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Covid-19, e se cominciassimo a parlare anche di medicina?

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Covid-19
La cura domiciliare dei soggetti colpiti dal Covid-19, specialmente quelli vaccinati, è possibile, l’ha confessato una delle viro-star che vanno per la maggiore in televisione, l’infettivologo Massimo Galli il quale, dopo le canoniche tre dosi di vaccino, si è infettato di nuovo ed è stato curato con gli anticorpi monoclonali senza venire ricoverato. E pensare che nel 2020 fu tutto un coro di derisione contro il presidente americano Donald Trump che si era curato con la medesima terapia

 – *Maria Angela Buttiglieri –

Prima della venuta di Cristo gli anni si contavano ab urbe condita e cioè a partire dalla nascita di Roma, poi si affermò il cristianesimo e si cominciò a suddividere la storia dell’umanità in avanti Cristo e dopo Cristo. Ma v’è stato un accadimento che secondo me dovrebbe indurci, ancora una volta, a modificare la datazione della storia: l’epidemia del nuovo ceppo di coronavirus Sars-CoV-2 o più brevemente detto Covid-19. Sicché, per come la vedo io, da oggi la locuzione a.c. potrebbe stare per avanti covid-19 e quella d.c. per dopo covid-19. Questo perché sennò in futuro faremo fatica a spiegare ai nostri nipoti che cosa accadde all’Italia a causa di un virus, probabilmente sfuggito a dei ricercatori cinesi di Wuhan, se non ci riporteremo “a prima”, cioè a quando la Sanità funzionava abbastanza bene, v’era un adeguato numero di posti letto disponibili, il medico di base si faceva carico dei suoi pazienti e non li sbolognava subito agli ospedali molti dei quali sono stata smantellati dai cosiddetti manager della sanità in nome della “razionalizzazione” della spesa. E sì, perché un posto letto in meno, magari in terapia intensiva, secondo cotanti esperti con master economico all’estero, era un risparmio e non invece la condanna a morte per qualcuno come ha tragicamente dimostrato la pandemia. 

Ma in attesa di trovare il tempo per lasciare una memoria scritta ai posteri sull’assurdità dei tempi che stiamo vivendo, cerchiamo di capire noi, che pure non siamo gli ultimi arrivati nel campo della medicina, quel che sta accadendo in Italia dove un ministro della Salute laureato in economia e, pertanto, non idoneo neppure a somministrare un cucchiaio di vermicida al nostro gatto di casa, ha in mano la salute di sessanta milioni di italiani. A sostegno del giudizio d’inadeguatezza di questo ministro potremmo fare molti esempi ma, per una questione di spazio, ci limiteremo a soffermarci sulla sua circolare con la quale, il 26 aprile del 2020, si prevedeva per i pazienti affetti da Covid-19, e solo a partire dal terzo giorno, una terapia domiciliare a base di paracetamolo come la Tachipirina, antinfiammatori e… la vigile attesa, insomma per vedere l’effetto che faceva il far niente sui malati.

Non c’è voluto molto al Tar del Lazio per smontare nella sua sospensiva quella circolare che «…si pone in contrasto con l’attività professionale così come demandata al medico nei termini indicati dalla scienza e dalla deontologia professionale». In altri termini, sostiene il predetto Tar, il ministero della Salute può di certo suggerire ai medici come curare certi atipici malanni ma non può impedir loro di valutare, per ogni singolo caso, l’anamnesi personale e familiare, lo stato di salute generale del paziente e la sua reazione e/o rispondenza a determinate terapie… ma questo deve essere fatto subito! Pertanto, non si doveva impedire ai medici di base di operare secondo le loro singole ed autonome valutazioni diagnostiche e ciò per una ragione semplicissima eppure trascurata da Speranza e dalla sua pletora di “tecnici”: anche quando sono affetti dalla medesima malattia, nessun paziente risponde allo stesso modo alla medesima terapia. Scusate – vorrei chiedere a cotanti esperti del ministro – ma ricordate ancora come, e con quanta efficacia, la medicina territoriale curava le vecchie e cicliche ondate influenzali con o senza l’ausilio di specifici vaccini? E perché non lo dovrebbe fare oggi per sgravare gli ospedali sotto pressione?

D’altronde, che la cura domiciliare dei pazienti colpiti dal Covid-19 è possibile, l’ha confessato (a denti stretti…) una delle viro-star che vanno per la maggiore in televisione, l’infettivologo Massimo Galli il quale, dopo le canoniche tre dosi di vaccino, si è infettato di nuovo ed è stato curato con gli anticorpi monoclonali senza essere ricoverato. O dobbiamo pensare che anche di fronte alle malattie in Italia vi sono dei pazienti più uguali degli altri? Peraltro, nel 2020 fu tutto un coro di derisione (non ricordiamo se tra i derisori vi fosse anche Galli…) contro il presidente americano Donald Trump che si era curato con gli anticorpi monoclonali. E poi sarebbe ora di smetterla di caricare a tinte fosche un evento pandemico che volge a diventare endemico come la maggior parte delle malattie virali del passato, preoccupiamoci piuttosto dei venti di guerra che, provenienti dall’Ucraina e dal mare cinese hanno preso a soffiare su di noi in quanto Nato e sull’intera Europa, cerchiamo di capire che cosa sta succedendo alla politica che, per la seconda volta, ha difficoltà ad eleggere un presidente della Repubblica e per la seconda volta potrebbe ricorrere alla riconferma del presidente uscente.

Ritornando a bomba, si ricorda che esattamente di questi tempi nel 2019, in Italia avevamo 4.780.000 casi di sindrome influenzale (Fonte: Sistema nazionale di sorveglianza – Iss) con una trascurabile percentuale di decessi rispetto ad oggi. Nel 2016 (ultimo dato disponibile dell’Istat) in Italia i morti di tumore furono 179.000 tra i 600.000 decessi che, per diverse cause, si ebbero quell’anno. Perché questo profluvio di dati numerici? Perché dobbiamo stare attenti a non mescolare – come si sta facendo spero in buonafede – numeri e dati sennò dalla pandemia ufficiale non usciremo mai e torneremo ciclicamente alla gente che, terrorizzata, correrà a farsi i tamponi al primo colpo di tosse, con la paura di essersi nuovamente infettata nonostante i vaccini sulla cui efficacia si sente un po’ presa in giro.

Questo perché, a causa del fatto che dopo i lockdown, i bollettini di guerra Conte/Casalino, i droni che volteggiavano sulle spiagge, gli autocarri militari con le bare, la sicumera di Speranza e dei guru della medicina che promettevano libertà di movimento e sicurezza quasi assoluta di non ammalarsi vaccinandosi, siamo punto e a capo, anche se ci troviamo al cospetto di molti più salvati dal vaccino e meno ricoveri in terapia intensiva. Tutta colpa di quel 9% di no vax su di una popolazione di sessanta milioni di abitanti? Almeno noi medici cerchiamo di rimanere seri e rendiamoci conto che stiamo contribuendo ad affossare il Paese con le nostre incertezze e scelte che non hanno nulla a che vedere con la scienza, come quella d’impedire ai vecchietti di ritirare la pensione in Posta se non muniti di green pass, vecchietti che però possono andare a fare la spesa al supermercato… e con quali soldi?

Io prima di essere un medico sono una donna e una mamma, per cui mi capita talvolta di trovarmi in giro per acquisti e posso assicurarvi che stiamo vivendo una situazione di parziale lockdown e per rendersene conto basta girare in città come Milano, Varese o Gallarate dove, anche chi non è ammalato o in quarantena, se può farne a meno non esce da casa e, di conseguenza, le attività commerciali sono al limite dello sfinimento o del coma irreversibile. E del forsennato aumento dei prezzi non ne parla nessuno? E dell’inflazione?

L’unica novità positiva è che, venuta meno la certezza di non ammalarsi di Covid-19 anche per i vaccinati, la narrazione del governo e dei media mainstream sulle misure adottate fin qui inizia lentamente a sgretolarsi e, purtuttavia, ancora aspettiamo iniziative che siano di accorta gestione sanitaria e non il frutto di scelte ideologiche della politica, ancora aspettiamo che finalmente i media si mettano a fare il loro mestiere, che sarebbe quello di informare con onestà, perché l’altro potente vaccino per uscire da questa pandemia è la verità.

*Medico di medicina generale, specialista in anestesia, rianimazione, igiene e medicina preventiva; responsabile di FdI del dipartimento salute della Lombardia

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