LOADING

Type to search

Top News

Ho bussato alla porta dei miei malati …

Share
malati
Un medico di base rivela che, dal caso più semplice al più complicato, ha curato alcuni malati a casa, bussando alla loro porta quando occorreva e facendo, ogni giorno, il bollettino sanitario di coloro che aveva in cura: su 1600 mutuati quelli che ha dovuto ricoverare si contano sulle dita di una mano. Peraltro, sostiene la dottoressa, inviare un paziente in ospedale al primo colpo di tosse, senza che vi siano le condizioni cliniche obiettive per poter pensare al peggio, non aiuta a prevenire il contagio ma, anzi, peggiora la situazione generale perché fa aumentare il rischio nosocomiale
– *Maria Angela Buttiglieri –

Ad un anno dall’inizio della pandemia siamo allo stato di partenza: alla Sanità c’è lo stesso ministro, stessa chiusura alternata delle regioni, il solito stop and go ai negozi, ragazzi rinserrati in casa mentre avrebbero bisogno di sole e di connessioni sociali dal vivo, lezioni scolastiche a distanza, la famigerata Dad, stesse incertezze normative e le paure di un anno fa, con l’aggiunta di un’infinità di malati e oltre 100.000 morti. Quest’ultimo dato, poi, diventa allucinante se pensiamo che la II Guerra Mondiale, che durò cinque anni, fece “soltanto” 153.000 vittime civili.

Eppure siamo alla terza ondata dell’epidemia da Covid-19 e si continua tranquillamente a parlare di emergenza. Ebbene, essere in emergenza significa trovarsi in una situazione di difficoltà improvvisa e, perciò, non prevedibile. Questo vuol dire che nel caso della pandemia in atto si poteva invocare l’emergenza un anno fa, oggi, dopo un anno e un’ecatombe d’italiani, possiamo soltanto parlare d’imprevidenza e – a volere essere buoni – di sconsiderata leggerezza.

Un esempio: mentre le persone morivano a migliaia nelle terapie intensive, assieme a centinaia di sanitari che tentavano di curarle, spesso a mani nude, il ministro della salute trovava il tempo per scrivere un libro! L’elemento comico della faccenda, se non fosse tragica, è che il libro del ministro era titolato “Perché guariremo” e fu posto in commercio ad ottobre scorso, proprio quando il Covid- 19 aveva gagliardamente ripreso a mietere altre vittime. Per ovvie ragioni la permanenza nelle librerie di cotanta opera durò poche ore, perché fu subito ritirata, immagino per ragioni di decenza e di tardivo senso del ridicolo.

Ecco questo ministro, che non è neppure medico, doveva, e dovrebbe, occuparsi della salute degli italiani nel corso della peste del terzo millennio dove, già in condizioni normali, la scienza non lo riterrebbe titolato neppure a somministrare un cucchiaino di vermicida al barboncino di casa. Perché, poi, Draghi lo abbia lasciato al suo posto dopo aver licenziato Arcuri e il capo della Protezione Civile per me resta tutt’oggi un mistero.

Eppure in questo anno lunghissimo, mentre si preparavano i vaccini, potevamo previsionalmente, come si fa in guerra, aumentare i posti di ricovero dei malati con annessi servizi diagnostici, in qualsiasi modo e in qualsiasi posto, come ha fatto la Regione Lombardia con l’ospedale in fiera. Potevamo anche soltanto copiare dai quei reparti militari, come la base Nato di Solbiate Olona per fare un esempio a noi vicino, che già da novembre scorso, assieme alla Regione Lombardia, si è organizzata come hub per tamponi e selezionamento dei ricoveri dei malati. Ma iniziative del genere il governo più a sinistra della storia d’Italia, quello dell’ultimo Conte, non le avrebbe mai prese perché l’antimilitarismo a prescindere è nel Dna della Sinistra: meglio affidarsi alle primule di Arcuri che non sono servite a niente, se non a buttare un po’ di milioni di euro. Col risultato che la campagna di vaccinazione ancora non è partita del tutto per mancanza di vaccini, con l’aggravante che mentre scrivo l’Agenzia Italiana del Farmaco ha esteso a tutto il territorio nazionale, in via precauzionale, il divieto di utilizzo del vaccino AstraZeneca dopo la morte di alcuni vaccinati per cause ancora da indagare.

E pensare che in un anno avremmo avuto il tempo di rafforzare le difese contro il coronavirus, anche per il tramite della medicina del territorio grazie ai medici di medicina generale che avrebbero potuto assistere e curare, dove possibile, i loro pazienti malati più di quando non abbiano già fatto senza spedalizzarli. Se qualcuno, poi, avesse pensato a un protocollo di terapia a riguardo, nel quale i grandi guru della scienza, anziché andare sempre in televisione a dire tutto ed il contrario di tutto, avrebbero potuto – bontà loro – inserire le osservazioni cliniche sulla base di esami autoptici, invece di dare il via libera alla cremazione delle salme. Eppure, costoro avrebbero dovuto saperlo: per un medico non v’è niente di più parlante di un’autopsia. E invece si è preferito seguire la via più facile del “Al rogo le salme e tutti chiusi in casa!”. Ma per elaborare una tale strategia bastava anche soltanto la sciura Maria… .

Cosi, alla fine di questa guerra che come tutte le guerre finirà prima o poi, la nostra medicina non avrà capitalizzato niente, non avrà imparato niente e continueremo a dipendere dalle ricerche altrui.

La mia fortuna di medico di base, se così possiamo definirla, è stata la pregressa esperienza maturata come chirurgo, come anestesista-rianimatore e ancora come direttore medico di alcune realtà ospedaliere. Questo mi ha permesso di curare, dal caso più semplice al più complicato, i miei malati presso il loro domicilio, bussando alla loro porta quando occorreva, facendo ogni giorno il bollettino sanitario di coloro che curavo: su 1600 mutuati quelli che ho dovuto ricoverare si contano sulle dita di una mano. Beninteso che non sono stata il solo medico a regolarsi così, nonostante la mancanza di direttive che erano certamente necessarie dal punto di vista operativo ma non sotto il profilo etico che è sempre lo stesso da duemila anni: salvare le vite! Peraltro, inviare un paziente in ospedale al primo colpo di tosse, senza che vi siano le condizioni cliniche obiettive per poter pensare al peggio, non aiuta a prevenire il contagio ma, anzi, peggiora la situazione generale perché fa aumentare il rischio nosocomiale.

A questo punto c’è soltanto da sperare che la campagna vaccinale prosegua secondo il ruolino di marcia fissato dal nuovo commissario all’emergenza fidando che il popolo italiano non perda la pazienza e, dopo questa brutta esperienza, abbia le idee un po’ più chiare sul significato di classe dirigente.

* Specialista in anestesia, rianimazione, igiene e medicina preventiva; responsabile di FdI del dipartimento salute della Lombardia e consigliere comunale a Busto Arsizio.
Tags:

Leave a Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Next Up