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Il mare del marinaio Dino Chelucci

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Dino Chelucci
Quest’anno vogliamo celebrare il 4 Novembre ricordando la storia di un marinaio italiano inabissatosi con la Regia Torpediniera “Castore” nel corso della II Guerra Mondiale. A chi dovesse trovare controtempo questa iniziativa, ricordiamo soltanto che le guerre sono tutte uguali e cioè terribilmente inutili, per cui recare un fiore ideale sulla tomba di un solo caduto, è come ricordare i caduti di ogni guerra

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Nel tratto di mare d’avanti alla punta sud della Calabria, esattamente a ponente di Capo Spartivento, la prima parte della notte del 2 giugno 1943 era afosa ma serena, tanto che le stelle della volta celeste otticamente deformata dalla curva sull’orizzonte, sembravano galleggiare sull’acqua, sicché a bordo della Regia Torpediniera Castore, in navigazione verso Messina come scorta dei piroscafi porta munizioni Postumia e Vragnizza, qualche marinaio libero dai turni di guardia si era portato il materassino sul ponte per stare più fresco.

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E forse a dormire sul ponte in quell’inizio di nottata di 79 anni fa v’era anche il ventunenne marinaio livornese volontario Dino Chelucci, imbarcatosi dopo essere uscito dalla Scuola dei Reali Equipaggi Marittimi di Pola, dove si era specializzato cannoniere e armaiolo navale. Infatti, uno dei tre cannoni da 100/47 della Castore era stato affidato a lui, che in quelle ore di quiete notturna (rotta soltanto dallo sciabordio dell’acqua sulle fiancate della nave) non immaginava che da lì a poche ore avrebbe iniziato, a cannonate, un disperato duello mortale contro il nemico.

Difatti, alle ore 1,45 il piccolo convoglio italiano venne attaccato da alcuni aerei inglesi e da due Cacciatorpediniere, l’inglese Jervis e la greca Vasilissa Olga, le quali, favorite dal radar, dalla ricognizione aerea e da cannoni di calibro superiore, cominciarono a sparare da quasi un miglio di distanza ma, invece di tentare di sottrarsi al combattimento con la fuga, il comandante italiano, il capitano di corvetta Marino Fasan, per salvare i piroscafi che scortava lanciò la sua nave contro gli assalitori che, oltre agli aerei, disponevano di una netta superiorità numerica e di una nettissima potenza di fuoco: 28 cannoni complessivi contro i tre della Castore!  

Nonostante una così schiacciante inferiorità, il capitano Fasan e i suoi magnifici marinai tennero testa agli avversari per quasi due ore, con una determinazione tale che quando la nave stava per affondare, spezzata in due dai colpi messi a segno dagli avversari, i suoi cannoni sparavano ancora.  

Assieme alla Castore s’inabissò anche il cannoniere Dino Chelucci, il capitano Marino Fasan e altri 57 marinai di ogni ordine e grado.

Grazie alla testimonianza di alcuni sopravvissuti, abbiamo appreso che quella notte nello Ionio la marineria, inglese o greca poco importa, tradì le antiche tradizioni di cavalleria e di umanità tipiche della gente di mare perché, mentre si dibattevano tra i flutti, i marinai italiani furono fatti oggetto di alcune raffiche di mitragliatrice.  

Era passato poco più di un anno da quella ferale notte, quando il marinaio Chelucci, orfano di entrambi i genitori, aveva salutato l’unica persona che ormai era diventata la sua famiglia, la sorella Carla che oggi vive a Varese, per recarsi a prestare soccorso alla Patria che, quaranta giorni dopo l’affondamento della Castore, verrà invasa dagli alleati provenienti dall’Africa Settentrionale.

Perché Dino Chelucci, che oggi riposa nel Sacrario Monumentale dei Caduti in Guerra di Reggio Calabria, partì volontario per la guerra pur potendo godere dell’esenzione militare in quanto orfano di entrambi i genitori e unico sostegno di famiglia?

Chissà, forse perché nel mare cercava la libertà degli spazi infiniti e, mediante un inconsapevole transfert, le due cose più belle della sua breve esistenza: il ritorno al paradiso della fluttuazione nel liquido amniotico del ventre materno e la rassicurante presenza del padre nella figura austera, ma benevole, del comandante della nave.

Ma forse il nostro marinaio livornese sul mare voleva incontrare soltanto la sua dimensione di uomo probo e coraggioso, ben cosciente del fatto che quell’incontro poteva rivelarsi fatale.

Ciononostante non ebbe paura.

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