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Dalla nebbia della memoria, quel 10 giugno del 1940 in Italia

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Erano le ore 18,00 di lunedì 10 giugno del 1940 quando Mussolini comunicò agli italiani di aver dichiarato guerra alla Gran Bretagna e ad una Francia che già gemeva sotto i cingoli dalle divisioni corazzate di Rommel e Guderian, trascinando l’Italia in una guerra immotivata e, considerati gli armamenti a nostra disposizione, anche assurda. Ma sia chiaro, i nostri soldati non furono secondi a nessuno in quella guerra e, anzi, per il fatto che riuscirono a durare, e spesso anche a vincere, per tre anni contro inglesi, francesi, russi e americani, più numerosi e meglio armati di loro, fece di essi i soldati più valorosi della II Guerra Mondiale.
Ho voluto ricordare questo anniversario con un passo estrapolato da un mio libro, che peraltro non ha ancora trovato l’editore, per onorare tutti i combattenti di quella guerra, tra i quali mio padre del Terzo Battaglione d’Assalto dei Carabinieri Reali e suo cugino Raffaele morto con la Conte Rosso, silurata dagli inglesi il 24 maggio del 1941 al largo di Siracusa.
Come milioni di italiani, essi andarono in guerra e fecero fino in fondo quello che ritenevano il loro dovere ed io soltanto oggi, mentre scrivo, mi rendo conto di aver vissuto la mia lunga carriera militare sperando ogni giorno di essere degno di loro. Non so, in verità, se ci sono riuscito, ma so per certo che sono orgoglioso di loro e di tutti i soldati d’Italia.
– Enzo Ciaraffa –

«Neppure oggi è del tutto chiaro il perché Mussolini volle imbarcarsi in una guerra mondiale a fianco della Germania, pur avendo egli stesso vaticinato che cosa sarebbe successo e come sarebbe andata a finire questa guerra. Infatti, nel discorso dell’Ascensione pronunciato alla Camera il 27 maggio del 1927, con insospettabile intuito, sostenne che tra il 1935 ed il 1940 per l’Europa sarebbe arrivato il momento cruciale e che l’Italia avrebbe dovuto farsi trovare preparata … e meno male! Le congetture che a questo punto si possono fare, sono due: o Mussolini era un micidiale dilettante fattosi ingannare dall’iniziale inanità di Francia e Inghilterra, oppure – come incliniamo a ritenere – era un criminale che lanciò migliaia di uomini nella fornace della II Guerra Mondiale soltanto per raccogliere le briciole di effimere conquiste territoriali altrui. Era davvero infantile pensare che una nazione col potenziale militare e industriale come la nostra potesse battere l’Impero Britannico che, oltre ad attingere dalle colonie sparse per tutto il globo le risorse che occorrevano per la guerra, avrebbe finito per trascinare nella lotta al suo fianco anche gli Stati Uniti col loro smisurato potenziale economico e industriale.
In quel preciso momento storico la produzione industriale dell’Italia era il 2,7% di quella mondiale che, raffrontata al 32,2% degli USA, al 18,5% della Russia che di lì a pochi mesi sarebbe stata attaccata dai tedeschi, e al 9,2% dell’Inghilterra, rendeva patetiche le velleità del duce: uno gnomo dell’industria dichiarava guerra al 60% della produzione industriale mondiale! Eppure a Mussolini, per avere un’idea della pazzia che stava per commettere sarebbe bastato farsi portare – come gli aveva suggerito Italo Balbo – dall’usciere di Palazzo Venezia il monumentale elenco telefonico di New York, oppure il regolamento introdotto da un Regio Decreto da lui stesso controfirmato. Si trattava del Regolamento Generale numero 1864, il quale imponeva ai Comuni di alloggiare, ove occorresse, i soldati in “In locali di pernottazione […] forniti all’occorrenza di paglia”. In altre parole, soldati che già in tempo di pace erano negli ultimi posti in Europa per consumo di calorie pro capite e che dormivano sulla paglia, si accingevano ad aggredirne altri che erano capaci di costruire una nave Liberty a settimana, impiegavano fucili automatici, la jeep, la giacca a vento, il sacco a pelo, i ricostituenti e già la penicillina. Ma sia Mussolini che Hitler erano lontanissimi dall’immaginare che loro, i capi di “superuomini”, sarebbero stati trascinati nella polvere da un presidente rattrappito sulla sedia a rotelle, come Roosevelt, da un menomato a un braccio, come Stalin, e da un incontinente urinario, come Churchill: tre individui che nella folle visione nazista dell’umanità si potevano considerare degli handicappati, degli esseri inferiori, al pari degli ebrei ed omosessuali.
Quel 10 giugno del 1940, almeno fino al pomeriggio inoltrato, quando Mussolini annunciò la guerra dal famigerato balcone, sembrava che la vita in Italia scorresse nel modo di sempre. Era una giornata calda e luminosa, con temperature che oscillavano tra i trentuno gradi di Milano e i ventisei di Roma e Napoli; il giorno prima l’Inter si era aggiudicata il campionato di calcio e un garzone di fornaio a nome Fausto Coppi non sapeva ancora che di lì a qualche giorno avrebbe ricevuto la chiamata alle armi. La radio trasmetteva le canzoni di Norma Bruni, la giovane cameriera arrivata al successo tramite un concorso canoro, e di Ebe de Paolis, la ragazza di Avellino che aveva cantato perfino davanti al re. Nei cinematografi si proiettavano i film Un’avventura di Salvator Rosa, L’assedio dell’Alcazar e Abbandono.
Eppure da lì a poche ore Mussolini avrebbe lanciato un’esortazione che, oltre a sconvolgere la vita di milioni di persone, avrebbe spalancato definitivamente il sipario sulla sua totale incompetenza in fatto di guerra e di mobilitazione generale: «Popolo italiano, corri alle armi!», esortò dal balcone quel giorno. Correre dove? Come se una guerra potesse essere affrontata con qualcosa di diverso da piani lungamente studiati e di una mobilitazione magari già silenziosamente iniziata da mesi, se non da anni. Probabilmente il primo Maresciallo dell’Impero era rimasto impressionato dalla scena di un film uscito in America l’anno prima, “Via col vento”, dove all’annuncio che la Confederazione sudista aveva attaccato l’Unione, tutti i giovanotti presenti nella tenuta delle Dodici Querce corsero a inforcare i cavalli. Ma era un film e l’epoca era quella del 1861!».

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