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L’abbronzatura, gli “artisti” e le unghie lunghe dei nostri nonni

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Un tempo neppure molto lontano, le unghie lunghe e curate di un giovanotto stavano a significare che egli non era un contadino, insomma erano il simbolo di uno stato sociale. Anche le donne di città, però, tenevano a differenziarsi dalle contadine facendo sì che la loro pelle non si abbronzasse e che rimanesse sempre chiara, cosa che una ragazza che viveva la vita dei campi dall’alba al tramonto e in ogni stagione, evidentemente, non poteva permettersi. Sicché le ragazze contadine, allevate a polenta e zuppa di fagioli, erano ineleganti e scure di pelle, mentre le figlie della borghesia esili e dalla pelle chiara

– Enzo Ciaraffa –

Almeno per un giorno, smettiamola di parlare della pandemia, della guerra in Ucraina e delle fibrillazioni nel M5S per dedicarci ad argomenti più ameni, come i vezzi dei nostri nonni, le loro vacanze, la tintarella e derivanti implicazioni sociali.

Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, nel nostro Sud rurale, specialmente nei paesi dell’entroterra della Campania, i giovanotti provenienti dal ceto piccolo-borghese erano soliti far crescere lunghe e curate le unghie delle mani e, finché non divenni grande, non riuscivo a capire il perché di quella moda. Ebbene, bisogna sapere che i contadini campani definivano “artista” chiunque non svolgesse il duro lavoro dei campi, come l’impiegato, l’operaio, o il negoziante, partiti molto ambiti dalle loro figlie in età da marito. Ciò perché se le ragazze erano di estrazione borghese, difficilmente si sarebbero accasate con un contadino; se erano contadine, non vedevano l’ora di scappare dalla terra sposando un borghesuccio. Insomma, un tempo gli “artisti” erano i preferiti dalle ragazze di campagna.

Sicché le unghie lunghe e curate di un giovanotto dell’epoca stavano a significare che non era un contadino perché i contadini non potevano permettersele a causa del loro lavoro: erano diventate il simbolo di uno stato sociale. Anche le donne di città, però, tenevano a differenziarsi dalle contadine facendo sì che la loro pelle non si abbronzasse e che rimanesse sempre chiara, cosa che una ragazza che viveva la vita dei campi dall’alba al tramonto e in ogni stagione, evidentemente, non poteva permettersi. Sicché le figlie della terra, allevate a polenta e zuppa di fagioli, erano ineleganti e scure di pelle, mentre le figlie della borghesia, che si nutrivano meglio, erano più esili e con la pelle chiara. Avere, quindi, un colorito quasi diafano per una donna significava appartenere a un ceto “elevato”, per cui gli uomini dalle unghie lunghe finivano per sposare, di solito, donne dalla pelle chiara. Insomma, la moda dell’abbronzatura per diletto era ancora di là da venire.

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Le cose, però, non erano sempre andate così, né sotto il profilo storico-genetico, né dal punto di vista delle costumanze sociali anche se, a questo punto, è bene fornire qualche spiegazione in più ai nostri lettori. Intanto bisogna dire che la specie europea, originaria dell’Africa, nacque nera, e soltanto la permanenza a latitudini diverse da quelle originarie ne hanno diversificato il pigmento della pelle nel corso di migliaia di anni.

Anche gli antichi greci e romani, che per loro fortuna non avevano le nostre fisime, amavano abbronzarsi tant’è che fu proprio a Roma che nacquero i solarium e, d’altronde, basta ammirare i mosaici del IV secolo d.C. di piazza Armerina per rendersi conto che la disinibita civiltà latina scopriva volentieri il corpo quando si recava al mare o comunque quando era all’aria aperta.

Poi, col frantumarsi dell’Impero, sparirono il mondo e il modo di vivere romano, e col sopraggiungere del cristianesimo scoprire il proprio corpo divenne disdicevole e per una donna peccaminoso, se non addirittura un gesto ispirato dal demonio. Andammo avanti così fino agli anni Venti del secolo scorso quando la modista Gabrielle Bonheur, di ritorno a Parigi da una vacanza al mare, ostentò un’abbronzatura come fino allora non si era mai vista in una donna che non fosse una contadina. S’innescò, così, una corsa all’emulazione da parte delle donne di Francia e di mezza Europa: la signorina in questione l’avremmo conosciuta come Coco Chanel.

Per quanto strano possa sembrare a noi oggi, a dare una mano all’affermazione dell’abbronzatura tra tutti gli strati sociali furono il fascismo e il nazismo che, come tutti i regimi razzisti e guerrafondai, pensavano di poter agevolare la nascita di super uomini e di super donne mediante campi paramilitari ed esercizi ginnici all’aperto per maschi e per femmine: encomiabile l’iniziativa, osceno lo scopo! Non a caso la vacanza di massa al mare in Italia iniziò col fascismo, grazie anche all’entrata in servizio di quei treni popolari che chiamavano Littorine, che la domenica scaricavano migliaia di persone nelle località di mare della penisola. Il resto lo fece il cinema americano degli anni Quaranta: ricordiamo i film musicali interpretati dalla campionessa di nuoto, e poi attrice, l’americana Esther Williams, ricchi di scene all’aria aperta, di nuoto sincronizzato e di tuffi spettacolari, ma soprattutto pieni di belle donne abbronzate.

Finita la II Guerra Mondiale, proseguì la corsa verso il mare dei vacanzieri della domenica ma anche, e soprattutto, di quelli che complice la Cinquecento Fiat, la Vespa e la Lambretta potevano caricare la famiglia e diverse carabattole per recarsi in una località di vacanza e starci per più giorni. Fu a quel punto che s’invertì lo status symbol degli italiani, perché il fatto di essersi potuto permettere una vacanza al mare bisognava “esibirlo” agli amici e ai parenti che erano rimasti a casa, e ciò si poteva fare in un unico modo: sfoggiando un’abbronzatura da colono africano!

Ovviamente di questa nuova esigenza estetica s’impadronirono subito le industrie, sicché la tintarella divenne un fiorente business, non soltanto per chi produceva costumi da bagno e creme per il sole ma anche per l’industria discografica del tempo: chi fu ragazzo in quegli anni ricorda ancora alcuni dei best seller estivi più in voga come Sei diventata nera cantata dal gruppo Los Marcellos Ferial; Legata ad un granello di sabbia cantata da Nico Fidenco e Stessa spiaggia stesso mare cantata da Piero Focaccia. Sulle note di quelle canzoni sognammo, ballammo, ridemmo e amoreggiammo convinti che la nostra giovinezza dovesse durare per sempre.

I medici dell’epoca fecero il resto prescrivendo il mare e il sole quale terapia per molte malattie, forse per troppe… sollecitati com’erano da molte mamme persuase, così, di andare al mare su disposizione del medico perché “i ragazzini avevano bisogno del mare”. Per carità, è sicuramente accertato che il sole aiuti l’organismo a produrre la vitamina “D”, indispensabile per assorbire il calcio nelle ossa, così come agisce da terapia per molte malattie della pelle, tipo psoriasi e acne, ma è altrettanto vero che l’eccessiva esposizione ai raggi solari sia un rischio per la nostra salute perché ci espone al pericolo di tumori della pelle e, nella migliore delle ipotesi, al suo precoce invecchiamento. La soluzione, ovviamente, non è rinunziare ai benefici derivanti dall’esposizione del corpo ai raggi solari solo per bilanciarne gli inconvenienti, ma seguire l’eterna regola della prudenza e della gradualità.

Pertanto, sarebbe bene che la smettessimo con la fregola dell’abbronzatura intensa e rapidissima e curassimo, invece, una progressiva esposizione del nostro corpo ai raggi del sole. Se proprio non volete presentarvi in spiaggia con delle chiappe color mozzarella, qualche settimana prima, potete incominciare da quella tenue tintarella ottenibile stando in costume, qualche ora, su di una sedia sdraio sul balcone o su di un telo posto sulla soffice erba di tanti parchi cittadini.

E poi, anche l’estate, in fondo, può diventare uno dei momenti belli dell’anno, anche se trascorsa in città e senza l’abbronzatura. State a sentire come la pensava a riguardo il regista Dino Risi: «Mi piace l’estate, quando le ragazze vanno per la strada in sottoveste, quando le bruttine diventano carine e le carine diventano belle…».

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