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Don Rafele, il fedele marinaio di Santa Lucia

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Don Rafele
Di Raffaele Criscuolo il re delle Due Sicilie Ferdinando II apprezzava l’onestà e l’arguzia, fino al punto di volerlo, per mare e per terra, sempre accanto a sé, e ne fu ripagato con una lealtà ed un affetto difficilmente riscontrabili anche tra consanguinei. Una fedeltà certamente inusuale nella Napoli ferdinandea, dove nel corso delle cicliche effervescenze pseudo rivoluzionarie la classe dirigente – così come avviene oggi in Italia d’altronde – in effetti non mutava, si riciclava

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Era l’8 gennaio del 1859. Al centro del grande salone del palazzo della Luogotenenza austriaca di Trieste era stata tracciata una lunga linea bianca, a cavallo della quale stava un tavolo, riccamente bardato. Fu su quel tavolo, che separava e idealmente univa due regni, che terminò la parte protocollare del matrimonio per procura di Maria Sofia di Baviera – la sorella di Sissi, imperatrice d’Austria – con il principe ereditario al trono delle Due Sicilie, Francesco II di Borbone, quello che la storia ricorderà come Franceschiello. Quando il conte austriaco di Rechberg – come il cerimoniale imponeva –  affidò la futura regina del Regno Borbonico al duca di Serracapriola, questi le presentò il suo seguito, del quale faceva parte anche Raffaele Criscuolo, meglio noto nell’entourage reale come don Rafele, un ufficiale di marina del borgo napoletano di Santa Lucia.

Nel frattempo, Franceschiello, il re, la regina madre e il seguito attendevano Maria Sofia a Bari, trepidanti per la salute di Ferdinando II, in preda ai primi sintomi di quell’infezione, probabilmente setticemia, che di lì a poco lo avrebbe condotto a morte. Fu il re in persona a volere che don Rafele pilotasse la nave che doveva condurre la nuora nella sua nuova patria. L’amicizia tra il sovrano napoletano ed il marinaio di Santa Lucia era nata sul mare e, come tutti i sentimenti nati sul mare, sarebbe durata l’intero arco della loro vita. Tutto iniziò quando don Rafele, assieme al figlio Vincenzo, fu prescelto come pilota della lancia reale che scorrazzava il re nel golfo più bello del mondo. Del marinaio luciano al sovrano piacevano l’onestà e l’arguzia, fino al punto di volerlo, per mare e per terra, sempre accanto a sé e ne fu ripagato con una lealtà ed un affetto difficilmente riscontrabili anche tra consanguinei. Nella Napoli ferdinandea, poi, nonostante le cicliche effervescenze rivoluzionarie, la classe dirigente – così come avviene oggi in Italia d’altronde – non mutava ma semplicemente e impudicamente si riciclava. Ferdinando II, che i suoi nemici chiamavano re bomba e il popolino il re lazzarone, era consapevole di essere circondato da persone sulla cui fedeltà non poteva scommettere una cicca del suo sigaro: i dignitari, i ministri e i Generali erano gli stessi che avevano simpatizzato (quando non addirittura trescato) con gli autori del pronunciamento del 1820 e con i costituzionalisti del 1848. Da don Rafele, invece, non si doveva guardare e, pur non possedendo la sottigliezza psicologica per spiegarselo, gli voleva bene perché con lui non doveva fare il re ma essere soltanto Ferdinando. Quando era crucciato, gli inciuci [pettegolezzi] di don Raffaele avevano il potere di fargli tornare il buonumore perché prelati intriganti, Generali parrucconi, dame cariche di cellulite e di voglia di zeziare [fare le svenevoli], uscivano malconci dalla sua colorita aneddotica. Le loro risate risuonavano per tutta la Reggia e, se in quei momenti qualche dignitario si azzardava a interromperli, la reazione regale era di quelle che non si prestavano a interpretazioni: «Jatevenne!». Don Rafele, dal canto suo, in Ferdinando II più che un sovrano vedeva l’amico che teneva una carrettata di figli e una moglie «…un poco pesante» la quale – cosa che lui trovava insopportabile – non parlava neppure il napoletano. Ma alla fine si affezionò anche a lei che, avendo l’erre moscia, lo chiamava «Vaffaele». Il re e la regina per lui erano semplicemente o’ signore e a’ signora, e qualche napoletano anziano ricorderà il rispetto affettuoso che questi termini implicavano un tempo neppure molto lontano: Maestà avrebbe avuto un significato poco impegnativo sul piano degli affetti.

Fu il figlio Vincenzo a pilotare la lancia che, il 3 febbraio del 1859, sbarcò a Bari Maria Sofia dalla pirofregata borbonica Fulminante. Ma la gioia del re Borbone alla vista della bellissima nuora fu di breve durata perché le sue condizioni di salute peggiorarono fino al punto da consigliare l’immediato rientro a Napoli. Per evitare a Ferdinando II i disagi del viaggio in carrozza, il ritorno avvenne per mare, sotto l’occhio premuroso di don Rafele e del figlio, ma la salute del sovrano continuò a peggiorare: lo stava avvelenando la suppurazione nella zona iliaca destra, dove i medici gli avevano praticato un’incisione per drenare il pus e alleviargli il dolore. Il paziente sopportava la sofferenza con grande rassegnazione, anche grazie al conforto che gli recava l’insonne presenza del suo amico marinaio del rione di Santa Lucia, anche se dalla ferita colava sangue misto a pus, che questi puliva in continuazione nonostante il fetore che emanava. Il 22 maggio del 1859 Ferdinando II terminò la sua avventura terrena tra le braccia di don Rafele il quale, probabilmente, non si rese conto che assieme al sovrano moriva un’era, perché con il re lazzarone se ne andava quella Napoli baldanzosa, irriverente, ribalda e un poco incosciente, che a loro due – ed a tutti noi campani – tanto rassomiglia. Ferdinando II era così affezionato a don Rafele che lo ricordò anche nel testamento.

Che cosa accadde nel giro di qualche anno è storia nota: i Mille, Garibaldi, la battaglia di Capua, l’assedio di Gaeta e l’esilio a Roma dell’ultimo re di Napoli e della sua giovane regina. Sta di fatto che, all’avvicinarsi dei garibaldini, Franceschiello s’imbarcò sulla nave da guerra Messaggero, comandata dal figlio di don Rafele, per dirigere verso la piazzaforte di Gaeta e da lì a Capua via terra. Come aveva giurato a Ferdinando II sul letto di morte, il marinaio di Santa Lucia non abbandonò Lasa (il vezzeggiativo familiare di Franceschiello) e cercò di convincere anche i comandanti delle navi napoletane che incrociavano la loro rotta a seguire il re a Gaeta. Ma l’onesto luciano non poteva sapere che gli ammiragli napoletani si erano già accordati con il nemico, ovvero con gli emissari di Cavour. Dopo la capitolazione di Gaeta don Rafele volle seguire Franceschiello nell’esilio romano, standogli, in un certo senso, sempre sulla testa, prima in una soffitta del Quirinale e, successivamente, in una di Palazzo Farnese, divenendo così il sofferente spettatore del definitivo crepuscolo dei Borboni di Napoli. Le bizze della regina-madre, le maldicenze gratuite su Maria Sofia e le beghe tra i borbonici fuoriusciti, gli scivolavano addosso senza intaccarne l’affetto che nutriva per i reali in esilio.

L’unico avvenimento che lo segnò veramente fu la morte della figlia di appena tre mesi dei sovrani, avvenuta il 28 marzo del 1870. La bimba si chiamava Cristina come la nonna paterna, una Savoia, quindi nipote di quel re che, da lì a sei mesi, li avrebbe cacciati anche da Roma. In tempi in cui tutti tradirono tutti (comprese le istituzioni e le alte cariche dello Stato), in cui nessun patto o promessa era ritenuta intangibile, don Rafele non tradì, non cambiò casacca all’ultimo momento e, pur di mantenere fede al giuramento fatto a un uomo sul letto di morte, alla pingue paga di Giuda preferì lunghi anni di esilio.

Quando nel 1870 Roma fu occupata dai Bersaglieri entrati da Porta Pia, don Rafele se ne tornò a Napoli dove morì il 9 gennaio del 1881, onorato dalla stampa filo savoiarda e perfino dallo storico Raffaele De Cesare, che così lo ricordò: «Abile e coraggioso, uomo di mare, non una ma cento volte avrebbe dato la vita per il suo re».

La nave rappresentata in copertina è la pirofregata “Fulminante” che, il 3 febbraio del 1859, portò a Bari Maria Sofia di Baviera, l’ultima regina di Napoli. Il dipinto è di Tommaso De Simone

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