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La erre moscia della sinistra americana

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I democratici americani, politicamente parlando,  sono degli snob con la erre moscia dei dandy e amano il popolo soltanto se li porta (e li mantiene) al potere. Per il resto se ne tengono schifiltosamente distanti anche quando, come in Italia, si atteggiano a paladini dei ceti popolari: in realtà basta loro la gestione di una briciola di potere per scordarsene e diventare prepotenti, reazionari e antidemocratici, difetti questi che solitamente inclinano ad attribuire ai loro avversari politici
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È così forte il convincimento di molti italiani sull’ipocrisia dei preti, che non si comportano come predicano, che essi hanno pensato bene di coniare l’adagio «Comportatevi come dicono e non come fanno».

Ebbene, questo concentrato di saggezza popolare si attaglia più che perfettamente alla sinistra italiana e americana, in particolar modo ad una loro icona, il presidente della Camera dei Rappresentanti e grande “sponsor” di Trump, Nancy Pelosi, pizzicata qualche giorno fa in un posto dove non doveva proprio essere, ovvero in un negozio di parrucchiere di San Francisco. Non doveva esservi perché in quella città tali esercizi sono tutti chiusi a causa della pandemia, fatto questo che la signora Pelosi non poteva non sapere essendo la terza carica dello Stato. Ma quel che è peggio, essa era pure senza la prevista mascherina! Decisamente troppo per una delle principali  rappresentanti di un partito che sta mettendo in croce il presidente uscente sulla gestione della pandemia e per la sua nota avversione nei riguardi della mascherina chirurgica.

Una volta che la notizia della sua disinvolta scappatella dal parrucchiere è diventata di dominio pubblico, la Pelosi ha pensato bene di scusarsi della gaffe con una toppa che è stata peggiore del buco, perché fondata su di un trascurato presupposto: per legge il salone non doveva essere aperto al pubblico e lei, facendolo aprire per proprie necessità, ha indotto e agevolato, in ogni caso, la commissione di un reato. Senza parlare poi del tono sprezzante adoperato durante una pubblica comunicazione ai media americani: «Mi assumo la responsabilità di essermi fidata di un salone di quartiere». Salone di quartiere … come dire che lei solitamente non va in quei postacci dove si reca per sistemare i capelli la maggior parte del popolo americano e dove operano, per pochi dollari, fior di lavoratori. Non c’è che dire, una bella lezione di egalitarismo democratico quello della Pelosi! Ma che cosa volete, i democratici sono così ovunque, soprattutto in Italia: hanno la erre moscia dei dandy e amano il popolo soltanto se li porta (e li mantiene) al potere. Per il resto se ne tengono schifiltosamente distanti anche quando, come in Italia, si atteggiano a compagni: in realtà basta loro la gestione di una briciola di potere per scordarsene e diventare prepotenti, reazionari e antidemocratici, difetti questi che inclinano ad attribuire ai loro avversari politici.

Ma la signora Pelosi non è nuova a questi endorsement indiretti a favore della campagna elettorale di Trump, come quando lo scorso 4 febbraio strappò stizzosamente, e in pieno Congresso, una copia del discorso appena letto dal presidente sullo stato dell’Unione, dando così una uterina immagine di sé, come dire della terza carico dello Stato (link all’articolo).

Ma scommettiamo che neppure stavolta la presidente della Camera dei Rappresentanti si è resa conto di essere la perfetta incarnazione dell’ipocrisia e della violenza ideologica della sinistra americana, di coloro che, convinti di essere gli unti del signore delle democrazie, pensano che tutto possa essergli concesso e perdonato, specialmente quelle cose che essi negano ai loro avversari, ai quali peraltro non riconoscono neppure il diritto di esistere.

Ma, stando alla reazione suscitata sui social della sua fuitina dal parrucchiere che doveva star chiuso, la grande nemica di Donald Trump, la pasionaria dell’impeachment, l’ispiratrice di importanti azioni politiche e pseudopolitiche dei democratici contro il presidente degli Stati Uniti, alla fine è stata ripagata da molti americani con le sue stesse monete: arrabbiatura, ironia e derisione.

Tre ingredienti questi che nell’era della sfrenatezza digitale sono capaci di fare a pezzi, in poche ore, la credibilità di un personaggio politico o di un partito. E, v’è da scommetterci, gli elettori americani se le ricorderanno queste cose quando andranno a votare il prossimo 3 novembre perché, a differenza di noi italiani, sono di buona memoria.

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