dagli obblighi imposti da una concezione medioevale delle donne, allora non v’è dubbio che non abbiamo raggiunto l’obiettivo di aiutare gli afghani a costruire una società più democratica e moderna. In quanto alle “istituzioni repubblicane” di Guerini, poi, manco a parlarne!

Ce ne siamo tornati semplicemente a casa perché non è nostro interesse – e non lo è mai stato! – rimanere in Afghanistan, mentre la Turchia, nostra alleata nella NATO, sta agitando i flussi migratori come un randello contro l’Europa e, soprattutto, contro l’Italia che ne è l’antemurale (o il ventre molle) nel Mediterraneo.

Se poi, prima di dirottare nuove forze militari e fondi verso la Libia, Mario Draghi facesse il miracolo di togliere la nostra politica estera dalle mani di un “guaglione” che fino a ieri vendeva gazzose allo stadio San Paolo di Napoli, gliene saremmo tutti molto grati: i morti, caduti per un popolo che li odiava, e i vivi di un Paese che, invece, odia se stesso.

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