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Genova e Napoli, estremi che si toccano

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Il pompaggio mediatico dell’episodio dei poliziotti genovesi che hanno solidarizzato con i dimostranti e la mancata attribuzione della zona rossa alla Campania in piena crisi pandemica obbediscono allo stesso fine: non creare problemi al governo col raccontare semplicemente la verità. E la verità è che, prima o poi, le forze dell’ordine faranno causa comune con le piazze piuttosto che menare manganellate, e la Campania non è diventata ancora zona rossa soltanto perché il governo non vuole irritare la camorra, la quale non vede l’ora di organizzarvi una bella rivolta popolare
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Dopo le minacce di dismettere l’ex Ilva e di mandare venticinquemila lavoratori complessivi in mezzo alla strada, la dirigenza indiana di Arcelor Mittal è in procinto di licenziare un’aliquota di lavoratori dello stabilimento di Genova, sicché ieri le maestranze di quello stabilimento e di altri stabilimenti della zona hanno sfilato per il centro cittadino con un corteo organizzato dalla Fiom, al grido di “Il governo dov’è?”. È più o meno dove lo lasciammo con la vignetta di Donato Tesauro nell’articolo del 7 novembre 2019.

Genova e Napoli

Ritornando a noi, quando la manifestazione operaia di Genova è arrivata sotto la Prefettura protetta da un Reparto Mobile della Polizia, si sono avuti momenti di tensione che, per fortuna, si sono subito stemperati quando i poliziotti, aderendo ad una richiesta dei dimostranti, si sono tolti il casco in segno di rispetto per le ragioni dei lavoratori. Almeno così ha assicurato il sindacato di Polizia Silp-Cgil sulla propria pagina Facebook.

Ebbene, dopo l’esibizione dei pettorali dello scorso mese di novembre quando, con fiero piglio, il premier Conte si recò presso la sede centrale di Taranto a negoziare con i vertici di Arcelor Mittal, che da tempo ha intenzione di abbandonare l’ex Ilva al proprio destino, sono arrivate quelle dei ministri Patuanelli e Cataldo che, in stile prima repubblica, hanno convocato le organizzazioni sindacali per discutere della vicenda. Come se un anno non fosse già passato in inutili discussioni.

Ma ormai in questo Paese tutto deve obbedire alla medesima regia dei media e della classe politica, tesa a travisare la realtà se essa non è favorevole al governo: mezze verità perfino sulla pandemia, edulcorazione dei fatti, ribaltamento di morale e valori, negazione dell’evidenza, sono diventate le armi con le quali il “potere” tiene in ostaggio sessanta milioni di italiani. A tal proposito il giornalismo ha raggiunto il livello più basso della sua già non esaltante parabola, laddove un giornalista di lungo corso come Paolo Mieli si è addirittura professato estimatore della peggiore jattura che possa capitare alla libera informazione: la censura.

Perché ricordiamo questo? Perché il pompaggio mediatico dell’episodio dei poliziotti genovesi, che in buona sostanza hanno solidarizzato con i dimostranti, e la mancata attribuzione della zona rossa alla Campania in piena crisi pandemica, obbediscono allo stesso fine: non creare problemi al governo col raccontare semplicemente la verità. E la verità è che, prima o poi, le forze dell’ordine faranno causa comune con le piazze piuttosto che menare manganellate a gente disperata, e la Campania non è zona rossa soltanto perché il governo non vuole irritare la camorra, la quale non vede l’ora di organizzarvi una bella rivolta popolare che, partendo da Napoli, per induzione chissà dove arriverebbe.

Questa è la verità che nessuno vuole raccontare, meno che mai questa opposizione di centrodestra che, già modesta di suo, non ha la minima idea di come proporsi agli italiani per un progetto politico alternativo ad una banda di pellegrini che, per citare Lord Gladstone, «È la negazione di Dio eretta a sistema di governo».

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