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Enrico Barone, un napoletano tra i grandi dell’economia

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enrico barone
L’ex Colonnello del Regio Esercito ed economista di vaglio, Enrico Barone, era stato sostenitore dei valori tipici del “capitalismo equilibrato”, teoria questa riconducibile a un socialismo adattato ai tempi. L’elaborazione di quella teoria fu così equilibrata che se ne servirono sia i fautori del liberismo, come Friedrich von Hayek, sia quelli del collettivismo, come Joseph Schumpeter

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Se ci sforzassimo di conoscere un po’ meglio quel microcosmo unico al mondo che è Napoli, vi scopriremmo uomini che hanno dato lustro all’Italia, anche in un campo dove si pensa che possano pascolare tutti eccetto gli estimatori di pizza e mandolino: il campo dell’economia. Infatti, in Italia vantiamo, oggi, molti economisti, la maggior parte dei quali non ne ha mai imbroccata una che fosse una eppure è molto rinomata, mentre nomi come Enrico Barone sono pressoché sconosciuti se non fosse per un libro scritto nel 2011 dal professor Giovanni Farese. Più modestamente al professore ci aggiungiamo noi che, però, non ci intendiamo di economia per cui la nostra disamina sullo specifico tema sarà piuttosto abborracciata, anche perché il nostro scopo è principalmente quello di ricordare un grande napoletano.

Nel 1859, mentre la Napoli dei vicoli era ancora in lutto per la morte di Ferdinando II, avvenuta nel mese di maggio, e quella delle zone alte esultante per la vittoria franco-piemontese a Solferino nel mese di giugno, il 22 dicembre venne alla luce Enrico Barone la cui vita, benché nato suddito dei Borbone ritenuti la negazione di Dio come governanti, si sarebbe snodata all’insegna di un’indipendenza culturale e di una vitalità speculativa di tipo cartesiano che i più pensano possano esistere soltanto ad altre latitudini.

Come molti protagonisti della classe dirigente post-risorgimentale, Enrico Barone formò le sue basi culturali e metodo di ricerca presso quella che, ancora oggi, è la più borbonica delle istituzioni italiane perfettamente funzionanti, la Scuola Militare della Nunziatella.

Votato, dunque, alla carriera militare vi profuse un innato talento matematico che, unito a un pensiero agile e moderno, avrebbe fatto di lui un militare, uno storico e un economista molto noto (e avversato) nel periodo a cavallo del Novecento. Nonostante quella sua fosse l’epoca in cui i gradi e gli scatti di carriera si ottenevano, per lo più, per meriti di classe, Enrico a 27 anni era già Capitano di Stato Maggiore e autore della raccolta Come operino i grandi eserciti. Ma la sua abitudine di inquadrare un problema in termini franchi e oggettivi anche a scapito del proprio tornaconto, nel 1906 lo indusse a rassegnare le dimissioni dal Regio Esercito col grado di Colonnello. Il casus belli fu la necessità, da lui pubblicamente sostenuta, di dovere fortificare la frontiera del Nord-Est, quella che segnava il confine tra l’Italia e l’Austria, ciò in disaccordo col Capo di Stato Maggiore Tancredi Saletta. All’epoca quando un militare o funzionario dello Stato faceva una pubblica dichiarazione in contrasto con quella dei propri superiori, poi non se ne veniva, come si fa oggi, con il solito «…sono stato frainteso»: si dimetteva punto e basta!

Bisogna anche dire che Saletta (che esprimeva la linea ufficiale del governo) non poteva dargli ragione neppure volendo perché l’Italia, trovandosi nella Triplice Alleanza assieme ad Austria e Germania, meditava di annettersi la Libia con l’appoggio delle due inedite alleate e, per tale motivo, non voleva irritarle con opere di fortificazione ai confini, come richiedeva Barone.

Enrico, peraltro, non condivideva neppure la scelta triplicista del governo perché convinto che l’Austria, alleanza o meno, prima o poi avrebbe scagliato un attacco preventivo contro l’Italia che, sebbene con meno enfasi rispetto al passato, non aveva rinunciato alle rivendicazioni sui territori italiani ancora nelle sue mani. Quanto fossero stati giusti i timori di Enrico Barone a riguardo, lo dimostrò il proposito, successivamente accertato, del feldmaresciallo austriaco Conrad, il quale, nel 1908, voleva attaccare l’Italia prostrata dal terremoto di Messina.

Del fatto che il Regio Esercito rinunciasse a un Ufficiale di tale valore se ne avvantaggiò il giornalismo e, soprattutto, la scienza dell’economia, campo in cui Barone si fece apprezzare anche all’estero, in particolar modo dal grande economista francese Lèon Walras e dall’italiano Vilfredo Pareto. Quest’ultimo lo stimava a tal punto come economista che, nel 1896, gli sottopose le bozze del suo Cours d’èconomie politique.

Fu, però, il saggio Il Ministro della produzione nello Stato Collettivista che diede a Enrico Barone grande notorietà, perché vi perfezionò la teoria dell’equilibrio economico abbozzata proprio da Walras e da Pareto. Nel saggio, infatti, provò a dimostrare che uno Stato moderno, se voleva ottenere il massimo della produzione e, allo stesso tempo, il benessere della classe operaia, non doveva sottovalutare fattori quali il salario, il profitto e l’indirizzo politico, principi validi ancora oggi e che, dal 1945 a oggi, la Sinistra e i sindacati hanno sempre ignorato col risultato di avere, il nostro Paese, il terzo debito pubblico più alto al mondo e una pessima legislazione sul lavoro.

In parole povere, Barone si fece sostenitore dei valori tipici di un “capitalismo temperato” che in fondo era soltanto una moderna interpretazione dell’idea socialista: la rielaborazione di quella teoria fu così equilibrata che se ne servirono sia i fautori del liberismo, come Friedrich von Hayek, sia quelli del collettivismo, come Joseph Schumpeter.

Enrico Barone si cimentò anche nel giornalismo quando fondò il periodico La Preparazione che, sotto la sua direzione, divenne un giornale che oggi definiremmo riformista. Scrissero per lui grandi uomini di penna come, per citarne uno, Luigi Pirandello.

Proprio da direttore di giornale Barone fece una delle poche analisi sbagliate della sua vita, ospitando sulle pagine del suo periodico un personaggio che avrebbe avuto un influsso nefasto sulla storia del nostro Paese, l’allora Capitano Pietro Badoglio, il quale andava scrivendo sulla validità della cavalleria in una guerra moderna. Non si rese conto il neo direttore – e questo fu il suo errore essendo stato Ufficiale di Stato Maggiore –  che quel Lord Cardigan in versione astigiana immaginava un futuro conflitto del XX secolo come una grande carica di Balaklava!

Nonostante il fatto che il suo schietto modo di affrontare i grandi temi dell’economia e della politica lo avesse reso antipatico a una classe dirigente provinciale e gretta, Enrico riuscì a ottenere la cattedra di Economia Politica e Scienze delle Finanze presso l’Università di Roma dove morì il 14 maggio del 1924.

In qualunque opera che tratti le dottrine che hanno influenzato l’economia moderna, troviamo sempre citati il nome e le idee di questo napoletano pressoché sconosciuto ai più, specialmente a quelli che avrebbero dovuto studiarne, religiosamente, le teorie prima di pronunciare minchionate come quella della moneta unica che ci avrebbe resi tutti più ricchi.

E, invece, col debito pubblico che ci ritroviamo, e senza la possibilità di poter svalutare o rivalutare la moneta per agevolare le esportazioni e inibire le importazioni, siamo diventati tutti più poveri, specialmente il ceto operaio e, fatto unico nella storia del progresso umano, è la prima volta che i figli sono più poveri dei genitori.

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