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Il compleanno dell’emergenza sanitaria

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emergenza sanitaria
Dopo un anno esatto dalla decretazione dello stato di emergenza sanitaria, forse è giunto il momento d’incominciare a pensare che la chiusura in casa di milioni di persone e di attività produttive non possano essere determinate soltanto dall’indice di contagio Rt. Bisogna immaginare una via d’uscita che preveda l’accorta convivenza col virus almeno per i prossimi tre o quattro anni quando, il super commissario dell’emergenza sanitaria Arcuri permettendo, avremo vaccinato almeno il 70% della nostra popolazione raggiungendo così l’agognata immunità di gregge
– *Maria Angela Buttiglieri –

Il 31 gennaio del 2020 – dopo l’ostentato negazionismo del virus cinese da parte dei diversi leader che sostenevano il suo governo – il premier Giuseppe Conte dichiarò lo stato di emergenza sanitaria nazionale. Come dire che domani, almeno per quanto ci riguarda, lo stato di emergenza pandemica compirà il primo e speriamo anche ultimo compleanno.

Un evento legato allo scorrere del tempo della nostra vita dovrebbe, però, indurci a delle domande del tipo «L’ho impiegato bene questo tempo? Ho assolto almeno qualcuno dei compiti che il destino mi ha dato o che io stesso mi sono scelto?». Non posso evidentemente, sapere se in questo ultimo anno il premier abbia mai trovato il tempo per porsi queste domande, men che mai potrei conoscere le eventuali risposte, certo è che il bilancio dell’emergenza da lui decretata è da ritenersi disastroso come il suo governo che, mentre scrivo, sale e scende le scale del Quirinale per cercare di rimanere in piedi.

E senza lanciarmi in sofisticate disamine economiche che non sono il mio campo, mi limito soltanto a riportare le fondamentali cifre di tale disastro: siamo prossimi ai 90.000 morti di Covid-19; dopo oltre un mese dall’esibizionistico Vaccine Day europeo, in Italia sono state vaccinate appena 1.653.027 persone su una platea di 60 milioni di individui; la campagna di vaccinazione è bloccata perché non abbiamo saputo diversificare i contratti di approvvigionamento dei vaccini; il debito pubblico è cresciuto di 173 miliardi (dato Centro Studi Unimpresa) diventando il 159,7 del PIL e si stima che quest’anno crescerà ancora.

Ebbene, mentre monta una situazione che potrebbe essere esiziale perfino per la sopravvivenza dei nostri ordinamenti, il premier Conte è stato chiamato, da una parte della sua stessa maggioranza, ad un’incomprensibile e drammatica prova del nove. In questo momento, infatti, il Paese, oltre ai problemi che già ha, si ritrova sul groppone anche una sgangherata crisi di governo messa insieme come una telenovela da una banda d’incoscienti che, secondo me, non ha ben chiaro il baratro verso il quale sta conducendo il Paese, nascondendosi dietro locuzioni grottesche come responsabili al posto di voltagabbana, il bene dell’Italia al posto della poltrona, costruttore al posto di distruttore. Siccome Conte non ha la maggioranza assoluta al Senato nonostante la sua indecorosa campagna acquisti di senatori, per formare un nuovo governo il presidente della repubblica ha appena affidato un mandato esplorativo al presidente della Camera Fico.

Al compimento di un anno orribile, come medico mi preme dare uno sguardo anche all’aspetto sanitario del problema dove, un anno fa, il ministro della salute non si rese subito conto che stava fronteggiando la pandemia a mani nude perché non conosceva il piano pandemico nazionale che, peraltro, era fermo a quindici anni prima. Non dobbiamo meravigliarci se poi cotanto ministero ha perfino sbagliato a calcolare l’indice di contagio Rt di alcune regioni determinandone un ingiusto e catastrofico lockdown. Dopo un anno dalla decretazione dello stato di emergenza sanitaria, forse è giunto il momento d’incominciare a pensare che la chiusura in casa di milioni di persone e di attività produttive non possano essere determinate soltanto da questo indice! Bisogna iniziare a pensare a una via d’uscita che preveda l’accorta convivenza col virus almeno per i prossimi tre o quattro anni quando, super commissario Arcuri permettendo, avremo vaccinato almeno il 70% della nostra popolazione raggiungendo così l’agognata immunità di gregge.

Posto quanto sopra, non intendo glissare sulle responsabilità che abbiamo anche noi in quanto cittadini: come è stato possibile che abbiamo consentito libertà di manovra a un governo che, come massima espressione di lotta al Covid-19, prima ha speso quasi un miliardo per i famigerati monopattini e banchi a rotelle e poi ha chiuso le scuole? Come è stato possibile che ci siamo fatti imporre la didattica a distanza per i nostri ragazzi quando undici milioni di italiani non hanno ancora l’accesso ad Internet? A chi addossare le morti per le assurde misure restrittive che non hanno consentito ai malati cronici di recarsi alle cure? A chi attribuire la grave responsabilità dei bollettini di guerra quotidiani emanati, senza nessuna mediazione medica o culturale? Con chi ce la dobbiamo prendere, se non anche con noi stessi, per aver consentito alla peggior classe politica della storia d’Italia di trascurare i malati oncologici, gli anziani, i giovani demotivati, impigriti, obesi e con affioranti, inedite fragilità psicologiche?

Purtroppo, la pessima gestione della pandemia avrà dei risvolti sociali che porteranno ad avere più malati perché quelli cronici sono peggiorati per l’impossibilità di accedere alle cure ospedaliere per la riduzione delle diverse attività ambulatoriali. Tutto questo mentre i giovani, senza lo sport fondamentale per la loro crescita fisica, senza le relazioni sociali necessarie per la loro crescita psicologica e relazionale, si preparano a diventare un’armata di disadattati, i futuri ribelli dell’ordine sociale.

Per fare degli esempi di ciò che sta silenziosamente montando nel comportamento dei nostri ragazzi non bisogna andare neppure molto lontano, perché il 24 ottobre del 2020 alcuni adolescenti di Gallarate, senza una ragione, riempirono d’insulti alcuni equipaggi della Polizia di Stato e, una ventina di giorni fa, hanno dato vita ad una maxirissa nella principale piazza cittadina. Sono stati questi due brutti segnali di un ribellismo che, di solito, va a costituire quel terreno sul quale nascono i peggiori perturbamenti della legalità statale. Questo è, temo, quanto sta bollendo nella pentola a pressione che, ormai, è diventata la società italiana, mentre siamo costretti ad assistere ai minuetti di una classe politica e dirigente che, giunta a questo punto, non so neppure con quali altri aggettivi potrei definire.

Purtroppo, dopo un anno di mal gestita emergenza il Paese è ancora al buio perché sta messo peggio di prima, ai problemi sanitari si stanno sommando quelli politici, economici, produttivi, di relazioni internazionali e, soprattutto, legati all’inutilità e pericolosità di una classe dirigente scelta con un clic sulla tastiera del computer e che non si riesce a mandare a casa.

* Specialista in anestesia, rianimazione e medicina preventiva; responsabile di FdI del dipartimento salute della Lombardia e consigliere comunale a Busto Arsizio

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