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La Lituania, un piccolo Paese dal cuore di leone

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Lituania
Quello lituano, oltre a essere un popolo fiero, conosce bene la ferocia dei russi fin da quando faceva parte della Repubblica socialista sovietica di Lituania e, perciò, farà di tutto per non ritornare sotto il tallone dei post-sovietici. Figurarsi che, nella stazione ferroviaria di Vilnius, i treni russi che vi transitano da e per la loro exclave di Kaliningrad sono fatti intenzionalmente rallentare, ciò per dar tempo ai passeggeri di leggere i tabelloni messi in bella mostra e che illustrano la situazione della guerra sul campo senza il “filtro” della mendace propaganda russa

– dalla Lituania Silvio Cortina Bascetto –

Vivendo per un lungo periodo dell’anno in Lituania, riesco a capir meglio, di chi magari vive a migliaia di chilometri di distanza, come i popoli dei Paesi confinanti con la Russia e l’Ucraina stanno vivendo una situazione di guerra che, praticamente, hanno fuori l’uscio di casa. In Lituania, nei ristoranti le cameriere portano appuntate sul petto spille con i colori ucraini, per le strade principali sventolano bandiere lituane e ucraine, molti negozi e bar espongono volantini che esprimono solidarietà all’Ucraina. Alle fermate del bus sono esposti manifesti che invitano la popolazione a chiamare numeri telefonici russi per spiegare i macelli che Putin sta facendo in Ucraina, mentre i canali radiotelevisivi russi sono stati tutti oscurati. Dalle vetrine dei negozi sono spariti i prodotti russi e bielorussi mentre le pasticcerie si sono messe a fare dolcetti coi colori ucraini… perfino la macchinetta obliteratrice sugli autobus reca gli stessi colori! Quanto siano impopolari in Lituania i russi in questo periodo, lo si capisce dalla scritta impressa sui paraurti di alcune auto della risposta che i marinai ucraini dell’Isola dei Serpenti diedero allo speaker della nave russa che intimava loro di arrendersi: “Nave russa andate a farvi fottere!”.

Insomma per aiutare gli ucraini, i lituani stanno facendo di tutto, perfino organizzare spettacoli per raccogliere fondi da destinare ai profughi e – cosa inconcepibile nel Belpaese – molti esercizi commerciali devolvono parte dei loro ricavi all’acquisto di armi per l’esercito ucraino. Sì, perché quello lituano, oltre a essere un popolo fiero, conosce molto bene la ferocia dei russi fin da quando faceva parte della Repubblica socialista sovietica di Lituania, e farà di tutto per non ritornare sotto il tallone dei post-sovietici.  Figurarsi che, nella stazione ferroviaria di Vilnius, i treni russi che vi transitano da e per la loro exclave di Kaliningrad sono fatti intenzionalmente rallentare, ciò per dar tempo ai passeggeri di leggere i tabelloni messi in bella mostra e che illustrano la situazione sul campo senza il “filtro” della propaganda russa. Nel frattempo il governo ucraino ha chiuso l’ambasciata e i consolati russi. I rapporti diplomatici sono stati declassati a livello di Incaricato d’affari, il traffico stradale commerciale con Russia e Bielorussia è stato interrotto e l’acquisto di gas e di petrolio russo è stato sospeso.

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La Lituania ha accolto cinquantamila profughi ucraini che, se rapportati alla popolazione locale, corrispondono a un milione in Italia: in due mesi ha accolto più profughi di quanti clandestini il Pd ha fatto entrare in Italia in cinque anni! E tutto questo da parte di un Paese che, rispetto all’Italia, ha la meta del reddito pro capite e un trentesimo di Pil. Poi vado a leggere l’esito dei sondaggi circa l’atteggiamento degli italiani nei confronti della guerra in Ucraina e resto basito nel constatare che a un’alta percentuale degli intervistati non importerebbe molto se gli ucraini dovessero soccombere, meglio la pace sulla loro pelle, così possono mettere i termosifoni a manetta e continuare a fare i propri affari. Alcuni, invece, i più ipocriti, mascherano questo sentimento sostenendo che vogliono la pace soltanto per evitare altre morti. Scusate, vorrei domandare a costoro, ma non dovrebbero deciderlo gli ucraini se continuare la guerra oppure no? Peraltro, l’Ucraina lo ha già deciso da tempo e se non lo avesse fatto, il giorno dopo l’inizio dell’invasione dei russi, il presidente Zelensky sarebbe stato appeso a un palo e – grazie a qualche Quisling che in casi del genere non manca mai – i russi accolti con pane e sale. Invece, a differenza di noi eredi di Guelfi e Ghibellini, i connazionali di Zelensky sono tutti dalla stessa parte.

È chiaro, credo, che coloro i quali sostengono non si debbano inviare armi vogliono soltanto barattare la pelle degli ucraini con la pace. Praticamente dovremmo pretendere da loro di calarsi le braghe al cospetto del criminale del Cremlino e cedere, nella migliore delle ipotesi possibili, il Donbass e la Crimea, equivalenti come peso economico alle nostre Lombardia per l’industria e alla Sardegna per il turismo. E questo, essi sostengono, per il bene degli ucraini. Addirittura i populisti dei Cinque Stelle, per cavalcare le proteste dei pasciuti e ipocriti pacifisti di cui sopra, si sono risentiti per il fatto che stiamo inviando armi che potrebbero colpire i russi invasori… forse pensano che agli ucraini possano bastare i fucili a tappo della nostra infanzia!

Peraltro, la Costituzione da essi chiamata in causa senza averla mai letta, non dice di non vendere le armi a un altro Paese democratico (a parte il fatto che con l’aggressione alla Libia abbiamo fatto ben di peggio) anzi, a leggerla bene, la nostra Costituzione sostiene il contrario. Articolo 10: “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute”. E tra queste norme, ma i Cinque Stelle non lo sanno presi come sono a svuotare scatolette di tonno, c’è quella ribadita dal successivo articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”. È chiaro che tale ripudio è da intendere come concetto generale, nel senso che l’offesa alla libertà degli altri popoli non deve essere tollerabile e che se qualche Paese ci prova, una volta fallite le negoziazioni, bisogna combatterlo per ritornare alla libertà e allo stato di diritto. E come si ottiene tutto questo?

Con le armi.

Ma va’…

L’Ucraina non è la prima maglia, né temo sarà l’ultima, di una lunga catena di sangue iniziata con il genocidio operato dai russi in Cecenia, continuato con la brutale aggressione alla Georgia, proseguita con la guerra combattuta per procura dai miliziani di Putin nel Donbass e ora allargata a tutta l’Ucraina: chi sarà il prossimo?  

Agli antiamericani che si lagnano perché, secondo loro, andiamo a rimorchio degli Usa e dell’Unione europea (sai la meraviglia visto che siamo alleati degli americani nella Nato e dell’Ue siamo addirittura i fondatori) e che, perciò, non contiamo nulla, rispondo che noi facciamo parte di queste due alleanze perché lo ha deciso un Parlamento democratico e vi abbiamo il peso che siamo stati capaci di (non) conquistarci grazie ai cagasotto in servizio permanente. Spero di vero cuore – non tanto per loro quanto per il mio Paese – che coloro i quali oggi si oppongono all’invio di armi alla resistenza ucraina, non siano costretti un domani a imbracciarle a difesa della loro vita e libertà.

Peraltro, lo si deve alle armi inviate dai Paesi della Nato all’Ucraina se, alla parata militare di queste ore sulla Piazza Rossa, Putin è ricorso a toni vagamente più conciliativi rispetto al passato.

Conte, Salvini, Di Maio & C. (i pacifisti dell’ultima ora) se ne saranno accorti?

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