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La fine della Patria iniziò il 10 giugno del 1940

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La fine della Patria iniziò il 10 giugno del 1940

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Quel giorno i soldati italiani intrapresero la marcia che li avrebbe condotti contro la Francia, la Grecia, la Russia, gli Stati Uniti, il Brasile, l’Inghilterra e il Canada, a fianco di un alleato che, sotto sotto, li disprezzava

– Enzo Ciaraffa –

Domani ricorrerà il 78° anniversario dell’entrata in guerra del nostro Paese e quel lunedì 10 giugno 1940, nonostante l’evenienza fosse nell’aria da lungo tempo, al momento dell’annuncio di Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia, sembrava che gli italiani continuassero a vivere nell’ordinaria routine cercando, in questo modo, di esorcizzare la drammaticità dell’evento. Il tempo aveva dato una mano: era una giornata calda e luminosa con temperature che oscillavano tra i trentuno gradi di Milano e i ventisei di Napoli; il giorno prima l’Inter si era aggiudicata il campionato di calcio; un garzone di fornaio ventenne a nome Fausto Coppi aveva vinto il 28° Giro d’Italia e non sapeva che di lì a qualche giorno avrebbe ricevuto anche la chiamata alle armi. Fino a quel pomeriggio la radio aveva trasmesso le canzoni di Norma Bruni, la giovane cameriera arrivata al successo tramite un concorso canoro, e di Ebe de Paolis. Nei cinematografi si proiettavano film come Un’avventura di Salvator Rosa, L’assedio dell’Alcazar e Abbandono. Le case di tolleranza, così come le caffetterie, registravano la numerosa presenza di militari in divisa… per molti di loro quella sarebbe stata l’ultima volta.

Da lì a poche ore, infatti, Mussolini avrebbe lanciato un’esortazione che, oltre a sconvolgere la vita di milioni di persone, avrebbe definitivamente aperto il sipario sulla sua totale incompetenza in fatto di guerra e di mobilitazione generale: «Popolo italiano, corri alle armi!». Correre dove? Come se una dichiarazione di guerra potesse prescindere da piani a lungo studiati con gli Stati maggiori e da una mobilitazione magari silentemente iniziata da mesi se non da anni. Probabilmente il duce primo Maresciallo dell’Impero (che era suggestionabile) era rimasto impressionato dalla scena di un film uscito in America l’anno prima, dal titolo Via col vento, dove all’annuncio che la Confederazione sudista aveva attaccato l’Unione, tutti i giovani presenti nella tenuta delle Dodici Querce corsero entusiasticamente a inforcare i cavalli per essere i primi ad arruolarsi. Ma era soltanto un film ed eravamo nel 1861.

In quel preciso momento storico la produzione industriale dell’Italia era il 2,7% di quella mondiale che, raffrontata al 32,2% degli Usa, al 18,5% della Russia e al 9,2% dell’Inghilterra, rendeva patetiche le velleità del duce: uno gnomo dell’industria dichiarava guerra al 60% della produzione industriale mondiale!

Fu con tali premesse nello zaino che i soldati italiani intrapresero la marcia che li avrebbe condotti contro la Francia, la Grecia, la Russia, gli Stati Uniti d’America, il Brasile, l’Inghilterra, il Canada e l’intero Commonwealth, a fianco di un alleato che, sotto sotto, li disprezzava, in una guerra che essi percepivano essere sbagliata per tante ragioni. La più importante tra esse era il fatto che nel 1914-1918 si erano fronteggiati eserciti che si trovavano, grosso modo, sullo stesso piano per tecnologia e per potenziale bellico ed economico. Nel 1940, invece, si sarebbero scontrati eserciti che erano rimasti tecnologicamente fermi alla Prima guerra Mondiale come quello francese e italiano, eserciti in linea con i tempi come quello tedesco, russo ed inglese e, di lì a poco, un esercito mezzo secolo avanti a tutti gli altri, quello americano. Tuttavia, i nostri soldati con le pezze ai piedi (e non è un modo di dire perché all’epoca la dotazione-vestiario dei soldati italiani non prevedeva i calzini ma pezze per fasciare i piedi), inconsapevoli di essere, in potenza, quel certo numero di morti che voleva Benito Mussolini, in guerra si comportarono dignitosamente, assai più dignitosamente dei loro capi politici e, soprattutto, dei capi militari che l’otto settembre del 1943 li avrebbero abbandonati alla mercé dei nemici per scappare dietro al sovrano fellone.

Le congetture che si possono fare dopo 78 anni sono due: o Mussolini era un micidiale dilettante fattosi ingannare dagli iniziali successi tattici della Wehrmacht, oppure – come incliniamo a ritenere noi – era un criminale che lanciò milioni di uomini nella fornace della II Guerra mondiale consapevole della loro impreparazione, e ciò soltanto per poter raccogliere le briciole di effimere conquiste territoriali dai tedeschi. Come poteva pensare che una nazione come la nostra, con un risibile potenziale militare e industriale, potesse battere l’Impero Britannico che, oltre ad attingere dalle colonie sparse per tutto il globo le risorse che occorrevano per la guerra, avrebbe finito per trascinare nella lotta al suo fianco anche gli Stati Uniti col loro smisurato potenziale economico e industriale?

Eppure, quei fratelli nostri con le pezze ai piedi e le scarpe di cartone, dal quel 10 giugno all’8 settembre del 1943, si batterono disperatamente in Africa e in Europa segnando con ben 320.000 tombe le tappe del loro estremo ed inutile valore.

In questi tempi osceni dove l’egoismo è ragione di vita, e la vita un facile gioco che non impegna il DOVERE, abbiamo sentito noi il dovere di ricordare per loro, e soltanto per loro, quel giorno di 78 anni fa quando un folle, con la complicità di un sovrano indegno del suo ruolo e di uno Stato maggiore di ignavi incompetenti, condannarono a morte centinaia di migliaia di italiani e con essi il concetto stesso di PATRIA.

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