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Il Generale Cosimato, perché voterò no

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Il taglio dei parlamentari, unitamente al sistema di designazione degli eletti con il cosiddetto listino, consegna al nostro Paese un gruppo di individui mediamente incapaci che risponde agli interessi di chi li ha nominati, spesso riferendosi ad ambienti esterni ai partiti, lobby tenebrose e dedite al servizio di interessi non nazionali. Ogni tanto qualche politico si lamenta delle interferenze dei noti poteri forti, magari omettendo il fatto che sono pochi i parlamentari non eletti per designazione di quegli stessi poteri che poi gli vanno stretti
– Enzo Ciaraffa –

Quando mi hanno comunicato che Francesco Cosimato era disponibile a farsi intervistare a proposito del referendum sul taglio dei parlamentari, mi sono chiesto se dopo anni di comune militanza dovevo chiamarti Francesco, Generale oppure presidente. Mi risulta, infatti, che da quando hai dismesso la divisa di Ufficiale Superiore di artiglieria, sei diventato il presidente del Centro Europeo di Studi “Sinergie”. Ebbene, prima che ci addentriamo nel vivo dell’intervista, ti prego di spiegare di che cosa si tratta di preciso.
 Il Centro Studi “Sinergie” è un’associazione culturale che ha preso atto della deriva ideale della nostra società sempre più relativista e ideologizzata, anche oggi che il secolo delle ideologie totalitarie è passato. Per dirlo in parole semplici ci proponiamo di veicolare idee, di dare risposte ai problemi della gente che siano di buon senso e nel solco della tradizione plurimillenaria della nostra Patria, pensando ad una classe dirigente migliore.

Perfetto, così entriamo subito in tema taglio di deputati e senatori. Il 20 e il 21 settembre prossimi saremo chiamati a rispondere a un quesito referendario che, detto con brutale sintesi, ci chiederà se vogliamo o meno una sforbiciata di 230 deputati e 115 senatori per ridurre, sostengono i favorevoli, i costi della politica. D’impulso verrebbe da dire sì, però a pensarci bene sopra si conclude che il risparmio sarebbe un euro a testa all’anno per ogni italiano e che, anche a ranghi ridotti, i deputati e senatori farebbero gli stessi danni di prima, per cui questa è la domanda: il problema del nostro Parlamento è nei numeri o nella qualità?
Già un Parlamento che ha votato, ad amplissima maggioranza, una riforma per la quale oggi, più o meno scopertamente, si fa venire i mal di pancia, non è credibile. Ma fino a quando manderemo a sedere su quegli scranni persone del genere, poche o tante che siano, non cambierà mai nulla. Si tratta di una riforma gattopardesca: cambiare tutto perché nulla cambi o, più semplicemente, “facite ammuina”. In sintesi, la qualità dei parlamentari è scarsissima. Questo è il vero problema.

L’Italia ha un numero di deputati e senatori per abitanti uguale a quello dei grandi Paesi europei, se passasse il taglio diverrebbe, invece, uno dei Paesi con il più basso livello di rappresentanza in rapporto alla popolazione di tutta l’Unione Europea: stavolta, pare di capire, non vale il mantra “ci vuole più Europa”. Peraltro, se non ricordo male l’Assemblea Costituente ritenne necessario un numero di deputati e senatori proporzionale al numero di abitanti o frazioni superiori, come dire che previde l’incremento e non la riduzione del numero dei parlamentari. Gli italiani, probabilmente, vogliono essere rappresentati meglio, non di meno.
Il taglio dei parlamentari, unitamente al sistema di designazione degli eletti con il cosiddetto listino, consegna al nostro Paese un gruppo di individui mediamente incapaci che risponde agli interessi di chi li ha nominati, spesso riferendosi ad ambienti esterni ai partiti, lobby tenebrose e dedite al servizio di interessi non nazionali. Ogni tanto qualche politico si lamenta delle interferenze dei “poteri forti”, magari omettendo il fatto che sono pochi i parlamentari non eletti per designazione di quegli stessi poteri. Il fatto è che già adesso gli italiani non sono per nulla rappresentati, figuriamoci se passa il sì.

Con un taglio fatto con la scure, peraltro in assenza di una legge quadro, sarebbe la fine del Parlamento perché tutte le decisioni verrebbero prese da un ristretto numero di persone, da un’oligarchia, sicché il Parlamento come lo vollero i padri costituenti diverrebbe un pallido ricordo. Perché questa propensione al hara-kiri della nostra classe politica sempre meno attenta alla cura della res publica?
La res publica è divenuta come la tunica di Gesù: mentre il popolo sta messo in croce, i centurioni politici se la giocano a dadi. Quelli che dopo le elezioni dovessero perdere la cadrega, ne troveranno un’altra nel sottobosco della pubblica amministrazione. Il loro atteggiamento non è da hara-kiri, sono schiavi del loro gruppo di riferimento: non hanno scelta.

Credi che Di Maio e i pasdaran della riduzione del numero dei parlamentari abbiano almeno capito che si stanno tagliando da soli i zebedei: se passa la proposta un terzo di loro non metterà più piede in Parlamento.
Mah! Dal CNEL alle authority, dai ministeri al parastato, dalle municipalizzate alle aziende in corso di ri-nazionalizzazione, i grillini ed i loro alleati si spartiranno un sacco di poltrone, non male per chi ha vinto la lotteria delle elezioni del 2018. Sicché, mentre i nostri giovani si laureano e si svenano per fare master e PHD, questa banda d’incapaci avrà sempre uno strapuntino del potere a disposizione.

Fratelli d’Italia e la Lega, ma anche i partititi di governo, si sono schierati, almeno ufficialmente, per il sì al taglio però si percepisce che nella base dei loro partiti una buona parte è orientata per il no. Insomma sta prendendo forma il solito paradosso italiano: quale che sarà il risultato, alla fine tutti avranno vinto il referendum.
Il Regno Unito di Gran Bretagna codificò le garanzie per il popolo nella Magna Charta, un documento del 1215 e, con tutti i loro difetti, i britannici ci hanno messo otto secoli per dar sostanza e sviluppo a quell’embrione di democrazia: non bastano settant’anni di impicci e di imbrogli, di giravolte e capriole d’ogni tipo, per dire che l’Italia è una democrazia! Le elezioni, purtroppo, in questo sistema, le perdiamo sempre noi elettori.

Siccome in sette regioni si voterà anche per il rinnovo dei consigli regionali, non credi che i due voti s’influenzeranno a vicenda?
L’opposizione dice di no/sì, la maggioranza dice di sì/no e il minuetto continua. Certo è che questo parlamento non rappresenta più il voto del 2018, ormai dimenticato e tradito. Secondo un famoso giurista, il Mortati, sui cui libri in tanti abbiamo studiato, il Presidente della Repubblica dovrebbe chiedersi qual è il grado di corrispondenza dell’attuale assetto della maggioranza e dell’opposizione al voto espresso dagli elettori. Se il presidente non ha ritenuto di dover fare sinora questo esame, dovrà per forza farlo dopo il voto, proprio sulla base dei risultati dei due voti. Ritengo che, più che influenzarsi tra loro, i due voti daranno voce al malcontento dei cittadini.

Fammi una previsione: secondo te come andranno a finire queste elezioni nel loro insieme… il governo più imbullonato della nostra storia repubblicana rischia qualcosa?
Non mi piace fare pronostici, il fatto che la Toscana sia in bilico è particolarmente significativo, ma magari la maggioranza riuscirà a tenersela di misura come avvenne con l’Emilia Romagna. La tendenza sfavorevole alle sinistre è ormai ampiamente consolidata. Il Governo che traballa già di suo, potrebbe non resistere al Covid delle elezioni, date le sue diverse patologie pregresse …

Generale e presidente adesso non puoi battere in ritirata (sarebbe poco dignitoso per un vecchio soldato …) senza prima dirmi se voterai per il SI’ o per il NO al taglio dei parlamentari.
Ma il voto non era segreto? Comunque te lo dico ugualmente perché quella mia, più che politica, è una scelta a salvaguardia delle garanzie democratiche: voterò NO, senza tentennamenti.

Lo sospettavo …

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