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La morte è una maestra senza alunni

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“Un aforisma al giorno toglie il medico di torno”



Anche se più intellettuale, questo pensiero dell’imperatore romano e filosofo Marco Aurelio può essere senz’altro considerato il progenitore della poesia A livella di Totò, anche se il principe della risata partenopeo, che normalmente si teneva alla larga dalle elucubrazioni filosofiche, alla fine della poesia lascia che a filosofeggiare sia il protagonista più umile, il netturbino Gennaro Esposito laddove conclude: «Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: Nuje simmo serie… appartenimmo à morte!».

Eppure, praticando con una certa assiduità i nostri simili, viene il dubbio che forse avessero torto sia Marco Aurelio che Totò, e non per le conclusioni alle quali pervengono entrambi, ma per il presupposto sul quale essi le fondano, e cioè che il genere umano abbia avuto un principio seminale divino e che «… appartenimmo à morte».

Infatti, a giudicare da come ci comportiamo gli uni con gli altri, l’unico nostro principio seminale parrebbe essere non quello inteso dall’imperatore filosofo, ma derivante unicamente dal fatto che prendiamo vita da un banale schizzo di liquido seminale e che, a ben vedere, non apparteniamo affatto alla morte perché incapaci di compenetrarne il mistero e gli insegnamenti: essa in realtà ci coglie sempre impauriti e recalcitranti.

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