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Fuga al Sud, il coraggio, le paure, la viltà

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Nel momento in cui la Lombardia, terra d’elezione per molti meridionali, ha avuto bisogno di un nostro sostegno più che altro morale, nel momento in cui i nostri amici, gli amici dei nostri figli, i vicini di casa e colleghi di lavoro lombardi hanno avuto bisogno di un po’ d’incoraggiamento, della sensazione gratificante che, tutti insieme, nordisti e sudisti, fossimo pronti ad affrontare la sfida del Covid-19, molti, troppi, nostri conterranei si sono dati a una disordinata fuga
– Enzo Ciaraffa –

Durante la presentazione di un libro alcuni anni fa, lo scrittore e saggista Mauro della Porta Raffo mi domandò perché non pochi meridionali, quando si stabiliscono in Lombardia che non è la loro terra, poi finiscono con lo scrivere qualcosa sulla sua storia e sulle sue tradizioni, tirando fuori vicende che spesso non conoscono neppure i lombardi doc. Ebbene, ricordo come fosse adesso la risposta che, senza pensare, mi venne  spontanea e immediata: «Forse perché vogliamo ripagare una terra generosa che, magari storcendo il naso ma senza chiederci la tessera del partito o la “raccomandazione”, ci ha accolti e messi in condizione di rifarci un’esistenza dignitosa a seconda delle nostre capacità».

Capisco che un’epidemia, specialmente se mal gestita, possa risvegliare antiche paura negli uomini e nelle donne che abitano la terra dei “Promessi Sposi”, della piccola Cecilia e dei monatti, ciò che non capisco però è l’ingratitudine. La Lombardia è dalla peste del 1630 che non viveva un periodo difficile come lo sta vivendo in questi giorni in cui, con grande pena, ho visto affievolirsi, e poi spegnersi del tutto, la vera forza motrice di questa regione: l’alacrità… fabbriche, scuole, ospedali, uffici, kaputt per chissà quanti giorni.

Ebbene nel momento in cui questa terra ha avuto bisogno di un nostro sostegno più che altro morale, nel momento in cui i nostri amici, vicini di casa e colleghi di lavoro lombardi hanno avuto bisogno di un po’ d’incoraggiamento fatto di presenza tangibile, della sensazione gratificante che, tutti insieme, nordisti e sudisti, fossimo pronti ad affrontare la sfida del Covid-19, molti, troppi, miei conterranei si sono dati a una disordinata fuga.

Causa la solita gola profonda da Palazzo Chigi circa il decreto che, da lì a poche ore, avrebbe praticamente recintato idealmente la regione per raffrenare la diffusione del contagio, nella notte tra sabato e domenica scorsa le stazioni ferroviarie lombarde sono state prese d’assalto da torme di miei conterranei che, con un bagaglio raffazzonato, con e senza biglietto, hanno preso d’assalto i treni e ogni altro vettore diretto verso il Sud. Perfino seduti per terra, gli uni a ridosso degli altri nei corridoi delle carrozze ferroviarie, impipandosene del contagio che tale promiscuità avrebbe veicolato e accresciuto.  Quello che ho potuto vedere dalle foto e dai video circolanti sul web, erano scene da Seconda Guerra Mondiale quando, sotto l’incalzare dell’Armata Rossa, interminabili file di tedeschi scappavano disordinatamente verso Occidente prima che i genieri facessero saltare i ponti sull’Elba.

Scene circolanti veramente invereconde tant’è che il New York Times, in un urticante ma fondato pippone, si è posto polemicamente una domanda: «Gli italiani sanno seguire le regole?». Purtroppo devo ritenere di no, perché alla base del folle comportamento dei fuggenti di quarantottore fa non c’era soltanto la paura, ma anche una grande dose di egoismo e una dose ancora più grande d’incoscienza: stavano correndo ad infettare i loro cari, stavano esportando massicciamente il contagio al Sud che, salvo poche eccellenze, proprio sulla filiera sanitaria ha già i suoi annosi problemi.

Devo confessare che al cospetto di quelle scene un poco mi sono vergognato perché, per un attimo, esse mi hanno fatto sentire di nuovo un “terrone” come lo immaginavano da queste parti un secolo fa.

Non possono essere passati invano anni di permanenza in Lombardia, una terra che, piaccia o meno, ha consentito a noi provenienti dal Sud una miglior vita, altrimenti non ci saremmo venuti … noi doniamole almeno un po’ di coraggio nel momento del bisogno.

E se il coraggio non lo abbiamo facciamocelo venire.

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