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Conte, Andreotti e Paperone

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Il presidente del consiglio, essendosi fin dal primo momento rifiutato di condividere con le opposizioni i provvedimenti – shock messi in campo per fronteggiare la pandemia del Covid-19 e avendo scelto per sé il ruolo del comandante solitario assieme al nostromo Casalino, adesso che i nodi delle irrealizzate promesse stanno per venire al pettine ha iniziato mediaticamente a defilarsi, una scelta che deve essere costata molto a un premier egocentrico come lui
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Per onestà intellettuale, vorremmo fosse preliminarmente chiaro che non consideriamo il governo di Giuseppe Conte la causa del disastro economico e politico italiano ma soltanto la sua parte terminale o, se preferite, la sua rappresentazione più qualificata. Questa premessa si rende indispensabile per non affogare nel mare magnum dei luoghi comuni e della tendenza ad attribuire all’ultimo governo in carica la colpa degli errori di tutti quelli che lo hanno preceduto. Semmai si può sostenere che il governo Conte è da considerarsi il colpo di coda di una balena che immaginavamo fosse già morta da tempo, quella prima repubblica statalista, i governicchi ai quali tanto somigliano i due governi dell’ineffabile Giuseppi. Anzi, potremmo perfino sostenere che nelle nomine della persona sbagliata al posto sbagliato Conte un po’ ci ricorda uno dei principi della prima repubblica, Giulio Andreotti, anche se non ne possiede l’intelligenza luciferina e il sangue ghiaccio. Per provarlo basteranno, secondo noi, soltanto i due esempi che stiamo per fare.

L’allora presidente del consiglio Giulio Andreotti nel 1978 nominò un tale Bruno Pazzi alla presidenza della Consob, la commissione che vigila sulla Borsa, con la motivazione che si trattava di un rinomato «… industriale partecipante in società di esercizio cinematografico». In realtà Pazzi gestiva qualche sala cinematografica a Roma dove, di solito, si rappresentavano anche varietà e spogliarelli. Qualcosa del genere – senza spogliarelli ma con molti spettacoli di varietà –   è avvenuto in questi mesi con gli “esperti” e i ministri nominati dal governo.

Stendendo un velo pietoso su Boccia e sulla sua armata dei 60.000 pretoriani, Conte ha nominato ministro della giustizia un ex disc jockey dal nome d’arte di Fofò, al secolo Alfonso Bonafede, un avvocato che non conosce neppure la differenza tra reato colposo e reato doloso e che, nondimeno, si è imbarcato con severo piglio nella riforma della prescrizione e – pensate un po’ voi! – del Consiglio Superiore della Magistratura, come se questo non stesse già abbastanza inguaiato tra intercettazioni compromettenti e dimissioni.

Solo che nel caso della scelta di Fofò – Bonafede alla giustizia i media partigiani e/o intimiditi dal potere si sono comportati come se nella palazzina di via Arenula fosse entrato Montesquieu e non un dilettante allo sbaraglio; la scelta di Andreotti di mettere un cinematografaro a capo della Consob fu, invece, stroncata, pubblicamente e senza timori reverenziali, da un garibaldinesco telegramma indirizzato a Palazzo Chigi dal suo vecchio e onesto presidente: «Vergogna!».

Ma, a quanto pare, la vergogna è un sentimento che non abita più nei palazzi del potere, sennò Conte avrebbe smesso già da tempo di promettere agli italiani, come un impazzito Paperon de’ Paperoni, soldi che non ci sono, confidando che essi arrivassero dal MES, dal Recovery and Resilience Facility, o da un miracolo di San Gennaro.

Ma forse il nostro uomo sta prendendo soltanto tempo prima che Mattarella lo tiri fuori dalla palude delle facili promesse con l’affidare ad altri la guida del governo, facendo al momento finta di non capire che qualsiasi sovvenzionamento da parte dell’UE, prima o poi, imporrà una devastante politica di risanamento economico. Il che, tradotto in soldoni sonanti, significherebbe inasprimento fiscale e nuove tasse, tra le quali una esiziale per la ripresa economica perché farebbe scappare all’estero i capitali dei residui investitori che ormai sono quattro gatti: la patrimoniale!

Peraltro Conte, essendosi rifiutato di condividere con le opposizioni i provvedimenti – shock messi in campo per fronteggiare la pandemia del Covid-19 e avendo scelto per sé il ruolo del comandante solitario assieme al nostromo Casalino, adesso che i nodi delle irrealizzate promesse stanno per venire al pettine, ha iniziato mediaticamente a defilarsi. Giulio Andreotti, invece, i pacchiani errori di Giuseppi non li avrebbe mai commessi e magari si sarebbe pure inventato un governo di salvezza nazionale in modo da “condividere” oneri ma anche responsabilità con le opposizioni. Che Conte si appresti ad uscire di scena per far posto a un mattarelliano governo tecnico prima che il Paese vada completamente in tilt?

È, infatti, da un paio di settimane – un’eternità vista la sua propensione al protagonismo compulsato – che l’inquilino di Palazzo Chigi se ne sta rincantucciato e non ci delizia con uno dei suoi pomposi comunicati a reti televisive riunite. Probabilmente ha dovuto realizzare che se l’UE  è meno credibile di  Paperopoli come costruzione politica, figurarsi lui nella veste di Paperone.

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