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Il principe al quale fu proibito avere figli

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Il piccolo principe che adorava giocare sugli spalti merlati del Maschio Angioino divenne una pedina nelle mani di Ferdinando II d’Aragona, che aveva deciso dovesse biologicamente estinguersi la dinastia maschile dei parenti napoletani. Infatti, per poter realizzare tale scopo, fece in modo che il principe contraesse matrimonio con donne che non potevano dargli figli che un domani avrebbero potuto accampare pretese sul Regno di Napoli. Insomma, voleva essere sicuro che il ramo dei parenti napoletani si estinguesse col piccolo principe
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Pochi immaginano che un piccolo principe dallo strano destino in Italia sia veramente esistito, anche se non proveniva da un asteroide come il protagonista del racconto di Antoine de Saint-Exupéry. Infatti, anche se è convincimento piuttosto diffuso che l’ultimo rappresentante maschile degli aragonesi di Napoli sia stato Federico I, in realtà quella dinastia si estinse col suo primo figlio ed erede al trono, Ferdinando. Questa errata convinzione fu dovuta, in parte, al funzionalismo degli storici che, abituati a buttare nella discarica del tempo i personaggi privi di grandi ruoli, non degnarono neppure di un ordine numerale dinastico quest’ultimo erede degli aragonesi napoletani sicché noi, per distinguerlo da altri sovrani con lo stesso nome, lo chiameremo soltanto “piccolo principe”.

Ebbene, la congerie degli eventi che lo videro protagonista e vittima iniziò così. L’11 novembre del 1500, il re francese Ludovico XII e Ferdinando II re d’Aragona e di Sicilia, quest’ultimo detto il “Cattolico”, stipularono a Granata un accordo segreto col quale progettarono di assalire e spartirsi il regno di Napoli e pure con la benedizione del papa Alessandro VI Borgia. Re Federico I, intuito il pericolo, pur di evitare una guerra col parente spagnolo, tentò ogni carta, anche quella di riconoscersi vassallo della Francia pensando così d’intimidirlo perché, poverino, non sapeva che i due si erano già accordati a suo danno.

Mentre avveniva tutto ciò, sulla corte degli aragonesi di Napoli l’atmosfera si faceva ancora più pesante per la presenza della sorella del re, Beatrice, consorte ripudiata dal re d’Ungheria, e della figlia Isabella spodestata duchessa di Milano. Con quei chiari di luna, erano davvero pochi coloro che a corte avevano lo spirito e il tempo per occuparsi del piccolo principe che, approfittando della vacanza di attenzione e di affetto, spesso scappava alla nutrice per andare a dedicarsi al suo passatempo preferito lungo gli spalti merlati di Castel Nuovo, oggi conosciuto come Maschio Angioino. Gli piaceva, infatti, osservare i bambini del popolo, che tanto invidiava, mentre vocianti giocavano e si rincorrevano lungo le banchine del porto che, a quel tempo, iniziava dalle mura del castello dove ancora oggi fanno mostra i maniglioni di attracco delle caravelle. Il piccolo principe era rapito dalla gioia dei coetanei che, per la maggior parte scalzi e sommariamente vestiti, giocavano tra le balle di canapa lavorata e i barili di carne in salamoia accantonati sulla banchina in attesa di essere caricati, inseguiti di tanto in tanto dai rimbrotti degli scaricatori, alcuni dei quali erano i loro padri.

Il chiasso sulle banchine cessava puntualmente ai rintocchi di mezzogiorno provenienti dalla chiesa della Madonna Bruna (oggi Basilica Madonna del Carmine) che coincideva con l’arrivo di una silenziosa processione di donne. Queste recavano un canestro di vimini sulla testa contenente la “spesa”, il pasto trasportato ai lavoranti che, all’epoca, poteva essere costituito da pane e lardo, oppure da pane e salacca, un pesce in salamoia simile all’aringa: era un mangiare da poveri, ma consumato all’aria aperta e in vociante compagnia dava l’idea della scampagnata. Sì, se glielo avessero consentito, il piccolo principe sarebbe volentieri sceso per andare a mangiare in mezzo a loro, ma a lui erano destinati i cibi e gli scialbi giochi nella corte del Maschio Angioino.

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Alessandro VI Borgia, come tutti i papi, ostile ad alleanze che potessero, sia pure in ipotesi, insidiare il potere temporale della Chiesa che sotto di lui aveva raggiunto il massimo della decadenza, quella volta assecondò le mire di Spagna e Francia perché, in virtù dei rivolgimenti politici che ne sarebbero derivati nel resto della penisola, sperava di conquistare un regno al figlio Cesare, l’altro famigerato Borgia ammirato dal Macchiavelli. Non si scandalizzino gli amici del nostro blog perché, almeno fino all’avvento della Controriforma, molti papi ebbero amanti e figli, anche se la Chiesa di Alessandro VI Borgia raggiunse una tale decadenza da provocare almeno cinque scismi nella cristianità. D’altronde, la morale di papa Borgia era tale che nelle corti italiane ed europee correva voce che fosse padre, amante e suocero della figlia Lucrezia.

Fu in cotanto serraglio umano che Ferdinando II d’Aragona, con la scusa di volere aiutare i veneziani impegnati contro i turchi nel Mediterraneo, convinse il cugino-re degli aragonesi di Napoli che il trasferimento dalla Spagna di un corpo di spedizione in Sicilia, al comando di Don Consalvo de Cordova, serviva soltanto a dar manforte alla Cristiana Repubblica Serenissima. L’intento, in realtà, era quello di iniziare dall’estremo sud la rovina del cugino napoletano in concorso con i francesi che, tirandosi appresso quel cattivo arnese di Cesare Borgia, sarebbero calati da settentrione. Troppo tardi il re di Napoli si rese conto che il suo regno stava per essere preso in mezzo! A quel punto non gli restava altra strada che la guerra e, in tale prospettiva, organizzò la difesa imperniandola sulle piazzeforti di Capua, Aversa e Nola, sotto il suo diretto comando e affidando, invece, il comando nominale della piazza di Taranto al figlio Ferdinando, il piccolo principe che aveva appena dodici anni, sotto la tutela del comandante effettivo, Giovanni di Guevara. Non si conoscono le parole che il piccolo principe pronunciò al momento di salutare il padre, ma è verosimile che siano state quelle di un qualunque ragazzo che si stacchi dalla famiglia. Quella fu l’ultima volta che padre e figlio si videro.

Il conte di Guevara nutriva un grande affetto per quel ragazzo del quale, date le circostanze, presagiva un triste futuro e, soprattutto, ne ammirava il coraggio come quando si presentava sugli spalti di Taranto nel vivo dei combattimenti per incoraggiare i suoi soldati. Investite dall’armata francese – papalina, capitolò per prima la città di Capua che fu messa a ferro e fuoco da Cesare Borgia, e subito dopo Aversa, seguita da Nola. A quel punto re Federico I, tagliato fuori dal fronte adriatico, dovette cedere, ma scelse di arrendersi ai francesi piuttosto che ai felloni parenti aragonesi di Spagna.

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Sul versante adriatico, invece, Don Consalvo de Cordova, conosciuto anche come El Gran Capitan, non riuscendo a piegare la resistenza di Taranto, pensò di convincere i suoi difensori ad arrendersi, giurando su di un’ostia consacrata che al piccolo principe sarebbe stato concesso di congiungersi con la famiglia in Francia. Il cattolico condottiero del cattolicissimo re aragonese, però, avrebbe rinnegato ciò che stava giurando sulla sacra particola. Nei pressi di Bitonto, infatti, imprigionò il piccolo principe (un tradimento del quale si sarebbe pentito sul letto di morte) e lo fece tradurre in Spagna e non in Francia come aveva, invece, promesso. Fu con quell’atto poco onorevole di un hidalgo cattolico, all’epoca rinomato condottiero militare, che cessò realmente il regno degli aragonesi di Napoli. Sicché, il piccolo principe che adorava giocare sugli spalti merlati del Maschio Angioino divenne una pedina politica nelle mani di Ferdinando II, che aveva deciso dovesse biologicamente estinguersi la dinastia maschile dei parenti napoletani. Infatti, per poter conseguire tale scopo non ricorse al taglio che il canonico Fulberto aveva fatto al povero Abelardo ma fece in modo che, nella triplice veste di parente, prigioniero e pedina, il principe napoletano contraesse matrimonio con donne che non potevano dargli figli che un domani avrebbero potuto accampare delle pretese sul Regno di Napoli. Insomma, lo zio – carceriere voleva essere sicuro che il ramo dei parenti napoletani si estinguesse con Ferdinando e così fu.

Non dover procreare … il peggior supplizio che si potesse infliggere a chi era vissuto a Napoli, una città che essendo una scommessa con la natura e con la storia, riusciva, e riesce, a sopravvivere soltanto grazie alla prorompente carica di vitalità che si portano dentro ancora oggi i suoi abitanti. Figuriamoci con quale animo, quello che era stato il piccolo principino curioso che desiderava mangiare pane e salacca con i coetanei nel porto di Napoli, visse la condanna ad essere un albero senza frutti.

Nel fossato tutt’oggi esistente sotto l’ala sud del Maschio Angioino, nella tarda nottata prende vita un rinomato mercato dei fiori all’ingrosso che si protrae fino al mattino inoltrato. Ebbene, qualche fiorista, giunto molto presto per organizzare il banco della sua rivendita, si è detto certo di aver sentito le grida giocose di un bambino provenire dalla merlatura del castello. È l’effetto del vento proveniente dal mare? È la mancanza di sonno? Oppure è lo spirito del piccolo principe che di notte viene, finalmente, a giocare con quei bambini del porto? «Via, non scherziamo con la metafisica, e poi sono trascorsi oltre cinquecento anni!».

Ma cosa volete che sia mezzo millennio per un principe ritornato bambino apposta per poter giocare sotto il Maschio Angioino: egli ha a disposizione l’eternità.

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