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È il coraggio delle idee, non il manicheismo a portare la pace

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Si può tranquillamente sostenere che per la coesistenza tra palestinesi e israeliani ha fatto più il presidente Trump che non il Nobel per la pace e suo predecessore alla Casa Bianca Barack Obama il quale, anzi, durante il suo mandato si distinse soprattutto per avere il bombardamento facile di Paesi sovrani come la Libia. Con tutti i guai che l’eliminazione, violenta e repentina, di Gheddafi ci sta procurando nel Mediterraneo
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Per la sua potenziale pericolosità, uno dei problemi di politica estera che Joe Biden dovrà affrontare non appena s’insedierà alla Casa Bianca sarà la questione palestinese-israeliana che, con un colpo di coda da fine mandato, il suo predecessore democratico, Barack Obama, lasciò in scottante eredità Trump, come quando si astenne sulla risoluzione 2334 dell’ONU del 23 dicembre 2016 che condannava gli insediamenti israeliani in Palestina. Nella circostanza il Washington Post, un quotidiano solitamente filo democratico, scrisse che votando quella risoluzione l’America si era unita ad un branco di nemici d’Israele, che arrivò a definire perfino “sciacalli”. Il Washington Post, però, come la maggior parte del giornalismo internazionale, specialmente quello italiano, che pure esprime, a parole, siffatte posizioni su Israele e ami ricordare, sempre a parole, il più grande abominio del Novecento, la Shoah, magari il giorno dopo riprende a dare addosso ad Israele, per qualsiasi cosa il suo democratico governo faccia per difendere la sicurezza dei suoi cittadini dagli attacchi dei palestinesi.

Ben vengano, dunque, i “Parchi della memoria” disseminati ormai in tutta Italia, gli spettacoli teatrali, le conferenze e i dibattiti sulla Shoah, purché s’inizi a contemperare, con concretezza e coraggio, la millenaria questione israelo-palestinese. E di coraggio ce ne vorrà tanto perché, per poter approcciare correttamente con il problema, bisogna partire da alcune verità che la vulgata politica corrente rifiuta di prendere in esame per convenienze ideologiche. È, infatti, anche la negazione della realtà a rendere complicato il raggiungimento della pace tra palestinesi e israeliani: una di queste realtà è che lungo le rive del Giordano gli “ospiti” non sono gli israeliani ma i palestinesi i quali accampano una primogenitura territoriale che storicamente non hanno. Difatti, pare di ricordare che come popolo-nazione, gli israeliti sono presenti nell’area contesa da almeno tremila anni, tant’è che Gerusalemme è stata la capitale sia del Regno di Giuda, che del Regno d’Israele fin dal X secolo a. C. . La storia inizia col capo tribù e patriarca Abramo, che guidò gli israeliti dalla Mesopotamia alla terra di Canaan. Come dire che al tempo della nascita d’Israele la Palestina come la intendiamo oggi non esisteva.

Il fatto poi che, a partire dal 607 a.C. inizi la diaspora con la cosiddetta cattività babilonese, una dispersione che si completa nel 70 a. C. con la distruzione del Tempio di Gerusalemme e la definitiva deportazione degli ebrei da parte dei romani, non significa che essi hanno perso il diritto di voler vivere sulla loro terra. Un diritto che si fa ascendere dalla volontà di Dio. E il richiamare l’Onnipotente a sostegno delle proprie azioni, anche di quelle peggiori, è purtroppo una costante dei popoli di quell’area, il che non fa che inasprire le ataviche tensioni esistenti tra lo Stato d’Israele, pur sempre l’unica democrazia di stampo occidentale in una galassia musulmana connotata da dittature militari e/o da regimi teocratici.

Sorvolando sugli sfracassi che hanno fatto in quell’area gli europei fino alla cosiddetta dichiarazione Balfour, con la quale nel 1917 l’Inghilterra dichiarò di voler realizzare un “focolare ebraico” in Palestina, una locuzione che in realtà significava tutto e niente, vediamo con onestà di mente come poi sono andate realmente le cose, dal momento che gli ebrei sparsi per il mondo iniziarono ad emigrare verso la Palestina alla spicciolata per far ritorno a quel focolare ebraico.

Ecco, se gli inglesi, imbattibili colonialisti, avessero posseduto un minimo di senso della prospettiva storica, invece di pensare unicamente ai giacimenti di petrolio presenti nei Paesi circostanti, forse il problema della difficile convivenza palestinese e israeliana avrebbe trovato una bilanciata soluzione politica e, anzi, forse non sarebbe neppure nato. Lasciando, come essi fecero, le cose nel limbo del detto/non detto, non soltanto non giovò alla convivenza dei due popoli ma, anzi, ne accrebbe la reciproca intolleranza, come nel caso di quei musulmani serbi, croati e arabi che nel corso della II Guerra Mondiale si arruolarono addirittura nelle SS naziste per poter contribuire alla “soluzione finale”, ovvero al genocidio degli ebrei. E su tali ribollenti precedenti, nel 1948, s’innestò la nascita ufficiale dello Stato d’Israele con tutto il corollario di guerre che ne seguirono.

È stata, a nostro parere, la mancanza di coraggio nel raccontare la storia, e non la decisione presa dall’amministrazione Trump nel 2017 di spostare l’ambasciata statunitense a Gerusalemme, a complicare le cose. È anche l’assenza di un minimo di onestà intellettuale nello spacciare per agnellini i palestinesi e per biechi oppressori gli israeliani a rendere ardua la convivenza dei due popoli, fingendo di non vedere come stanno realmente le cose. L’Unità Nazionale Palestinese che amministra appena quattro milioni e mezzo di abitanti, pur ricevendo ogni anno 11/12 miliardi di dollari per il proprio sviluppo da diversi organismi internazionali, è una delle entità statali più diseredate del mondo. Ciò perché la corruzione vi regna sovrana e i soldi vengono in buona parte utilizzati per finanziare il terrorismo e l’acquisto di armi da utilizzare contro Israele. Almeno fino ad oggi.

Ma anche in seno all’ONU sta avanzando un certo realismo sul problema palestinese, tant’è che quando è stata votata la risoluzione che, tanto per cambiare, condannava lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, ben 68 Paesi si sono dissociati dagli altri 128 votanti. E qualche anno dopo quella votazione alcuni importanti Paesi musulmani come gli Emirati e il Bahrein, grazie al “falco” Trump, hanno allacciato stabili relazioni diplomatiche con Israele. Questo fatto nuovo ha, in una certa misura, isolato i palestinesi nel mondo arabo e perciò – proprio in queste ore – essi hanno deciso di riavviare i negoziati con Israele interrotti lo scorso mese di maggio. Possiamo sostenere tranquillamente, dunque, che per la coesistenza tra palestinesi e israeliani ha fatto più Trump che non il Nobel per la pace e suo predecessore alla Casa Bianca Barack Obama il quale, anzi, durante il suo mandato si distinse soprattutto per avere il bombardamento facile di Paesi sovrani come la Libia. Con tutti i guai che la violenta e repentina eliminazione di Gheddafi ci sta procurando nel Mediterraneo.

È giusto anche ricordare che qualsiasi progresso sulla strada dei negoziati tra palestinesi e israeliani iniziò a Camp David, dove nel 1978 Israele aveva firmato un accordo di pace e di cooperazione con l’Egitto fino a quel momento suo principale nemico, e ad Oslo nel 1993 dove, mentore Bill Clinton, il leader palestinese Yasser Arafat e il premier israeliano Yitzhak Rabin siglarono un protocollo per l’avvio di un processo di pace tra i loro due popoli. Ebbene, i firmatari di quegli storici accordi furono dei leader che erano stati militari e anche “falchi” ma che, al momento opportuno, seppero divenire pragmatici e realisti.

Ad ennesima riprova del fatto che è il realismo che porta ai trattati di pace, che è il coraggio delle idee nuove e non il manicheismo politico a fare la storia ben sapendo che questo coraggio lo si può pagare con la vita, come avvenne per Sadat e per Rabin.

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