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In quell’inverno di guerra a Busto Arsizio cinque spari nella notte

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Nonostante la ridotta illuminazione dovuta all’oscuramento antiaereo, Luigi Giani si accorse subito del cancello aperto e della saracinesca sollevata, realizzando così di avere i ladri in casa. L’uomo, che era un fegataccio, la prima cosa che fece lasciò la moglie fuori dal garage, si affrettò a rinchiudere il cancello per tagliare ai ladri ogni via di fuga, dopo di che andò a fare una perlustrazione intorno alla casa prima di tornare indietro richiamato dalle urla terrorizzate della donna e dal trambusto dei fuggitivi
– Enzo Ciaraffa –

Notte dell’8 novembre 1941, l’Italia era in guerra e la città di Busto Arsizio si trovava quasi al buio a causa dell’illuminazione pubblica ridotta, e in alcuni punti spenta del tutto, per assicurare l’oscuramento antiaereo. Tutto taceva, non si sentiva neppure un cane abbaiare e i militi dell’UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea), quelli che urlavano sempre «Spegnere!», se ne erano andati a dormire già da un pezzo. Intorno all’una, però, gli abitanti delle case che costeggiavano via Milazzo, dove l’illuminazione era stata del tutto sospesa, e che all’epoca era una via periferica di Busto Arsizio, che si snodava in parte attraverso la brughiera, furono svegliati da cinque colpi di arma da fuoco che si susseguirono a breve distanza. Che cosa era successo? Chi aveva sparato? Ogni ipotesi era possibile quella fredda e buia notte di 78 anni fa, perfino che fosse stato lanciato un commando inglese per sabotare le fabbriche della Manchester d’Italia, come allora era anche conosciuta Busto Arsizio.

Soltanto l’indomani mattina si apprese che l’accadimento non era stato dovuto ad un fatto di guerra ma a semplice marioleria. Approfittando dell’oscuramento antiaereo, infatti, due fratelli ed un loro compare, che per non mettere in imbarazzo i loro discendenti citeremo soltanto con le iniziali del cognome cioè Luigi e Marco T*, il primo contadino e il secondo verniciatore, con la complicità di Felice B*, meccanico, si erano organizzati per compiere un furto in Villa Giani, appartenente a Luigi Giani, membro di una famiglia di industriali lombardi della meccanica e dell’elettromeccanica, villa che si trova tutt’ora in via Milazzo.

I tre compari avevano pianificato il furto ben sapendo che, guerra o non guerra, ogni venerdì sera i padroni di casa trascorrevano la serata fuori e, di solito, rientravano alle prime luci dell’alba. Quella notte, però, le cose andarono diversamente perché, rientrando insolitamente presto, Giani e la moglie colsero i ladri sul fatto, donde ne nacque una colluttazione nel corso della quale furono esplosi diversi colpi di pistola prima dentro e poi fuori la villa.

Prima di andare avanti, riteniamo opportuno rivelare al lettore che la vicenda è autentica perché l’abbiamo ricostruita dalla sentenza numero 44 emessa il 31 gennaio del 1942 dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato di Roma. Ma ritorniamo nella villa di via Milazzo.

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I due fratelli Luigi e Marco T* si erano introdotti nella villa scalando il muro di cinta, introducendosi poi in casa attraverso il garage, la cui serranda avevano lasciato alzata, mentre Felice B* era rimasto fuori a far da palo. Nel momento in cui furono sorpresi dal padrone di casa, i ladri avevano arraffato una pelliccia, una fruttiera, alcuni chili di posateria d’argento, un proiettore cinematografico, un vestito maschile, il tutto per un valore complessivo di 6.000 lire dell’epoca, l’equivalente di 5.500 euro di oggi, anche se il potere di acquisto delle lire del tempo era di gran lunga superiore all’euro.

In presenza del cancello aperto e della saracinesca sollevata, Giani, che doveva essere un fegataccio, realizzò subito di avere i ladri in casa e, perciò, la prima cosa che fece fu di lasciare la moglie fuori dal garage, poi si affrettò a rinchiudere il cancello per tagliare ai ladri la via di fuga, dopo di che andò a fare una perlustrazione intorno alla casa.  All’improvviso la signora Giani cacciò un urlo perché dal garage erano spuntati i fratelli mariuoli con un sacco ciascuno sotto il braccio i quali, vistisi scoperti, abbandonarono la refurtiva e tentarono precipitosamente di guadagnare il cancello inseguiti dal padrone di casa: vi riuscì soltanto il più anziano dei due, Luigi T*, mentre Marco venne afferrato per le gambe dal Giani, sicché, per fargli mollare la presa, infilò la mano in tasca, si girò e gli sparò contro tre colpi di pistola di piccolo calibro (forse una rivoltella calibro 6,35)  ferendolo in modo non grave. In conseguenza del ferimento, informa l’istruttoria processuale, «… il Giani ferito, allentava la presa ed il malvivente rapidamente si dileguava assieme al complice».

I tre ladri di quella notte del ’41 oltre ad essere maldestri, però, furono pure sfigati: quando Marco T* riuscì finalmente a saltare sulla strada, incocciò in due guardie notturne, tali Angelo Bonasera e Fino Capraro, che cercarono di fermarlo con due pistolettate senza tuttavia colpirlo… a quanto pare, quella notte non ci furono morti soltanto perché le guardie ed i ladri sparavano gli uni peggio degli altri. Le guardie non pensarono neppure di fermare il ladro che faceva da palo, Felice B*, fuorviati dal fatto che questi, conducendo a mano la bicicletta, incedeva con finta nonchalance. Poco convincente a quell’ora di notte, non trovate?

Di quella nottata da tregenda alla povera signora Giani restò un grande spavento e al marito due ferite che guarirono in 51 giorni assicura l’istruttoria processuale, mentre i due ladri entrati materialmente in villa ebbero l’ergastolo e il terzo, il palo, “soltanto” 10 anni e 8 mesi di reclusione. Ma dietro le sbarre ci stettero poco tutti e tre perché, dopo lo scatafascio dell’8 settembre 1943, Felice B* fu inviato coattivamente a lavorare in Germania, Marco T* evase dal carcere di Apuania il 17 luglio del 1944, mentre il fratello maggiore, Luigi, a seguito di un ammutinamento nel carcere di Santo Stefano, fu trasferito nel carcere di Procida. I due fratelli T* si riciclarono in qualche modo nella Resistenza sicché, alla fine, se la cavarono tutti e tre, grazie ad un giudizio di revisione speciale del loro processo da parte della Corte di Appello di Milano.

Fatti e personaggi di una Busto Arsizio d’altri tempi, quando era la città dell’attrice dei telefoni bianchi, la Greta Garbo italiana, Mariella Lotti che per poco non diventò la regina di Romania. Ma Busto era soprattutto la città dove battevano i telai e rimbombavano i magli in ogni quartiere, dove la brughiera arrivava a lambire le prime case, dove di notte giravano le guardie notturne in bicicletta e gli industriali con i calli alle mani facevano a cazzotti con i malfattori.

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