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Di Maio e Furio Camillo, storia semiseria

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Non sappiamo se il Giggino nazionale abbia mai letto la storia dell’antica Roma, sta di fatto che in Libia si è comportato (quasi) come la buonanima di Furio Camillo anche se, invece della spada, sulla bilancia della persuasione, dove gli altri hanno messo armi e uomini, lui ha messo trenta milioni di euro donati al governo di Tripoli, che ormai è in grado di controllare a malapena la capitale, sotto forma di finanziamento per la lotta all’immigrazione clandestina che, con l’arrivo del coronavirus in Africa, prefigura scenari  inquietanti, quasi da incubo
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Nel 387 a.C. i Galli senoni, guidati da Brenno, sconfissero i romani e riuscirono ad accerchiare quella che poi sarebbe diventata la caput mundi, imponendo ai cittadini dell’urbe la consegna di un grande quantitativo di oro per togliere l’assedio. Il fatto fu che Brenno, che era un marchigiano, per pesare il tributo pattuito tirò fuori una bilancia truccata ma quando i romani glielo fecero notare il capo barbaro rispose «E chi se ne fot…!», anche se nel corso dei secoli gli storici romani ripulirono un po’ quella barbara risposta e ne tramandarono ai posteri una più classica e orecchiabile ma soprattutto manipolata: Guai ai vinti. Chissà, forse la maldicenza secondo la quale è meglio un morto in casa che un marchigiano alla porta prese piede proprio quel giorno sotto le mura di Roma.

Sta di fatto che, come se non bastasse la loro prima addomesticatura di una sconfitta militare, gli storici latini – che furono i primi manipolatori scientifici della storia  – ne aggiunsero un’altra, e cioè quella che a un certo punto anche il condottiero romano Marco Furio Camillo avrebbe gettato – pure lui! – la propria spada sull’altro piatto della truccatissima bilancia pronunciando la famosa frase: «Non con l’oro si difende l’onore della patria ma col ferro!». Ma questa è un’altra storia.

Ritornando ai nostri giorni, e precisamente sulla crisi libica dove sono entrati pesantemente in gioco anche il presidente russo Putin e il dittatore turco Erdogan, il 12 febbraio il nostro ministro degli esteri Luigi Di Maio si è recato prima a Tripoli per incontrare Fayez al-Sarraj e poi a Bengasi per abboccarsi col suo rivale il Generale Kalifa Haftar che ormai controlla più dei due terzi del Paese.

In realtà, tra al-Sarraj, che è appoggiato militarmente da Russia e Turchia, e Haftar, che può contare sull’aiuto militare e pecuniario degli Emirati Arabi di Egitto e Francia, in Libia ormai non ci fila più nessuno e ci ricevono soltanto per cortesia protocollare, nonostante le tonitruanti parole dell’impavido Di Maio al ritorno in patria: «Al generale Haftar ho ribadito che l’Italia non accetta alcuna interferenza esterna e che bisogna lavorare con impegno per un cessate il fuoco permanente». In proposito anche Haftar in cuor suo avrà pensato  alla maniera di Brenno…

Non sappiamo se il nostro Giggino nazionale abbia mai letto la storia dell’antica Roma, sta di fatto che in Libia si è comportato come la buonanima di Furio Camillo anche se, invece della spada, sulla bilancia della persuasione, dove gli altri hanno messo armi e uomini, lui ha messo trenta milioni di euro donati al governo di Tripoli, che ormai è in grado di controllare soltanto la capitale figuriamoci i migranti che vi sciamano, sotto forma di finanziamento per la lotta all’immigrazione clandestina. E tutto ciò, dopo lo sbarco del coronavirus cinese in Africa, lascia prefigurare inquietanti scenari riguardanti l’immigrazione clandestina da quel continente verso l’Europa, prima opprodo l’Italia.

Questa è la storia passata e recente che, miscelandola con signorile ironia, la salace matita di Donato Tesauro ha saputo tratteggiare in modo perfetto come suo solito. E, tuttavia, se ci troviamo al cospetto  della comica rappresentazione di una storia già di suo semiseria, al presente quasi di una drammatica pagliacciata, il merito non è tutto suo … .

Purtroppo.

(Vignetta di Donato Tesauro)
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