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Afghanistan: intervista al generale Cosimato

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Afghanistan Cosimato
Il generale Cosimato, presidente del Centro Studi Sinergie, ritiene che l’America e i Paesi della Nato stiano da tempo esercitando un potere orwelliano al loro interno, ma un approccio caotico e incoerente all’esterno. Egli dubita perfino che essi potessero fare diversamente perché la cultura occidentale è, ormai, inadatta allo scopo: la caduta verticale dei valori che costituiscono gli elementi di tenuta delle nostre società è tale, secondo l’alto ufficiale, da non consentire nulla di diverso da ciò che è accaduto in Afghanistan

– Enzo Ciaraffa –

Generale Cosimato, a giudicare dal comunicato emesso dal Centro Studi Sinergie, del quale è presidente, mentre Kabul cadeva in mano ai talebani, il male organizzato e peggio attuato disimpegno degli americani dall’Afghanistan, l’ha sconvolta: come mai? I talebani, in fondo, non sono più integralisti dell’Iran, o di Hamas, o dall’Arabia Saudita o dell’Oman.

Un’operazione militare, inserita nell’ambito di una più vasta operazione politica deve essere svolta verificando se ci sono scostamenti rispetto alla pianificazione, se la situazione precipita in maniera imprevista, si devono prendere dei correttivi, che non possono limitarsi alla presa dell’aeroporto per l’evacuazione, peraltro assai disordinata. I talebani sono uno dei tanti elementi che compongono il complesso quadro etnico tribale dell’Afghanistan, sono integralisti da sempre, feroci da sempre. Non si può consegnare un’area del mondo a una forza che non ha nessun requisito minimo per la gestione di un Paese, che siano peggio o meglio di altri poco importa. L’Occidente dialoga ed appoggia le peggiori schiere di tizzoni d’inferno ovunque nel globo, ma si dimostra feroce solo con i suoi cittadini ai quali ogni giorno limita qualche libertà, tutto questo non ha senso.

Secondo la sua esperienza, generale, com’è stato possibile che l’esercito regolare afghano si sia dissolto in pochi giorni e senza colpo ferire?

Gli afghani non hanno condiviso con noi i concetti di patria, nazione, giuramento di fedeltà allo stato e difesa delle libere istituzioni. È evidente che abbiamo parlato per vent’anni al vento. Ma, come sta scritto nel comunicato del Centro Studi, in quel modello non crediamo più nemmeno noi, mentre i nostri soldati combattevano sul terreno, in Italia c’era chi strepitava contro la missione e contro la Nato. Gridare e stracciarsi le vesti ora per le violenze talebane è pura ipocrisia. Se si vuol compiere un concreto atto politico, si deve dichiarare formalmente che non si riconoscerà il regime dei talebani, come hanno fatto la Gran Bretagna e il Canada. A mio modesto avviso è necessario chiedere di costituire un tribunale penale internazionale per i crimini che si commettono in Afghanistan come quello a suo tempo istituito per la ex-Jugoslavia

La fuga generalizzata, il “tutti a casa”, la repentina dissoluzione del governo legale afghano e delle forze armate regolari non le ricordano niente? A me l’8 settembre del 1943.

Quella data ricorda il collasso di un regime e, purtroppo, è divenuta la “morte della patria” anche se molti soldati si batterono ovunque per l’Italia, da Porta San Paolo a Cefalonia. In Italia la patria rimase nel cuore di tanti italiani, e per questo risorse dalle sue ceneri. In Afghanistan una patria non c’è, perché saranno gli afghani a crearla, se lo vorranno. Il regime filoccidentale era evidentemente destinato a sparire perché non aveva un’anima.

Molti italiani in questi giorni si stanno chiedendo che cosa siamo andati a fare in Afghanistan se poi questa doveva essere la conclusione. La risposta l’ha data un Generale che conosce bene l’Afghanistan e con il quale ambedue abbiamo avuto a che fare per ragioni di servizio: Giorgio Battisti. Ti riporto un passaggio della sua intervista del 13 agosto scorso rilasciata all’Agi, Agenzia Italia: «Il problema è che l’Occidente è andato in Afghanistan perché ha seguito gli Stati Uniti. Che sono l’unica potenza in grado d’intervenire a così grandi distanze, con uno strumento militare elevato, di grande potenza e capacità tecnologica…». Insomma, pare di capire dalle parole dell’alto Ufficiale, che l’Italia ancora una volta è andata a traino degli Usa, visti i risultati, non crede sia il caso di rivedere la nostra politica estera?

Quella missione aveva due componenti, una Nato e una Usa. Tutti sapevano che questa cosa non era accettabile perché vanificava gli sforzi della Nato. Non mi pare, in tutta sincerità, che coloro i quali si sono alternati nella carica di Capo di Stato Maggiore del Comando Nato si siano resi protagonisti nella promozione di un processo di razionalizzazione della missione. Chi si è immerso, allora, in una routine inutile dice ora delle cose che poteva rappresentare prima, come qualche ufficiale fece. Dal punto di vista della strategia nazionale, mi pare che la politica e la diplomazia italiane debbano riscoprire il concetto di interesse nazionale, magari privilegiando i rapporti bilaterali e diminuendo i rischi di traino che sono tipici delle iniziative multilaterali. Vedere il nostro ministro degli Esteri che si vanta sul sito del suo partito di aver ottenuto il ritiro mi pare una grave caduta di stile che spero che gli italiani rammenteranno alle prossime elezioni politiche.

Ma poi, in definitiva, in questi venti anni chi – tra gli Usa e la Nato – ha effettivamente comandato le operazioni sul teatro afghano?

Nello specifico, il ComIsaf, cioè il comandante Nato in loco, aveva due componenti, quella multinazionale alla quale affidava i compiti di facciata e quella nazionale alla quale affidava i compiti più direttamente riconducibili alla lotta al terrorismo che interessava gli Usa. Una situazione del genere non poteva dare buoni risultati, gli americani spesso si mimetizzavano dietro un portavoce Nato per comunicare la situazione, ma non si dimentichi che più di un ComIsaf, dal generale Mc Kiernan a Mc Crystal ha dovuto dimettersi per la scarsità di risultati e i danni collaterali provocati da attività spesso non riferibili alla Nato. Lo scandalo dell’articolo sul giornale Rolling Stones che portò alle dimissioni del generale Mc Crystal, in particolare, era riferibile non solo alle parole in libertà del ComIsaf sul Presidente Usa, ma anche ad una evidente discrasia nell’amministrazione americana. Quando si vuole andare al traino di qualcuno, è bene sapere a chi si va appresso.

Adesso noi, la Nato e l’Ue come la mettiamo con l’autoproclamato califfato talebano di Kabul? Se non ricordo male, lei per primo aveva proposto di non riconoscere il nuovo governo afghano. Basterà ad evitare la destabilizzane dell’Asia centrale e la ripresa del terrorismo contro l’Occidente?

Io ho solo ritenuto di dover dichiarare che un regime del genere non deve trovare posto nel consesso internazionale, in ogni caso i primi ministri britannico e canadese hanno appena dichiarato di voler seguire questa strada. Ciò che io temo è che la caduta del regime filoccidentale afghano si trasformi in un’operazione immigrazionista in cui pur di non avere una nuova ondata di migrazione forzata, si riconoscano i talebani, cioè quelli che stanno originando una nuova massa migratoria, molto probabilmente orchestrata dalle lobby immigrazioniste occidentali che si riverseranno in Europa e non gli Usa. Quello che gli studiosi chiamano “arco di crisi eurasiatico” ha un elemento di tensione in più, vedremo cosa faranno i tagiki e gli uiguri, che non mi pare siano contenti del nuovo assetto di potere. Il terrorismo è in ottima salute, nel mondo lo ferma solo il Covid, in Italia lo fermano solo la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta.

Mi pare di capire che la fretta dei talebani di darsi al più presto un governo presentabile derivi dal fatto che essi non controllano tutto il Paese come, ad esempio, la provincia del Panjshir.

In un complesso quadro tribale è ben difficile che quello che si decide a Kabul venga realizzato in ogni parte del Paese. Le bugie hanno sempre le gambe corte, se i media vorranno, sarà facile sapere quante atrocità sono state commesse e quante resistenze ci sono al nuovo assetto. Tuttavia non mi pare che i talebani abbiano fretta, piuttosto mi pare che ostentino una sicurezza che potrebbe rivelarsi eccessiva.

Visto che la frittata è fatta, secondo lei l’Italia che cosa dovrebbe fare per rimarcare almeno la sua posizione politica.

Ribadisco che, sotto nessuna forma, l’attuale assetto di potere deve essere riconosciuto e che si devono accertare e punire i crimini commessi con un organismo giudiziario internazionale ad hoc, tutto il resto è tattica mediatico-comunicativa.

Certo che quei ragazzi afghani che si aggrappano alle ruote degli aerei americani per scappare dal loro Paese saranno un marchio di pavidità dell’Occidente difficile da cancellare e, soprattutto, saranno il simbolo di un’occasione perduta: l’America e la Nato dovevano osare di più sulla strada della democrazia?

L’America e i Paesi della Nato stanno da tempo esercitando potere orwelliano al loro interno, ma un approccio incoerente all’esterno, dubito che potessero fare diversamente, la cultura occidentale è ormai inadatta allo scopo, la caduta verticale dei valori che costituiscono gli elementi di tenuta delle nostre società è tale da non consentire nulla di diverso da quel che è successo.

Desolante e preoccupante…ù

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