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La maestra e il boia del castello

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Intorno alla mezzanotte, il messo del Comune che abitava anche lui nel Castello, Attilio Ciprandi, rientrando a casa, aveva visto dalla finestra della maestra Amelia, quella che dava sulla corte, la luce ancora accesa, ma non diede molta importanza alla cosa e se ne andò a dormire. Il mattino successivo, però, notando ancora la luce accesa, prima si consultò con la portinaia del Castello e poi salì per vedere se la signora maestra stesse bene o avesse bisogno di qualcosa, dodici ore dopo che la maestra era stata uccisa

– Vincenzo Ciaraffa –

Tre anni fa, quando dirigevo un mensile, feci delle ricerche su di un efferato assassinio, senza assassino però, avvenuto a Fagnano Olona sessantasei anni fa e le cui dinamiche mi lasciarono molto perplesso, fino al punto da propormi già allora un successivo “ripasso” di tutta la truculenta faccenda. Ebbene, il ripasso l’ho fatto ma le perplessità e il disagio invece di diminuire sono aumentati. Si è, infatti, rafforzata l’epidermica sensazione che gli investigatori del tempo, pur muovendosi in presenza di un cospicuo quantitativo di reperti e di un numero perfino eccessivo di personaggi collegabili al delitto, si siano lasciati sfuggire qualche dettaglio rivelatore che avevano sotto gli occhi.

Il 26 marzo del 1953, tra le ore 19,30 e le 20,30, uno sconosciuto, armato di martello, saliva le scale che davano al primo piano del Castello Visconteo di Fagnano Olona, dove coesistevano gli uffici del Comune e alcune abitazioni civili. L’obiettivo dello sconosciuto era la maestra vedova che occupava il piccolo appartamento situato nell’ala destra del castello, la signora Amelia Acerbi Lepri. Ma prima di proseguire nel riesame di quest’episodio, che assumerà i contorni di una storia noir man mano che andremo avanti a raccontarla, cerchiamo di capire innanzitutto chi era la maestra Amelia e quali erano le sue abitudini e la sua personalità, avvalendoci delle notizie di cronaca dell’epoca e dei ricordi di alcuni fagnanesi all’epoca ragazzi.

Nativa di Cimbro di Vergiate, la “signora maestra”, come tutti la chiamavano a Fagnano Olona, aveva cinquantatré anni al tempo della morte ed era arrivata ad insegnare in questo paese posto sulla sponda occidentale del fiume Olona quindici anni prima. Pian piano si era inserita nella vita cittadina, fino a diventare un punto di riferimento per molte famiglie di operai, prendendosi cura sia dell’apprendimento dei loro figli, sia del loro stato di salute: non era infrequente, infatti, vederla praticare iniezioni a chi ne avesse bisogno, adulto o bambino che fosse, come peraltro fece alla signora Bussola, sua vicina di casa, proprio quella ferale sera del 26 marzo 1953, intorno alle ore 19,00.

Metodica e abitudinaria, la maestra Amelia, ogni sera alle ore 21,00 si ritirava in casa e non ne usciva fino al mattino successivo, per recarsi a scuola. Questa metodicità era dettata dal fatto che, essendo affetta da una parziale sordità, a quell’ora era sua abitudine togliere l’apparecchio acustico per poi mettersi a letto. Eppure quella sera, invece di andare a dormire alla solita ora, la signora Amelia indossò una gonna a quadretti, una camicetta a maglia di lana nera e, con un pizzico di civetteria, vi appuntò su una bella spilla d’oro. Aspettava qualcuno?

Questo “qualcuno”, del quale non si è mai accertata l’identità, una volta entrato nell’appartamento della sventurata maestra, agì con rapidità e inaudita violenza, come ebbe ad accertare il professor Cavallazzi dell’Istituto di Medicina Legale di Milano, che aveva eseguito l’autopsia. L’assassino colpì la vittima prima sulla fronte per farle perdere subito i sensi ed impedirle di gridare poi, quando il corpo giacque a terra esamine, le sferrò altre diciannove martellate sulla testa, fino a ridurgliela in un sanguinolento ammasso. D’altronde, che la vittima non gridasse era sostanziale per l’assassino al fine di non essere scoperto giacché, oltre ai casigliani, in un locale attiguo, era in atto una riunione della giunta comunale.

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Intorno alla mezzanotte, il messo del Comune che abitava anche lui nel Castello, Attilio Ciprandi, rientrando a casa, aveva visto dalla finestra della maestra Amelia, quella che dava sulla corte interna, la luce ancora accesa, ma non diede molta importanza alla cosa e se ne andò a dormire. Alle ore 07,30 del mattino successivo, però, notando ancora la luce accesa, prima si consultò con la portinaia e poi salì per vedere se la signora maestra stesse bene o avesse bisogno di qualcosa.

In una mattina di marzo, col sole basso che deducibilmente riverberava sui vetri delle finestre, era possibile intravedere dalla corte interna l’illuminazione di una fioca lampadina alimentata a 125 volt?

Si accorse subito che la porta dell’appartamento era socchiusa sicché, dopo averla chiamata ad alta voce, decise di entrare. Lo spettacolo che Ciprandi si trovò d’avanti agli occhi non lo avrebbe più dimenticato per tutta la sua vita: la signora Amelia giaceva a faccia in giù sul pavimento e mostrava il cranio vistosamente aperto, benché fosse in parte ricoperto da sangue che prima di raggrumarsi era schizzato dappertutto, tant’è che su alcune macchie si era perfino stampata l’impronta delle scarpe dell’assassino.

Ebbene, nonostante sì copiose tracce, l’intervento dei Carabinieri e della Polizia Scientifica non riuscì a dare un nome al colpevole del brutale assassinio. Questo, nonostante il serrato interrogatorio cui fu sottoposto mezzo paese, dal quale venne fuori che, nella stessa ora in cui era avvenuto il delitto, una Fiat 1400 nera aveva sostato per un po’ d’avanti all’entrata del castello, per poi precipitosamente ripartire. Neppure i vicini di casa della maestra, la famiglia Bussola e Massironi, e altre persone che avevano avuto in qualche maniera a che fare con lei, seppero fornire elementi utili agli investigatori.

Il fallimento di queste indagini, a parer mio, fu principalmente dovuto alle tecniche di interrogatorio utilizzate dagli investigatori, troppo lunghe e dispersive per poter dare un nome all’assassino entro le canoniche quarantott’ore, passate le quali di solito tutto s’ingarbuglia e si complica. Ciò si evidenzia soprattutto nel caso di due indiziati: Mario Bertocco e Carlo Amedeo Jucker.

Mario Bertocco all’epoca era un piastrellista venticinquenne proveniente dal Veneto, e si trovava a Fagnano Olona ospite di sua sorella Flora, in attesa di emigrare in Francia per lavoro. Era un giovane che poteva definirsi affascinante per i canoni estetici dell’epoca, un tipo alla Fred Buscaglione per intenderci, con una personalità gioviale e godereccia: a San Vito di Vigonza, dov’era nato e vissuto prima di arrivare a Fagnano, si diceva addirittura che andasse indifferentemente con uomini e donne. Ebbene, bastò questa diceria sulle supposte attitudini sessuali del povero Bertocco per convincere gli investigatori che egli possedesse le caratteristiche antropologiche del criminale… la criminologia dell’epoca non si era ancora del tutto liberata delle fallaci teorie del Lombroso. Ma, dopo serrati interrogatori, Bertocco fu depennato dall’elenco dei sospettati e poté emigrarsene in Francia col proposito, come mi ha raccontato la nipote vivente a Fagnano, di non rimettere più piede in Italia.

Carlo Amedeo Jucker era, invece, un vedovo sessantenne, “sordo parlante” (come all’epoca si chiamavano i sordi con l’uso della parola), ma valente pittore, filosofo e studioso delle sacre scritture. Ultimo di una numerosa famiglia di origine svizzera, che aveva interessi in diversi cotonifici della zona, e dopo la morte della giovane moglie, si era trasferito a Fagnano Olona, in una villetta posta alla destra del castello visconteo dove tuttora si trova.

Carlo Amedeo aveva trasformato la villetta in una sorta di romitaggio artistico, tant’è che nell’ala che dà sulla Valle Olona aveva installato uno studio di pittura e una biblioteca ricca di libri come ve ne erano poche in una casa benestante del tempo. Se proviamo ad immaginare come doveva apparire ai fagnanesi nel 1953 un sessantenne sordo, misantropo, con i capelli bianchi e lunghi, capiamo perché anche lui finì tra gli indiziati dell’assassinio della maestra.

Nel corso di un’indagine per omicidio, i sospetti, di solito convergono su individui aventi in comune il medesimo movente e personalità. Nel nostro caso, invece, si era al cospetto di due individui l’uno l’antitesi dell’altro: gaudente e vanesio il primo; sordo, filosofo, artista misantropo e solitario il secondo. Che tipo di frequentazione potevano avere mai avuto due soggetti del genere con una donna di mezza età, di buona cultura e senza grilli per la testa?

Un amore passionale? Bertocco, per gli anni che aveva, sarebbe potuto essere il figlio della maestra Amelia; Jucker, se avesse avuto delle frequentazioni intime con lei, se ne sarebbero certamente accorti i domestici che vivevano nella sua villa. Un furto? L’assassino non aveva preso né la spilla d’oro, né i soldi dalla borsetta della maestra che faceva mostra di sé sul tavolo della cucina all’indomani della sua uccisione. Nel caso di Jucker, poi, il problema del furto non si poneva neppure essendo egli molto ricco.

Le efferate modalità del delitto lasciavano intendere una grande carica di odio nei confronti della vittima, un odio a lungo covato e non necessariamente maschile.

Intanto, mentre le indagini della Polizia e dei Carabinieri andavano avanti, si ipotizzò che la Fiat 1400 nera, quella che era stata vista sostare d’avanti al castello la sera del 26 marzo, potesse essere la stessa che era stata rubata a un commerciante di Busto Arsizio e poi ritrovata a Varese qualche giorno dopo, senza che nulla vi fosse stato sottratto. Si trattava davvero della stessa auto? Questo non fu l’unico interrogativo al quale, all’epoca, non fu data una risposta.

Sarebbe interessante sapere, ad esempio, se le impronte delle scarpe lasciate nell’appartamento della vittima furono comparate con quelle abitualmente calzate dagli indiziati e dai presenti al castello quella sera di sessantasei anni fa. L’assassino, che aveva potuto agire indisturbato perché probabilmente conosceva bene sia la maestra che il luogo dove ella viveva, fu ricercato anche nel Castello? E nel mondo della scuola? Che cosa era successo quel giorno, a Cimbro, tra la maestra Amelia e i suoi parenti a margine dei funerali di uno zio? Sta di fatto che dopo il primo colpo sferrato sulla fronte, l’assassino aveva voluto finire il “lavoro” con altre diciannove martellate, come a volere essere certo di aver tolto di mezzo un ostacolo o una persona molto odiata, di un odio che poteva essere anche al femminile. Quali erano, dunque, gli interessi e/o le persone che traevano in qualche modo giovamento dall’eliminazione della maestra?

Gli echi mediatici sull’assassinio di Fagnano Olona passarono presto in second’ordine perché proprio in qui giorni infuriava in seno alla Democrazia Cristiana, e nelle piazze italiane, la lotta tra i sostenitori di Alcide De Gasperi ed i suoi avversari che, in verità, si trovavano soprattutto in Vaticano.

Non inclino alle congetture e, perciò, non ne farò neppure questa volta, purtuttavia, ancora a distanza di sessantasei anni, ho la sensazione che, dopo aver infilato tanto pane nel forno delle indagini, alla fine ne sia venuto soltanto cenere. E questa sensazione non è soltanto mia, perché i fagnanesi, che erano ragazzi al tempo dell’assassinio della maestra e con i quali ho potuto ripetute volte parlare, hanno sostenuto che le indagini non approdarono a nulla e che furono addirittura insabbiate, perché si volle “coprire” qualcuno, lasciando intendere che questo qualcuno si trovava all’interno del Castello e non fuori.  Chi potesse essere stato essi, però, non hanno saputo (o voluto) dirlo.

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