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Il 5 maggio, al contrario di Macron, non rinnegheremo Napoleone

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Impaurito anche lui dalla Cancel Culture, fino al mese scorso quel cuor di leone del presidente francese è stato indeciso se commemorare, o meno, il bicentenario della morte di Napoleone Bonaparte, la maggior gloria di Francia, salvo poi ripensarci. Con un po’ di coraggio in più avrebbe potuto dire che l’Imperatore ebbe il grande merito di svecchiare gli antichi ordinamenti amministrativi e far nascere la Francia moderna e gli Stati nazione nella vecchia Europa delle monarchie assolutiste
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Ormai siamo nel pieno di quella follia autodistruttiva collettiva della Cancel Culture che, come molte follie del dopoguerra, è nata negli Stati Uniti con l’obiettivo di rimuovere dal circuito culturale e mediatico personaggi pubblici, personaggi storici, attori, enti, uomini di cultura ed aziende che il politacally correct imperante considera colpevoli di aver sostenuto o di aver rappresentato valori contrari ai diritti delle minoranze, o della cosiddetta parità di genere, o dell’uguaglianza sociale. Ovviamente nessuno degli appartenenti a questa congrega così piena di certezze e di verità assolute si è domandato che senso abbia giudicare, con la morale e con le leggi di oggi, eventi e personaggi che sono vissuti ed hanno operato secondo la morale del loro tempo, quando era considerato doveroso perfino verso Dio fare le cose che essi avevano fatto.

Vogliamo cancellare il cristianesimo e la Chiesa perché erano soliti arrostire gli eretici? Possiamo credibilmente decretare, oggi, la damnatio memoriae per quei giudici militari che condannarono alla fucilazione spie e disertori in base a una legge dello Stato, durante la Grande Guerra? E perché non mandare al rogo la sacra Bibbia, che condanna l’omosessualità e comanda di crescere e moltiplicarsi in tempi di sovraffollamento globale?

La droga negazionista della Cancel Culture distribuita a generose dosi dalla Sinistra internazionale, che poi è soltanto razzismo camuffato da antirazzismo, sta tentando di imporre il risciacquo del libero pensiero nelle (sue) acque del politically correct per meglio controllarlo e orientarlo come anticipò Orwell. Solo così si può spiegare il fatto che negli Usa degli innocenti cartoon disneyani, tipo gli Aristogatti e Dumbo, siano stati bollati come razzisti, oppure che si abbattano le statue di Cristofaro Colombo perché era un colonialista, o che in alcune università americane ed inglesi sia diventato razzista anche studiare i classici e correggere gli errori delle tesi degli studenti. Come dire di quelli ai quali in futuro affideremo la gestione delle centrali nucleari, della bomba atomica, dell’ambiente e della sanità pubblica. Con quali effetti non vogliamo neanche immaginarlo. Insomma, come ha giustamente osservato il filosofo afroamericano Cornel West, negli USA e nel mondo la Cancel Culture sta apparecchiando una vera e propria catastrofe spirituale.

Per fare da apripista in Europa di questa catastrofe, la Francia ha già iniziato a cancellare dagli edifici pubblici la numerazione romana, dimenticando che senza Roma e il suo idioma non esisterebbero né la Francia, né una lingua francese. Anzi, fino al mese scorso quel cuor di leone del presidente Macron è stato addirittura indeciso se commemorare, o meno, il bicentenario della morte di un personaggio grande e scomodo come Napoleone Bonaparte, la maggior gloria di Francia, salvo poi ripensarci per non essere preso a pesci in faccia dai suoi connazionali e dai Generali delle forze armate alcuni dei quali, di recente, gli hanno indirizzato l’appello “Per un ritorno dell’onore dei nostri governanti”.

In effetti, con un po’ di coraggio Macron avrebbe potuto dire che l’Imperatore ebbe il grande merito di svecchiare gli antichi ordinamenti e di far nascere la Francia moderna e gli Stati – nazione nella vecchia Europa delle monarchie assolutiste: dettò il diritto civile a tutto il Vecchio Continente perché le idee della Rivoluzione Francese della quale era figlio, anche quando si fece imperatore, continuarono a viaggiare sulla punta delle baionette della Grande Armée e a lasciare la sua “…orma di piè mortale” ovunque passasse. Si pensi soltanto al Codice Napoleonico sul quale s’innesteranno i moderni Codici Civili di molto Paesi d’Europa, l’editto di Saint Cloud, la secolarizzazione dei beni ecclesiastici e al fatto che, ancora oggi, sul trono di Svezia siede il discendente del suo Generale Jean Baptiste Bernadotte.

Per quanto ci riguarda, lo stesso Stato Sardo-Piemontese adottò l’organizzazione amministrativa e territoriale della Francia Napoleonica, a sua volta adottata dal Regno d’Italia e, in parte, dalla Repubblica Italiana. Anzi, a volerla dir tutta, Napoleone ci regalò anche il Tricolore, e lo fece con le sue proprie mani, e non il 7 gennaio del 1797 come spiega la storia ufficiale ma un anno prima.

L’11 ottobre del 1796, in qualità di comandante dell’Armata d’Italia, Napoleone Bonaparte, informò il Direttorio, l’organo politico che governava la Francia all’epoca, della costituzione di una «Légion Lombarde. Les couleurs nationales qu’ils ont adoptés son le vert, le blanc et le rouge». Dopo tale informativa, il 6 novembre successivo, come riportò Il Corriere Milanese del giorno dopo, nel corso di una cerimonia militare nella piazza del Duomo di Milano, la Legione Lombarda ai cui militi era stata assegnata la divisa verde, ricevette il Tricolore dalle mani dello stesso Napoleone che, per la scelta della banda verde del nuovo vessillo, si era ispirato al colore della loro uniforme.

Perciò, diamo a Napoleone quello che è di Napoleone, ricordando che senza di lui, senza l’idea di un più moderno corso della storia che egli volle tumultuosamente incarnare, senza quei Quadri militari che dopo essersi formati nei ranghi della Grande Armée guidarono le prime sommosse antiaustriache in Europa, probabilmente, l’Italia sarebbe ancora quella “Espressione geografica” cara al ministro austriaco Metternich. Quest’ultimo, poi, s’illuse e male gliene incolse, per nostra fortuna, di poter seppellire le conquiste civili e la memoria del grande Generale di Aiaccio sotto la pietra tombale del Congresso di Vienna e della Santa Alleanza. Ma la pax delle carceri e dei cimiteri siglata a Vienna durò poco più di un ventennio, poi arrivarono quei moti del ‘48 che innescarono anche il nostro Risorgimento e, in una certa misura, furono l’ultimo colpo di coda di alcuni Ufficiali dell’epopea napoleonica.

Pertanto, oggi che ricorre il bicentenario della morte di Napoleone Bonaparte nella solitudine di Sant’Elena dove lo avevano esiliato gli inglesi, erompe dai nostri incorreggibili cuori repubblicani un potente e riconoscente Hip hip urrà per il “piccolo Caporale”, l’immortale Empereur.

Ai sacerdoti della Cancel Culture e ai pavidi come Macron riserviamo, invece, un appassionato Va te faire foutre che poi sarebbe il vaffanculo nella lingua del grande imperatore.

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