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Frank Martinelli da New York, perché vincerà ancora Trump

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Secondo il nostro intervistato dagli Stati Uniti, nonostante l’approccio per niente diplomatico, l’attuale inquilino della Casa Bianca, pur abituato ad affrontare i problemi a muso duro, è stato così forte da ottenere risultati concreti in molti campi, così saggio da non forzare mai la mano in politica estera e militare, per di più si sta impegnando concretamente a far da paciere e mediatore con due Stati da sempre in lotta tra loro, come Israele e la Palestina. Anzi, secondo Frank Martinelli, gli anni del predecessore di Trump, Obama, non sono stati i migliori per l’America
– Enzo Ciaraffa – 

Grazie alle foto e agli stimoli delle notizie di prima mano che ogni tanto invii al nostro blog, caro Frank Martinelli, abbiamo iniziato a interessarci della politica americana e, soprattutto, di quell’anomalia politica rispondente al nome di Donald Trump il quale, almeno per adesso, l’ha avuta vinta sul sistema mediatico, sull’intellighenzia e sul partito democratico. Ma questo discorso lo riprenderemo dopo, adesso vorrei farti qualche domanda di presentazione per i frequentatori del nostro blog: quando sei arrivato in America e che cosa ti ha spinto ad andare.
Dopo diversi viaggi effettuati tra il 2004 ed il 2009 ho dovuto mettere su di una bilancia le prospettive che mi offriva l’America e quelle che avevo in Italia. Ma ciò che, alla fine, mi fece prendere la decisione di varcare l’Atlantico non fu tanto la necessità di un lavoro perché il lavoro – come lei sa essendo all’epoca il mio Comandante militare – non mi mancava, la mia fu semplicemente quella voglia pioneristica di mettermi in gioco in una terra che non era la mia ma che, ancora oggi, è capace di offrire opportunità a tutti, dov’è facile inventarsi e inventare.

Hai avuto difficoltà ad inseriti, adesso sei semplicemente un immigrato italiano o un americano a pieno titolo.
Non ho mai avuto difficoltà di nessun genere ad adattarmi, sia a livello lavorativo che a livello sociale, e non mi sono mai sentito un immigrato ma, piuttosto, un americano con il sangue tricolore.

Quanti figli avete tu e Sheila che, a giudicare dal cognome, Guarnera, deve avere anch’essa origini italiane.
Abbiamo due bambini Dylan di 10 anni e Davide di 4, entrambi nati qui, perciò cerchiamo di farli crescere con i principi e la cultura del nostro bel Paese di origine ma anche con i valori americani. Sì, Sheila è nata a Brooklyn ma da genitori venuti da Palermo.

Lavorate entrambi, la casa dove vivete è vostra.
Sì, lavoriamo entrambi, io in una società che si occupa di lavori green come il giardinaggio e altre connesse attività, mia moglie è manager in un negozio di prodotti italiani a Staten Island NY. Purtroppo la casa dove abitiamo non è nostra …  comprare oggi una casa a New York è roba per ricchi e per Cinesi, un aspetto questo che, senza nessuna venatura razziste, potremmo in futuro approfondire. Il fatto è che, dopo la crisi economica le banche, che hanno perso milioni di dollari per muti facilmente concessi e mai riscossi, hanno chiuso i rubinetti del credito sicché, per poter comprare una casa, tra i tanti requisiti richiesti per ottenere un mutuo, è necessario possedere una somma – anticipo del 20% sul valore della casa e, perciò, abbiamo difficoltà a mettere insieme l’anticipo occorrente per l’acquisto di una casa a New York che, di base, parte da un costo di 650.000 dollari in su.

Vi impensieriscono il coronavirus – visto che vivete in simbiosi con Chinatown –  e le conseguenti difficoltà di Wall Street.
No, ho fiducia nell’efficienza della sanità e dei controlli che vengono fatti ogni giorno con una certa attendibilità; in merito vi sono anche precise regole profilattiche da osservare. Di Borse non m’intendo, ma penso che le perdite di questi giorni saranno riassorbite in breve tempo… anche questa, mi pare di capire, è una regola non scritta in certi casi.

E gli americani le osservano queste regole.
Vede, l’America non è quel Paese dove se sbagli la puoi passare liscia, qui chi sbaglia paga perché non si guarda in faccia a nessuno, qui c’è meritocrazia, diritti e doveri, molto chiari ed operanti. Il coronavirus emotivamente ci ha colpiti un po’ tutti, anche se in America lo stiamo affrontando senza isterismi e senza nessun pregiudizio nei confronti della comunità cinese.

Insomma siete la classica famiglia della middle class, quella che fino al 2016 non se la passava molto bene. Ritieni che con Donald Trump alla Casa Bianca le vostre condizioni e quelle del ceto medio americano siano migliorate. Come la vedi la promessa presidenziale di tagliare le tasse alle classi medie.
Sì, in effetti gli anni di Obama non sono stati i migliori, anzi direi che l’involontario fautore delle discriminazioni tra americani bianchi, neri e di altre razze sia stato proprio lui con la sua politica populista (lui sì che era un vero populista!) e quelle riforme che non hanno aiutato la crescita perché hanno “appesantito” la spesa e aumentato di molto l’assistenzialismo senza, però, creare lavoro. Trump, invece, non è un politico di mestiere, non è legato a nessuna lobby e nei suoi modi rudi, da cow boy, incarna lo spirito verace dell’americano, quello che vuol lavorare pensando al suo Paese come potenza economica e militare che, nel bene e nel male, sia un punto di riferimento per tutto il mondo libero. Ecco, l’americano medio vorrebbe poter rivivere quello splendore economico del dopoguerra senza scendere a compromessi politici od a ricatti da parte di altri Stati.
Per quanto ne possa capire io, sotto la presidenza di Trump l’economia, così come i posti di lavoro, sta crescendo è il popolo medio si sente più forte, più protetto. Da veterano del business Donald Trump sa esattamente che cosa ci vuole per risollevare l’economia americana, anche se il ceto sociale più basso non lo accetta in quanto si sentiva più tutelato dalla politica assistenziale dei democratici. Questo ceto più sfortunato è costituito prevalentemente da quei cittadini che sotto il presidente Obama fruivano del welfare, dell’assistenza da parte dello Stato ma, contrariamente a quanto avviene in Italia, negli Stati Uniti non v’è niente che sia ritenuto più odioso del vivere a spese della comunità se ciò non indispensabile.
A questo taglio di spesa operato da Trump si è aggiunto anche il taglio delle tasse per piccoli e medi imprenditori, una boccata d’ossigeno che ha incentivato questi ultimi ad investire: il paradosso è che, pur essendoci oggi tanto lavoro, manca la manovalanza. Anche la riforma in materia d’immigrazione è vista dai democratici come una specie di catastrofe mentre, secondo me, essa ha dato la possibilità a chi non lavorava e percepiva un sussidio di poter finalmente lavorare e non gravare più sui contribuenti.

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Di là della crudezza di una lotta politica che può essere anche normale in una democrazia consolidata come quella americana, non si capisce perché il partito democratico è sempre lancia in resta contro il presidente le cui politiche hanno portato a dei risultati che, pare di capire dalle tue parole, sono oggettivamente positivi nel campo economico, industriale e occupazionale. A che cosa è dovuta, secondo te, questa avversione viscerale dei democratici contro Trump.
I democratici cercano semplicemente di screditare il loro avversario politico e, perciò, conducono spesso azioni da kamikaze (vedasi il tentativo di impeachment) nella cui riuscita probabilmente non credono neppure loro. In questi ultimi mesi poi, dopo le figuracce dei vari Pelosi, Cuomo e Di Blasio, essi non sanno più dove sbattere la testa e continuano a infilare un errore appresso all’altro. A maggior ragione dopo le ultime riforme dello Stato di New York del governatore Cuomo, la Bail reform law, la patente agli immigrati irregolari e simili: insomma i democratici hanno deciso di suicidarsi politicamente! In questo modo di fare rivedo il Partito Democratico italiano quando, sotto la guida di Matteo Renzi e della sua magica squadra, provocò un disastro politico di consensi dal quale il partito non si è ancora del tutto ripreso.

La sensazione dall’Italia è che per i democratici americani, a prescindere da ogni valutazione, non va bene mai niente di ciò che fa l’attuale presidente, neppure quando i risultati positivi del suo operato sono sotto gli occhi di tutti, si toccano con mano e sono utili a tutta la comunità nazionale.
Fare politica è un mestiere anche in America, quindi il più delle volte i politici cercano di mantenersi “il lavoro” ad ogni costo, mentre Trump – ed è questa la sua vera forza –  non ha bisogno di quel posto di lavoro, perciò può fare e dire tutto ciò che ritiene utile per gli interessi americani senza nessun compromesso, senza avvertire fino allo spasimo la necessità del consenso internazionale. È successo qualcosa quando ha preso a muso duro l’Iran – Stato canaglia, o la Francia del supponente Macron, o la Corea del Nord e il Messico? Sì, qualcosa è successo: dopo le calate di braghe di Obama gli avversari dell’America sono diventati tutti più ragionevoli!

Che ne dici del gesto della speaker democratica alla Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi che, lo scorso 4 febbraio al Congresso, ha platealmente stracciato il foglio riportante l’intervento del presidente sullo stato dell’Unione. Alcuni organi di stampa hanno parlato di sgarbo istituzionale riferito al fatto che, nella circostanza, Trump si è rifiutato di stringere la mano a colei che voleva inchiodarlo, a tutti i costi, alla croce dell’impeachment. Che cosa ne pensi tu sull’accaduto.
Trump ha fatto certamente un gesto poco educato a rifiutare la sua stretta di mano anche se, dopo tutto quello che gli ha scagliato contro, la signora Pelosi doveva aspettarselo. Ma il Tycoon è fatto così, anche se dei suoi modi franchi non importa molto agli elettori. Comunque sia, col suo plateale e stizzito gesto, la speaker della Camera non si è resa conto del favore che stava facendo alla campagna elettorale del suo avversario politico.

Di là di quanto dicono i media, secondo te l’elettore americano come vede questo particolare momento storico, o meglio come vede se stesso e, soprattutto, come vede l’America.
L’americano medio non si lascia abbindolare facilmente dalle chiacchere dei politici, qui si guarda ai contenuti, alla concretezza delle riforme e ai risultati utili. Contrariamente a quanto avveniva un tempo nella nostra cara Italia, in America sono rare le manifestazioni di massa pro o contro il partito al governo perché quando vogliamo farlo, esprimiamo il nostro dissenso tramite i Council man dei distretti. In quel caso avviene che il governo ne prende atto e rivede e/o modifica alcune proposte di legge. Diciamo pure che, dopo i tangibili risultati di questi ultimi quattro anni come riforme lavoro, tasse, il cittadino medio si sente più forte perché il presidente, anche se in maniera a volte poco ortodossa, ha messo al primo posto della sua agenda politica il popolo. È stato, infatti, dopo avere ascoltato il popolo (e non quelle élites che lo odiano…) che Trump ha realizzato le riforme e le leggi per rafforzare l’economia, anche battendo i pugni sul tavolo contro quei Paesi che fino a ieri avevano trovato molto acquiescenti i precedenti inquilini della Casa Bianca sulla questione dei dazi. Tuttavia, nonostante il suo approccio poco diplomatico, il presidente è stato così saggio da non forzare mai la mano in politica estera e militare, anzi, si sta impegnando a far da paciere e mediatore con due Stati da sempre in lotta, come Israele e la Palestina.

Secondo te che vivendo a New York, la città che non dorme mai, conosci meglio di noi italiani l’orientamento politico popolare, a novembre Trump riceverà dagli americani un altro contratto di affitto quadriennale per la Casa Bianca.
Per quanto riguarda New York, mi risulta che Donald Trump abbia il consenso di 8 persone su 10. Non è così, però, negli Stati dove è forte la presenza d’immigrati recenti, di cittadini di colore e/o di forti comunità asiatiche che, com’è intuibile, si sentivano maggiormente tutelati dalle riforme di Obama di welfare e sanità. Queste categorie sotto il precedente presidente democratico, potevano, infatti, contare su di un reddito statale … un po’ come il reddito di cittadinanza italiano, ma pensato in modo più serio e funzionale.

Perché, secondo te, i democratici americani così come quelli d’Italia, un tempo si potevano definire di “sinistra” e ora, invece, si sono ridotti a fare i difensori del peggior sistema di potere globalizzato che mente umana potesse inventarsi.
I democratici americani, politicamente parlando, farebbero di tutto pur di ritornare al potere e questo “di tutto”, in linea di principio, è sbagliato perché alla fine dei conti apparteniamo tutti allo stesso Paese e, perciò, dovremmo tutti volere il meglio per esso, anche se con strumenti diversi a seconda della visione politica di ognuno di noi.

Ti ringrazio, Frank per averci illuminati col tuo punto di vista su quanto sta accadendo negli States in vista delle prossime elezioni presidenziali, e volendo chiudere questa intervista con un pensiero finale a chi lo dedicheresti.
Il mio primo pensiero lo dedico a quei ragazzi che continuano a credere in se stessi, nei loro sogni ed ideali, e a loro dico: «Non abbiate paura del futuro, leggete, studiate, girate il mondo e fate tesoro di tutto quanto vedete e ascoltate. Soprattutto non abbiate paura di mettervi in gioco senza, però, farvi mettere i piedi sulla testa, senza umilianti compromessi».
Vorrei dedicare, poi, un pensiero alla mia famiglia di Palermo che, anche se lontana geograficamente, ci sta sempre vicina al cuore, e anche a un’altra grande famiglia, i fratelli d’arme del mitico 33° Reggimento Misto di Manovra “Ambrosiano” di Solbiate Olona. Un caro abbraccio, infine, a coloro che in Italia, in queste ore, stanno combattendo la loro battaglia contro il coronavirus.

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