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I nostri veterani, militi ignoti viventi

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A proposito del personale militare fuori dai ranghi per qualsivoglia ragione che non sia la cattiva condotta, anche in Italia si è iniziato a muovere qualcosa grazie a Francesco Cosimato e a Mauro Arnò. Questi due alti ufficiali in pensione, infatti, hanno cominciato a porre il problema della mobilità sociale delle forze armate, ovvero il reinserimento nella società civile e nel mondo del lavoro dei militari in pensione o congedati anzitempo per riduzione dei Quadri
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Con i veterani delle nostre forze armate non possiamo certamente fare come nell’antica Roma dove, a partire dal tempo di Giulio Cesare, i legionari che venivano congedati al termine di una honesta missio, oppure quelli che avevano riportato gravi menomazioni in combattimento, ricevevano dallo Stato un appezzamento di terra nelle colonie, l’agraria missio. Posto che di colonie non ne abbiamo più, che gli uzzoli guerrieri li seppellimmo definitivamente nel 1945 e che i tempi sono irrimediabilmente cambiati, v’è da domandarsi se tra l’agraria missio dei romani e il nulla di oggi non si possa ricercare una via di mezzo.

Attualmente i nostri veterani militari, quando cessano un onorevole periodo di servizio o vanno definitivamente in pensione, diventano un mero problema contabile dell’Inps e, sovente, per le Commissioni mediche ospedaliere militari che, in quanto a tempestività, equità ed efficienza non sono proprio additabili a modello.

Qualcuno a Roma si affretterà a precisare che pure noi abbiamo un Centro Veterani nel dicastero della Difesa ma, per capire quanto poco questo organismo sia utile al personale fuori dai ranghi, andiamo all’apposito sito che preliminarmente precisa: “…nasce per offrire un supporto globale ai militari vittime di traumi fisici e psichici inabilitanti e ai loro familiari”. Come dire che la Difesa, dopo aver utilizzato le migliori energie fisiche e intellettuali dei veterani, per un periodo che in media va dai diciotto ai sessant’anni, si occupa di loro quando sono già con un piede nella fossa. Per carità, meglio che niente, ma il sistema che hanno in mente i due personaggi qualificati che più avanti vi presenteremo, vuole occuparsi dei veterani dal momento in cui dismettono l’uniforme, possibilmente da quando stanno bene in salute.

Giusto per avere dei termini di paragone in proposito, andiamo a vedere come trattano i loro veterani Paesi avanzati come la Gran Bretagna, gli Usa e il Canada.

Ebbene, in Gran Bretagna la Royal British Legion – Rbl è un’organizzazione di beneficenza che fornisce supporto finanziario, sociale ed emotivo ai membri in servizio e ai veterani delle forze armate, alle loro famiglie e alle persone che essi hanno a carico a qualsiasi titolo.

Negli Stati Uniti, invece, il Dipartimento degli affari dei veterani, ovvero lo United States Department of veterans affairs si occupa degli ex-combattenti delle forze armate sotto ogni punto di vista, non appena questi escono dai ranghi.

In Canada il Veterans affairs è un dipartimento all’interno del governo (quindi supervisiona direttamente il governo!) che si occupa delle pensioni  e dei benefici per veterani e militari in servizio, con le loro famiglie.

Come s’intuisce, questi istituti si occupano dei militari congedati e in servizio sempre, non soltanto quando stanno male e, fatto ancora abbastanza insolito dalle nostre parti, si occupano anche delle loro famiglie, dal momento che esse condividono per tutta la vita i disagi della condizione militare dei loro congiunti come assenze, orari impossibili, trasferimenti continui e tanti servizi all’estero. 

Per fortuna anche in Italia è iniziato a muoversi qualcosa grazie a due personaggi, già noti agli amici di questo blog: i generali in pensione Francesco Cosimato e Mauro Arnò. Questi due alti ufficiali, infatti, hanno iniziato a porsi il problema della mobilità sociale degli appartenenti alle forze armate, ovvero il reinserimento dei militari congedati senza demerito nella società civile e nel mondo del lavoro.

Lo scopo dei due generali è, parole loro, quello di “…sensibilizzare l’opinione pubblica circa le possibilità del personale delle forze armate di essere reinserito nel mondo del lavoro al termine del servizio attivo, quali le normative vigenti e la situazione in atto e quali le possibili modifiche migliorative della legislazione in vigore per creare una maggiore osmosi tra la richiesta di lavoro specializzato messa in campo dalle aziende e quali le professionalità specialistiche offerte dal personale militare prossimo al congedo, alla luce delle esperienze professionali maturate con la divisa addosso”.

Nei cicli di conferenze che essi stanno facendo in giro per l’Italia, hanno posto l’accento sull’eccessivo invecchiamento dell’età media del personale in servizio, specialmente se messa in relazione con il loro possibile impiego in operazioni militari di elevata intensità e pericolo che, purtroppo, il mutato quadro geostrategico dei nostri giorni sembra paventare anche nel cuore dell’Europa.

Urge, pertanto, ripensare le nostre forze armate, oggi quasi esclusivamente rivolte alle attività di risposta alle crisi locali, e porre mano a un rapido svecchiamento dei ranghi, con un ricollocamento degli elementi più anziani in differenti realtà lavorative civili, ugualmente gratificanti sotto il profilo motivazionale ed economico.

Ma noi andiamo anche oltre Arnò e Cosimato: perché non impiegare i veterani in supporto ai Comuni (con contratti anche a termine), nel settore della sicurezza posto che, per cronica mancanza di fondi questi enti territoriali così importanti non possono assumere quasi più nessuno in pianta stabile? E sì, perché assumere un ex militare di carriera specializzato, consentirebbe alle istituzioni civili e al datore di lavoro di risparmiare – e non sarebbero pochi spiccioli – i costi per la sua formazione. Un esempio? Molti militari di ogni ordine e grado hanno frequentato la scuola della Pubblica amministrazione per conseguire, nell’ambito della sicurezza sui luoghi di lavoro, la specializzazione di Rspp – Responsabile servizio prevenzione e protezione, un corso che a un’azienda costerebbe una barca di soldi. Insomma, se lo Stato non è capace di occuparsi compiutamente della mobilità e del benessere dei veterani militari per affetto e gratitudine, impari a farlo almeno per interesse.

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