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La Brexit e l’aquila imbalsamata

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Se l’Unione europea dovesse trovarsi anche alle prese con i catalani e i baschi che se ne vogliono andare dalla Spagna, con i fiamminghi dal Belgio, con la Valle d’Aosta, il Trentino, la Lombardia e il Veneto dall’Italia, la pessima partita che Bruxelles sta attualmente giocando sul tavolo della Brexit sarebbe soltanto una signorile canasta tra anziane e pacifiche signore
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Ieri la Camera dei Comuni britannica ha respinto, per la seconda volta, l’accordo firmato dal premier Teresa May con Bruxelles sulla Brexit, sicché fa un altro grande passo in avanti il No Deal, ovvero l’uscita unilaterale (senza accordo) della Gran Bretagna dall’Unione europea. A questo punto, per ritardare il redde rationem e, soprattutto, per evitare di dovere andare ad elezioni anticipate che – stando ai sondaggi – relegherebbero all’opposizione il partito conservatore, la May è orientata a richiedere a Bruxelles un rinvio per la Brexit sperando, evidentemente, che nel frattempo possa avvenire un qualche miracolo. Anche se, allo stato dei fatti, facciamo fatica ad intravederne qualcuno all’orizzonte.

Una tale richiesta, peraltro, sarebbe per la May una toppa peggiore del buco per tutte le incognite che si trascinerebbe appresso come, per esempio, un possibile, nuovo referendum a qualche anno di distanza dalla Brexit, in un Paese dove i referendum vengono presi molto sul serio dai cittadini. Ma un nuovo referendum sarebbe inviso anche alle aziende britanniche, che non attendono altro che vedere i prodotti in entrata dai Paesi dell’Ue frenati dai dazi post-Brexit, stante che il loro mercato privilegiato resta quello dei Paesi del Commonwealth.

Tra l’altro, per bocca del presidente del consiglio europeo Donald Tusk, Bruxelles ha già fatto sapere che per concedere un rinvio serve «una giustificazione credibile», in parole più semplici il governo inglese dovrà acconciarsi ad un’altra calata di brache a proposito del confine aperto con l’Irlanda se vuole ottenere un rinvio.

Bisogna ammettere che, dal punto di vista dell’Ue, Tusk non avrebbe potuto dire nulla di diverso da ciò che ha detto, anche se dubitiamo che, intontita dal secondo uppercut subito dai Comuni, Teresa May sia riuscita a capire le ragioni per le quali da Bruxelles non può venirle nessun aiuto, ragioni che qualche anno fa non aveva voluto capire neppure il leader dei separatisti catalani, Carles Puigdemont.

Infatti, se l’Ue dovesse trovarsi anche alle prese con i catalani e i baschi che se ne vogliono andare dalla Spagna, con i fiamminghi dal Belgio, con la Valle d’Aosta, il Trentino, la Lombardia e il Veneto dall’Italia, la pessima partita che sta attualmente giocando sul tavolo della Brexit sarebbe soltanto una signorile canasta tra anziane signore.

Non si capisce, dunque, perché Teresa May continui ad illudersi dal momento che l’Ue non potrebbe aiutarla neanche se lo volesse, e non lo vuole, perché più difficoltà incontrerà la Gran Bretagna con la Brexit, meno nazioni euroscettiche saranno disposte a seguirne l’esempio in futuro.

A meno che le parti in causa non trovino conveniente lasciar passare ‘a nuttata delle elezioni europee, un’ipotesi questa che non sappiamo fino a che punto sarebbe conveniente per Bruxelles, mentre lo sarebbe certamente per la Gran Bretagna.

Infatti, stando alle previsioni degli immancabili sondaggi, il prossimo Parlamento europeo che vedrebbe il ridimensionamento di socialisti e popolari, sulle trattative con Londra potrebbe essere più malleabile di quello attuale, troppo dipendente dalla Merkel e da Macron che neppure dovrebbero uscire con le ossa sane dalla competizione elettorale europea.

…vuoi vedere che Teresa May è un’aquila della politica e non ce ne siamo ancora accorti?

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