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La cavalleria non andrà più alla carica per noi

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America
Oggi l’Italia e l’intero Occidente avrebbero bisogno di una “nuova frontiera” e, come fecero nel dopoguerra, mutuare i guizzi culturali e democratici di un Paese grande, libero e moderno che, all’occorrenza, sia capace anche d’imporre la democrazia laddove sia in pericolo perché, se si può imporre il vaccino a fin di bene, non si vede perché non lo si possa fare con la democrazia. Sempre a fin di bene s’intende

– Enzo Ciaraffa –

Ho avuto molte fortune nel corso della mia vita, compresa quella di essere nato qualche anno dopo la II Guerra Mondiale e di aver vissuto così quell’ansia di crescita e di rinnovamento che è stata la ricostruzione del Paese e il conseguente boom economico trainato dall’America col Piano Marshall. L’unica cosa negativa che ricordo di quel tempo eroico del nostro popolo è il disagio morale, la mancanza di miti patriottici e civili sui quali potessimo fondare la nuova Italia. Il mito della Resistenza era, purtroppo, divisivo e in parte lo è ancora oggi. E allora, dopo aver partecipato a una guerra folle e disastrosa, quali sarebbero potuti essere i nostri nuovi miti se «l’Impero dei colli fatali» si era frantumato già nei primi mesi di guerra, e lo Stato risorgimentale, assieme all’apparato militare, in poche ore l’8 settembre del 1943?  Alla fine, però, grazie al nostro atavico istinto di sopravvivenza, riuscimmo a trovare dei miti sostitutivi di quelli dissoltisi, grazie anche agli ex nemici americani dei quali iniziammo a copiare le mode e lo stile di vita. In altre parole scoprimmo il new american way of life. A quel punto bastò sostituire gli inni cadenzati del ventennio con il Boogie-Woogie, la divisa di Avanguardista con i blue-jeans e il sabato fascista con quello in balera. E fu così che diventammo creatori e vittime di un’ennesima chimera, ovvero l’illusione di aver riacquistato per sempre una libertà che, grazie ai nostri nerboruti amici d’Oltreatlantico, nessuno avrebbe più potuto toglierci.

Sicché, complice il citato Piano Marshall e il nostro provincialismo, le chimere provenienti dall’America ne avrebbero generate altre, perché da quel momento incominciammo semplicemente a scim­miottare gli americani (invece di cogliere gli stimoli provenienti d’oltreoceano ed elaborarli), senza possederne peraltro i mezzi economici e soprattutto lo spirito puritano. Insomma realizzammo la brutta copia di tutto ciò che accadeva Oltreoceano, con risultati talvolta pessimi, altre volte pessimi e pure ridicoli. Per capire di che cosa stiamo parlando, bisogna soffermarsi su ciò che il 14 novembre del 1949 scrisse Il Popolo, il giornale ufficiale della Democrazia Cristiana: “L’apparente aspetto tentacolare di una città americana non uccide il cuore di chi vi abita. L’America è ormai un paese a classe unica: il ceto medio senza privilegi né di nascita né di censo. Anche le donne hanno un miglior livello di vita potendo usufruire di ogni tipo di elettrodomestici. Regna la più perfetta armonia tra produttori e imprenditori. Il sistema americano è il migliore del mondo, dubitarne è un’eresia”. Quello, però, non era proprio filoamericanismo ma adorazione mistica!

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Ebbene, trascorsi quegli anni – addirittura favolosi per un bambino del Sud dell’Italia – che in un baleno passò dalla ciambotta ai biscotti secchi, al latte in polvere e alle tavolette di cioccolata che venivano distribuite, a noi piccolini nella sagrestia della parrocchia del paese, dalle bizzocchere che coadiuvavano il parroco la domenica mattina: eravamo troppo piccoli per domandarci il perché gli aiuti dell’America venissero distribuiti nelle parrocchie e non nei Comuni, ma transeat.

Però, non fu il regime alimentare degli yankee a conquistarmi, a farmi sognare e addirittura a regalarmi quei buoni miti che il fascismo aveva adulterato, ma il loro modo di fare il cinema. E, d’altronde, a un bambino fregava davvero poco dell’affiorante cinema neorealista che stava prendendo piede in Italia, che poi sempre fascista era perché sbocciava da radici ben piantate nei settori più avanzati della cultura fascista. A un bambino, ma anche ad un adolescente o giovanotto, film da cineteca come Roma città aperta, Paisà, e Germania anno zero non dicevano niente perché essi, come tutti i ragazzi, volevano soltanto avere un momento per sognare, quando andavano al cinema, volevano credere che sopra di loro c’era una forza sovrumana ristoratrice dei deboli, punitrice dei cattivi e una giustizia che alla fine trionfava.

Non a caso, proprio in quegli anni, il cinema americano era teso ad esportare gli stereotipi culturali della società di riferimento, che se non era proprio perfetta, come se la immaginava il giornale della Democrazia Cristiana, era di certo all’avanguardia in ogni campo rispetto all’Italia. Nei western, che erano i preferiti da noi orfanelli del “duce buono” e del passo romano dei nostri fratelli maggiori, affiorava l’idea della continua (e sempre vittoriosa) sfida dell’uomo fatto da sé con la natura e l’insopprimibile anelito di libertà di individui pronti a pagare qualsiasi prezzo pur di conquistare una nuova frontiera come nei film Ombre Rosse, In nome di Dio e Sentieri Selvaggi. Oddio, la giovanissima età non ci consentiva di  comprendere e apprezzare appieno queste esaltanti caratteristiche, in realtà ciò che ci piaceva di più del classico western era il fatto che alla fine arrivavano sempre “i nostri” a mettere le cose a posto, come l’immarcescibile John Wayne, la Cavalleria oppure una banda di cow boy buoni, secondo uno schema ormai prevedibile: quando sembrava che i protagonisti positivi stessero per avere la peggio, ecco che arrivava uno squadrone di cavalleggeri  tra le urla fino ad allora trattenute e gli incitamenti di noi ragazzini. Il guaio fu che la morale di quei western finì con l’imprintare la nostra crescita intellettuale, sicché venimmo su come dei bambagioni persuasi che a tirarci fuori dai guai avrebbe sempre pensato l’America. D’altronde, non lo aveva già fatto col nazismo e con il fascismo? Non aveva tenuto i comunisti titini oltre la soglia di Trieste? Non ci copriva la testa con l’ombrello atomico? In quegli anni non si stava battendo per la libertà della Corea? Insomma diventammo adulti col convincimento che qualsiasi cosa ci fosse accaduta avremmo potuto contare sull’America. 

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Poi, dopo anni di una brutta guerra contro i comunisti del Vietnam del Nord appoggiata da Cina e Russia sovietica, il 20 aprile del 1975 l’America abbandonò il Vietnam del Sud al suo destino. E allora qualche certezza cominciò a incrinarsi, mentre, sgomenti, osservavamo una scena per noi fino a quel momento impensabile: i cow boy stavano scappando con gli elicotteri dal tetto della loro ambasciata di Saigon! Andò peggio il 24 aprile del 1980, quando il presidente Jimmy Carter ideò la frettolosa operazione “Artiglio d’aquila”, tesa a liberare il personale dell’ambasciata americana a Teheran, catturato dai pasdaran della rivoluzione komeinista l’anno prima. L’operazione si rivelò una fetecchia memorabile perché, ehm… la Cavalleria non riuscì a mettere neppure la sella ai cavalli e, per tutta una serie di madornali errori e sottovalutazioni, dovette scappare senza essere arrivata neppure in vista di Teheran. Quella volta la nostra fiducia nella bravura militare dell’America raggiunse i minimi storici, perlomeno fino a quando con l’operazione “Furia Urgente” gli americani nel 1983 invasero l’isola di Grenada per sottrarla all’influenza sovietico-cubana. Insomma, gli Usa avevano di nuovo – e stavolta con successo – inviato la Cavalleria a riparare i torti delle dittature comuniste. L’11 settembre del 2001, con quattro simultanei attacchi suicidi per mezzo di aerei civili, un gruppo di terroristi di Al – Qaida attaccò gli Stati Uniti delle guerre stellari, della migliore difesa antiaerea del mondo, dall’interno del loro spazio aereo, polverizzando due grattacieli di New York con le migliaia di persone che v’erano dentro.

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti della politica e della nostra vita perché, assieme alle altre forze della Nato, l’America ha invaso l’Afghanistan per vendicare l’abbattimento e i morti dei due grattacieli del World Trade Center; alla Casa Bianca si sono succeduti altri quattro presidenti uno più mediocre dell’altro; la Cina si sta attrezzando per dominare il mondo dopo averlo messo (crediamo senza volerlo…) sottosopra con un virus scappato da un suo laboratorio, mentre un siero antivirale e la vaccinazione coatta sono diventati un dogma del quale è proibito perfino parlare senza incorrere nell’ostracismo dell’intellighenzia e nella repressione morbida dello Stato.

In Italia, ovvero in un sistema dove la Costituzione garantisce la non obbligatorietà delle cure mediche, della libertà di pensiero e della difesa legale di un cittadino portato in giudizio, alcuni avvocati si rifiutano di difendere soggetti non vaccinati o contrari all’obbligo della vaccinazione. Accade anche che dei genitori non possano ritirare i propri figli dalla scuola perché sprovvisti di green pass, prefigurandosi, così, il reato di sequestro di persona. Insomma l’Italia, dove le dittature hanno sempre trovato molti estimatori, sta vivendo una sorta di maccartismo sanitario dal quale sta derivando anche un piattume politico, sociale e culturale che non si era mai visto nel nostro Paese, neppure ai tempi del più cupo Medioevo, quando la cultura, le lettere e l’autonomia intellettuale comunque continuavano a sopravvivere negli eremi e nelle abbazie. Oggi, invece, sta avvenendo la pulizia etnica del libero pensiero, ciò nell’ambito di quel tentativo dei cosiddetti progressisti di voler sostituire col politicamente corretto la logiké, i dubbi e le speculazioni intellettuali che resero grande e civile l’Occidente al quale – la Grecia prima e Roma dopo – hanno fornito le basi del ragionamento e il metodo per rapportarsi col divino e col terrestre.

Come allora, il nostro Paese avrebbe bisogno, oggi, di una nuova frontiera culturale intesa come sano, regolato processo di interazione, di governata mobilità etnica-sociale e, come si fece nel dopoguerra, mutuare i guizzi culturali e democratici di una nazione più grande di quanto essa stessa immagina, gli Usa, perché libera, perché moderna, perché democratica e che, all’occorrenza, sia capace anche di imporre la democrazia perché, se si può imporre il vaccino a fin di bene, non si vede perché non lo si possa fare con la democrazia. Sempre a fin di bene s’intende.

Ma per realizzare tutto questo ci vorrebbe – e qui casca l’asino – una buona scuola, mentre noi la stiamo sistematicamente distruggendo da settant’anni, una classe dirigente accorta e patriottica, una genia politica minimamente preparata e certamente più disinteressata di quella di oggidì, l’equidistanza di istituzioni super partes per dettame costituzionale… mentre scrivo al Colle e al Csm staranno fischiando le orecchie a qualcuno. Ci aiuterebbe nell’impresa quello spirito pratico, efficace, anticonformista dell’America che, dal dopoguerra a oggi, ha saputo assumere, di volta in volta, le sembianze dei quattordici punti di Woodrow Wilson, o del Piano Marshall, o de “Il discorso della quarantena” di Roosevelt. Ma purtroppo i cow boy buoni della nostra infanzia oggi viaggiano in Jeep Wrangler e la Cavalleria non è più disposta ad andare alla carica per salvare la libertà e la democrazia nel mondo.

Tutto questo lo abbiamo visto a Kabul il mese scorso mentre l’America abbandonava, per l’ennesima volta, al suo destino un popolo che, insieme, avevamo irretito con promesse di pace, di democrazia e di libertà. In Afghanistan è stato chiaro che gli americani non verseranno più sangue per la libertà degli altri se questo non coinciderà con i loro interessi. Sicché le ultime speranze di averli moralmente al nostro fianco si sono involate assieme alla 82^ Divisione Aviotrasportata, l’ultima a lasciare l’aeroporto di Kabul. Dunque, non avremo né sprone, né appoggi esterni per combattere con le armi della democrazia la dittatura pandemica che, temiamo, evolverà in dittatura politica e militare anche se, purtroppo, tale pericolo non è avvertito in egual misura da tutti gli interessati. Si colgono le prime avvisaglie di dove andremo a finire con il governo che, senza una legge di riferimento, ha impunemente imposto il green pass anche agli organi istituzionali che, per dettame costituzionale, hanno precise norme di endo-regolamentazione, mettendosi così al di sopra della carta costituzionale, del Parlamento, del Quirinale e del Csm … scusateci se, con arrabbiata ironia, aggiungiamo: «Ben gli sta!».

L’America, la generosa America di mio nonno emigrante, di mio padre carabiniere aggregato alla Military Police dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’ispiratrice della rivoluzione culturale degli anni Sessanta dovrebbe fare un altro miracolo: abbandonarci ufficialmente, e definitivamente, al nostro destino affinché si compia quel tramonto dell’Occidente vaticinato dallo storico e filosofo Oswald Spengler in un saggio dall’omonimo titolo. Siamo dei masochisti antipatriottici? No, siamo soltanto convinti che per capire il valore delle nostre conquiste civili e della libertà, dobbiamo prima perderle e poi lottare con ogni mezzo per riconquistarle.

Il guaio è che questa guerra alla quale ci sta fatalmente portando la nostra ignavia, la stiamo lasciando in eredità ai figli e ai nipoti.

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