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Festa della Repubblica, il “nostro” 2 giugno

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La Repubblica che intendiamo ricordare tra qualche giorno è quella in cui un giovane disoccupato, un padre o una madre che perdono il posto di lavoro devono divenire un problema di tutta la comunità nazionale, e non soltanto dei diretti interessati, lasciati quasi sempre a combattere, in disperata solitudine, una battaglia che da soli non possono vincere

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Tra qualche giorno l’Italia riaffermerà, per la settantaseiesima volta, la missione che la sua millenaria civiltà le ha affidato e che l’avvenire dei suoi figli le ha imposto quando essi, a maggioranza, scelsero di riconoscersi in una Repubblica il 2 giugno del 1946.

Siccome le nostre istituzioni repubblicane non riescono a rinnovarsi con la rapidità che i tempi imporrebbero, all’approssimarsi della ricorrenza molti italiani iniziano a chiedersi se l’incrollabile fiducia nei destini del nostro Paese sia ben riposta o, piuttosto, non sia solo un’illusione.

Un’illusione la Repubblica?

Nella sua accezione latina, Repubblica significa cosa di tutto il popolo e per democrazia, i greci intendevano comando di popolo, ciò vuol dire che tra poco festeggeremo non un’astrazione giuridica ma un popolo in carne e ossa. Sì, perché la Repubblica non è un freddo monumento marmoreo da agghindare una volta l’anno, essa vive nei nostri genitori, nei nostri fratelli, nel sindaco, nel parroco, nei nostri problemi ed errori, nelle nostre sofferenze, nei nostri irrealizzati sogni, nei nostri progetti e – per quanto antinomico possa apparire – essa vive anche nei nostri santi morti. In altre parole, la Repubblica che abbiamo in mente noi fin dal 1946 è carne viva, vibrante e dolente allo stesso tempo: vibrante perché sospinta dagli eventi nazionali e internazionali verso il futuro, dolente perché ancora intrisa dei dolori che hanno costellato la strada che ci ha condotti fin qui.

Il brutto momento che stiamo attraversando, però, non giustifica le defezioni perché è nei momenti bui del Paese che dobbiamo saperci stringere intorno ai miti unificanti, e uno di essi è sicuramente la Repubblica. A riguardo, si dia una bella mossa anche la politica che, bisogna dirlo chiaramente almeno oggi, non sempre costituisce un fulgido esempio per noi amministrati.

Ma di là della retorica, ci crediamo ancora in questa celebrazione?

Dobbiamo crederci perché la Repubblica che abbiamo in mente noi è quella in cui ogni singolo cittadino conti quanto milioni di altri cittadini, e non sia soltanto un codice fiscale negli archivi dell’ufficio imposte.

La nostra Repubblica è quella in cui un giovane disoccupato, un padre o una madre che perdono il posto di lavoro devono divenire un problema di tutta la comunità nazionale, e non soltanto dei diretti interessati, lasciati quasi sempre a combattere, in disperata solitudine, una battaglia che da soli non possono vincere

La nostra Repubblica è quella in cui esista la libertà di scegliere e non la sua fotocopia… scegliere, è questo ciò che, in definitiva, dobbiamo pretendere di poter liberamente fare. Allora impariamo a batterci per tutte queste cose.

Il 2 giugno, dunque, è l’occasione ideale per iniziare a far sentire la nostra voce di cittadini stanchi e, per raggiungere tale scopo, siamo ancora in quella fase dove, per realizzare il progetto sul quale nacque la nostra Repubblica, non v’è bisogno di armi, di violenza o di rumorosi cortei, ma di gesti simbolici e semplici.

Quali ad esempio?

Uno sarebbe quello di festeggiare questo giorno con un’autentica partecipazione popolare, con musiche e fuochi d’artificio come avviene negli Usa e in Francia; un altro potrebbe essere l’andare a rispolverare la nostra Costituzione; un altro ancora appendere alla finestra di ogni casa il santo Tricolore.

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