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Giorgia Meloni al governo? E perché no

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Mentre Giorgio Almirante fu un leader in un certo senso dimezzato perché compromesso col fascismo in quanto capogabinetto del ministro della cultura di Salò, la leader di Fratelli d’Italia non ha un passato in chiaroscuro, sicché il fatto di non avere macchie sul suo pedigree sta rendendo credibile e attrattivo il progetto di dare all’Italia un governo conservatore, democratico ed europeista quanto basta. Ha perfino eliminato dai programmi la zavorra di alcune pregiudiziali storiche allo scopo di poter atterrare nel campo largo del liberalismo sociale di tipo nord-europeo

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Non siamo dei sostenitori di Fratelli d’Italia, come non lo siamo di nessun partito politico, pur avendo le nostre simpatie. Tuttavia, riteniamo si debbano fare i complimenti a Giorgia Meloni per come sta conducendo il suo partito nelle perigliose acque di un momento storico a dir poco drammatico per il nostro Paese e per l’intero Occidente. E, d’altronde, non siamo gli unici a ritenere che la leader di Fratelli d’Italia si stia comportando bene, posto che il suo indice di gradimento è di gran lunga superiore alla percentuale di voto statisticamente attribuita al partito. In questo, in verità, è stata anche favorita dal fatto di lavorare stando all’opposizione, come dire senza vincoli di coalizioni più o meno spontanee.

Come ha fatto un partito nato appena nove anni fa, partendo da una percentuale elettorale da prefisso telefonico e con l’informazione mainstream avversa, a diventare istituzionalmente così credibile e attrattivo? In fondo, credibile così non lo fu neppure il partito-nonno di Fratelli d’Italia, ovvero il Movimento social italiano (Msi), come non lo fu il suo miglior segretario, Giorgio Almirante, che politicamente e culturalmente parlando, era un inarrivabile gigante rispetto alla pur brava Giorgia Meloni.

Però, mentre Almirante fu un leader in un certo senso dimezzato perché compromesso col fascismo in quanto capogabinetto del ministro della cultura di Salò, la leader di Fratelli d’Italia non ha un passato in chiaroscuro, sicché il fatto di non avere macchie sul suo pedigree sta rendendo credibile e attrattivo il progetto politico di dare all’Italia un governo conservatore, democratico ed europeista quanto basta. Giorgia Meloni ha perfino eliminato dai programmi la zavorra di alcune pregiudiziali storiche allo scopo di poter atterrare nel campo largo del liberalismo sociale di tipo nord-europeo.

Detto così potrebbe sembrare un ossimoro ma non lo è, perché l’ideale social-liberale è quello di affrontare le questioni economiche tenendole in stretta relazione con quelle sociali come povertà, assistenza, istruzione e clima, nell’ambito degli inalienabili diritti individuali di ogni cittadino. Va da sé che con una tale premessa è difficile, in un regime autenticamente social-liberale, trovare interessi di classe parossisticamente contrapposti com’è avvenuto negli anni recenti e ancora sta avvenendo in Italia, generando inesauribili contrapposizioni sociali e ideologiche nella terra che fu già di Guelfi e Ghibellini. D’altronde, dopo il fallimento del collettivismo e del capitalismo mondializzato, all’orizzonte non si intravedono altre filosofie sociali.

Ebbene, a costo di far storcere il naso a molti bigotti, sosteniamo che il liberalismo sociale sia il più vicino possibile all’enciclica Rerum Novarum di papa Leone XIII il quale, mentre riteneva che il socialismo fosse un falso rimedio dei problemi materiali dell’uomo, nell’ambito del concetto di giusta proprietà privata, intesa come diritto naturale, nella parte prima dell’enciclica, al punto sei, affermava testualmente che: « Egli [l’uomo] deve dunque poter scegliere i mezzi che giudica più propri al mantenimento della sua vita, non solo per il momento che passa, ma per il tempo futuro. Ciò vale quanto dire che, oltre il dominio […] non v’è ragione di ricorrere alla provvidenza dello Stato perché l’uomo è anteriore allo Stato: quindi prima che si formasse il civile consorzio egli dovette aver da natura il diritto di provvedere a sé stesso». Sembrerebbe un discorso di Margaret Thatcher o di Ronald Reagan e invece lo sostenne un papa oltre un secolo fa!

Questo excursus  era indispensabile per far meglio capire il perché del successo di Giorgia Meloni e del suo partito che, fino a questo momento, è stato l’unico a guardare in avanti, a immaginare un programma per il futuro, cosa che hanno capito un po’ tutti, operai, imprenditori, artigiani, professionisti, filosofi e docenti, visto gli echi positivi (e la folta partecipazione) suscitati dalla tre giorni della conferenza programmatica che Fratelli d’Italia ha tenuto al MiCo di Milano sul tema “Italia, energia da liberare. Indipendenza, libertà, crescita. Appunti per un programma conservatore”. Si tratta di trenta valutazioni di personaggi autorevoli e qualificati come, per citarne alcuni, il filosofo Stefano Zecchi, il saggista Luca Ricolfi, l’accademico ed ex presidente del senato Marcello Pera, il magistrato Carlo Nordio, il giornalista Paolo Del Debbio, l’ex ministro dell’economia Giulio Tremonti, l’ambasciatore Stefano Pontecorvo, l’economista Cesare Pozzi, l’industriale e presidente della Confindustria del Veneto, Matteo Zoppas, oltre a 4.500 delegati giunti da ogni parte d’Italia.

L’idea di quanto siano cambiati i riferimenti politico-sociali in Italia ce l’ha proposta Carlo Nordio quando ha dato atto a Giorgia Meloni di portare avanti, sulla riforma della giustizia, le idee di Giuliano Vassalli, come dire alcune importanti idee di un socialista eroe della Resistenza, ministro e presidente della Corte Costituzionale.

In un Paese normale, a questo punto, sarebbe legittimo attendersi da parte di una sinistra che fosse veramente progressista, la messa in calendario di una contrapposta conferenza programmatica sugli stessi temi lasciando, alla fine, agli elettori il giudizio sui programmi proposti dalle due parti politiche: dagli elettori e non da altri soggetti!

E, invece, temiamo che non appena saranno note le candidature per le elezioni politiche del 2023, comincerà la solita pioggia di avvisi di garanzia e scandali più annunciati che reali, in modo da favorire chi favorito non è da quasi un ventennio. Ma anche di questo l’italiano medio è nauseato ormai, perché è oberato da una miriade di problemi pratici, in alcuni casi di pura sopravvivenza, per i quali vorrebbe delle risposte e un aiuto, al posto delle polemiche gratuite che riempiono i giornali, animano i talk show ma poi lo lasciano in una spaventosa solitudine esistenziale ed economica.

Per questo, forse soprattutto per questo, bisogna liberare, prima che sia troppo tardi, le migliori energie degli italiani per favorire la libertà d’iniziativa e una crescita economica non disgiunta da quella sociale.

Anche quando a proporlo è il partito di Giorgia Meloni.

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