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I faraoni e le contraddizioni dell’Egitto

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Nonostante la calma in superficie, l’integralismo religioso strisciante ha conquistato la maggioranza della società egiziana tant’è che, se oggi si svolgessero elezioni politiche veramente libere, gli integralisti conquisterebbero il potere assoluto, innescando così l’esplosione a tempo di un’altra polveriera in un Paese che, nonostante la narrazione ufficiale, pur avendo una marcata identità religiosa non ha anche una marcata identità nazionale e neppure una forte integrazione culturale per tutta una serie di contraddizioni storiche, politiche e religiose
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Ieri la città del Cairo ha visto una parata di faraoni e faraone come mai se n’erano viste in Egitto nella sua storia ultra millenaria: la “Pharaoh’s’ Golden Parade”. Ebbene, durante questa maestosa sfilata di auto dorate, ventidue mummie reali – 18 re e 4 regine – sono state trasferite dal Museo Egizio al Museo Nazionale. Riportiamo questa notizia, non per indugiare sulla superstizione secondo la quale chi viola la tomba dei faraoni è fatalmente destinato a morire prematuramente, per soffermarci sul fatto che l’esaltazione delle radici faraoniche (una civiltà idolatra) dell’Egitto non ha portato mai bene ai suoi autocrati: essi sono i rappresentanti ufficiali di una religione monoteista (nemica l’idolatria) che trova unicamente nel Corano ispirazione e guida, molto spesso con effetti dirompenti perché questo sacro testo non è tenero con gli idolatri.

Nel 1978, quando il resto del mondo arabo ruppe i rapporti con l’Egitto a seguito degli accordi di Camp David con gli israeliani, il presidente Anwar Sadat pensò di creare un diversivo per l’opinione pubblica egiziana e per la potente congrega islamica dei Fratelli Musulmani, che quell’accordo non volevano, ricorrendo all’inopinata esaltazione delle radici faraoniche del Paese. Ma un tale tentativo era destinato a fallire in partenza perché proprio Sadat, quando salì al potere, per neutralizzare i dirigenti nasseriani di orientamento comunista non esitò a risvegliare il sopito mito dell’Islam per poi metterlo da parte quando non gli servì più. Anzi, si può dire che, una volta imbrodatosi con la questione palestinese, fu proprio quel tentativo di “ruffianeria storica” di Sadat a provocare un’involuzione straordinaria in Egitto, tant’è che furono gli stessi integralisti della congrega dei Fratelli Musulmani ad assassinarlo.

Il successore di Sadat, Hosni Mubarak, commise il suo stesso errore quando, abbandonate le velleità faraoniche, pensò di tenere a bada gli integralisti puntando sull’identità araba, anticamera del panislamismo, non capendo che nella società egiziana era in corso uno strisciante conflitto religioso tra laici e teocratici, tra fautori dello Stato di diritto e quelli dello Stato islamico, tra gli islamisti che si riconoscevano in quella specie di papato sunnita che era diventata la moschea di Al-Azhar e i militari garanzia di laicità dello Stato. Alla fine furono i militari ad avere partita vinta perché, dopo la deposizione del presidente eletto Mohammed Morsi, il generale Abdel Fattah al-Sisi diventò il quinto capo di Stato egiziano dei quali uno soltanto di essi espressione di libere elezioni.

Per questa ragione, nonostante la calma in superficie, l’integralismo strisciante ha da tempo conquistato la maggioranza della società egiziana tant’è che, se oggi si svolgessero delle elezioni politiche veramente libere, gli integralisti conquisterebbero il potere assoluto, innescando così l’esplosione a tempo di un’altra polveriera. E ciò in un Paese che, nonostante la narrazione ufficiale, pur avendo una marcata identità religiosa non ha anche una marcata identità nazionale e neppure una forte integrazione culturale e questo per tutta una serie di contraddizioni storiche. Ne accenniamo qualcuna.

Per ben dodici secoli, da quando Amr ibn al-Asloconquistò nel 641 d.C. e fino all’avvento al potere nel 1805 di Mohammad Alì, l’ufficiale albanese che fondò il moderno Stato egiziano, in Egitto prevalse, incontrastata, l’identità islamica. Mohammad Alì, iniziatore della dinastia che governerà l’Egitto fino al 1952, fu l’emblema di una complessa e contraddittoria identità nazionale: fu islamico perché continuò a riconoscere formalmente l’autorità del califfato ottomano dal quale all’epoca dipendeva l’Egitto; fu «nazionalista», perché di fatto restituì al Paese la sua indipendenza e fondò il primo Stato egiziano sovrano dall’epoca dei faraoni; fu «modernista» perché si aprì ai valori ed alla tecnologia occidentale.

Ma le contraddizioni di Mohammad Alì non erano molto diverse da quelle degli altri leader egiziani che lo seguiranno, perché – anche agli albori del terzo millennio – chi governa lo Stato musulmano è obbligato a realizzare i precetti del Corano, un testo sacro che vede il mondo come lo vedeva Maometto nel VII secolo dopo Cristo, sennò, prima o poi, si scontrerà con gli integralisti i quali, non si fecero irretire né dall’islamismo in doppio petto di Sadat, né dal mito dell’identità araba di Mubarak. Figuriamoci dal faraonismo.

Ecco perché riteniamo che la pomposa “Pharaoh’s’ Golden Parade” di ieri al Cairo non sia stata la migliore idea del Generale al-Sisi: è stato come agitare il drappo rosso in faccia al toro.

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