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Dove il peccato coincide col reato spuntano puntuali gli integralisti

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I nostri valori morali restano ancorati a una religione monoteista, il cristianesimo, che al contrario di quella islamica condanna sempre l’uccisione di un essere umano, eccetto che in circostanze particolarmente estreme. Ma anche quando scaturisce dal legittimo esercizio della forza, la violenza ci angoscia, tant’è che la consideriamo un’aberrazione culturale e tentiamo di frenarla con tanti e tali lacci che il suo ingiustificato scatenarsi è punito come il peggiore dei crimini: in Occidente un uomo che uccidesse un cosiddetto miscredente andrebbe in galera, non in Paradiso
– Luigi Ciaraffa Casillo* –

Francia, 2020. Nella patria della laicità e del moto rivoluzionario che nel 1789 spezzò le catene dell’Ancien Regime, un insegnante, Samuel Paty, viene decapitato da un fondamentalista islamico il quale crede che il mondo sia rimasto fermo al VII secolo dopo Cristo. La colpa dell’insegnante miscredente? Aver fatto vedere ai propri alunni le vignette su Maometto pubblicate dalla rivista satirica Charlie Hebdo nel contesto di una lezione sulla libertà di espressione.

È il primo episodio del genere? No.

È terrorismo? Sì.

Di che tipo? Islamista – a meno che l’assassino non abbia compiuto il suo gesto al grido di “Odino è grande!” – ma credo che gli inquirenti possano escludere con ragionevole certezza la matrice mitologica pagano-norrena.

Mi auguro che quanto prima la smetteremo di far finta di non capire che quella islamica non è come le altre religioni, dalle cristiane all’ebraismo, passando per lo shintoismo, per il confucianesimo, per il buddismo, e per le religioni animiste dell’Africa subsahariana e via discorrendo. Essa presenta delle specificità che le attribuiscono una dimensione intrinsecamente – e si badi bene all’avverbio – politica: testo sacro dettato e non ispirato, increato al pari di Allah. È il Corano i cui margini esegetici sono conseguentemente ridottissimi, se non nulli. È la configurazione di un rigidissimo sistema giuridico, volto a regolare nel dettaglio la vita civile e politica in base ai precetti della Sharia con la corrispondenza del concetto di peccato con quello di reato e del concetto di nazione con quello di Umma, ossia la comunità dei credenti. La sottomissione ad Allah è precondizione irrinunciabile della pace.

Ebbene, sono i laici e non credenti i primi che dovrebbero avere l’onestà intellettuale di ammetterlo: in uno Stato laico sei libero di parlare come vuoi dei profeti e del Dio dei cristiani, anche di canzonarli e guai per la libertà se così non fosse. Ma lo stesso deve valere per Maometto e per Allah. Il rapporto tra lo Stato e la comunità islamica che in esso vive deve potersi fondare, senza ambiguità, sull’accettazione di un binomio fondamentale: il diritto è la libertà di culto. Sennò andiamo a “confessionalizzare” la società civile. E non si tratta di un problema che riguarda i musulmani in quanto individui, che per la stragrandissima maggioranza sono persone pacifiche, ma di un problema che riguarda l’Islam come dottrina e ideologia confessionale. La questione, perciò, va affrontata.

Si dirà che esiste anche un fondamentalismo cattolico. Certo, ma la differenza è che esso non diventa un fenomeno di tipo terroristico e militare. Ma alla fine che cosa ci impedisce di comprendere questa evidenza? Due fattori secondo me: come occidentali siamo, volenti o nolenti, influenzati culturalmente dal cristianesimo, una confessione fondata da un profeta che ha prescritto di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è Dio, ragion per cui tendiamo a credere che la religione sia qualcosa di intrinsecamente spirituale, che riguarda il rapporto che l’uomo ha con la trascendenza, e non importa se una tale concezione non è universalmente condivisa. La psico-polizia del politicamente corretto, per la quale tutto ciò che non è riconducibile alle tradizioni storiche e culturali del mondo occidentale deve essere esente da qualsivoglia critica pena le accuse di razzismo e di xenofobia. E qui direi che siamo nel campo della psicologia sociale, molto probabilmente la radice della paranoia va ricercata nell’inconscio senso di colpa che, come occidentali, ci portiamo appresso per il passato coloniale dell’Europa.

Devo dire, in tutta onestà, che sulla questione del fondamentalismo islamico il presidente francese Macron sta dimostrando di avere la schiena dritta. La sua proposta di legge, che sarà discussa a dicembre e prevede misure radicali volte a evitare la creazione di zone franche, sta suscitando l’indignazione dei benpensanti, progressisti a targhe alterne sul tema della laicità, per i quali la legge potrebbe fomentare islamofobia. Ma in che modo una legge inibente la deriva fondamentalista di una religione può avere ripercussioni sulle libertà civili, può causare odio religioso dato che lo combatte?

Per alcuni la proposta del presidente francese sa addirittura di razzismo. Rieccoci! Che cosa c’entra la razza – ammesso che tale parola possa significare qualcosa – dato che si sta parlando della lotta a un’ideologia oscurantistica di tipo confessionale? Dove sono le implicazioni razziali? È neppure si può parlare di attentato alla libertà di culto perché non mi pare proprio che Macron voglia ledere il principio «Venera pure Pallade Atena e credi nell’Olimpo, a me Stato francese non frega nulla, l’importante è che rispetti le leggi e la Costituzione della Repubblica». Anzi la Francia vuole tutelarla ancora di più la libertà di culto.

Sapete qual è il problema dei politicamente corretti? È che essi proprio non riescono ad accettare un dato di fatto: il loro utopistico mondo di marzapane non coincide con la realtà, una realtà in cui il terrorismo islamista non lo sradichi con i gessetti colorati fino a oggi puntualmente tirati fuori, e assurti a dei totem della fratellanza universale all’indomani di ogni attentato, ma con le leggi di uno Stato laico che non cala le brache.

* Dottore in Scienze Politiche
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