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La pericolosità della velleità sposata all’ideologia

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La pericolosità della velleità sposata all’ideologia

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Dalla velleità fascista siamo passati alle menzogne di Boeri che non sono meno pericolose poiché inquinano i termini del problema che si dice di voler risolvere, una menzogna che parte proprio dai contributi previdenziali

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Il nostro Paese ha un’estensione territoriale di 131.337 chilometri quadrati, un fazzoletto insomma e vi campano 60.787.451 abitanti, come dire 201, 32 abitanti per chilometro quadrato. Alla luce di questi numeri si può realisticamente pensare di potervi trasbordare la popolazione di un paio di continenti? E perché poi? Non si capisce, infatti, da quale conflitto o grave pestilenza stiano scappando gli immigrati che dall’Africa e dal Medio Oriente dirigono sull’Italia giacché l’unica disastrosa guerra ora in atto è quella siriana.

Il Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati, con un dato riferito al 6 settembre 2016 rilevò che su 53.873 immigrati soltanto il 5% di essi aveva diritto ad essere accolto. Eppure, analizzando le nazionalità prevalenti degli immigrati che giungono in Italia, si trovano turchi, marocchini, libanesi, algerini, egiziani, Paesi dove non c’è nessuna guerra in atto. Ecco perché mescolare gli immigrati irregolari con i veri profughi in nome di un’ideologia politica, è stata un’operazione a dir poco cinica.

Piuttosto, iniziamo a chiamare le cose con il loro nome: la quasi totalità di quelli che arrivano in Italia sono immigrati economici! Gente che scappa dal proprio Paese con la speranza di poter star meglio da noi, una speranza che si trasforma rapidamente in illusione, spesso in tragedia, perché una volta accolti, non sappiamo come integrarli e, perciò, li lasciamo in balia di loro stessi, in una terra che non conoscono, in una società che non li ama per colpa di chi non ha saputo elaborare un ragionato piano di accoglienza e d’integrazione.

Vignetta Tesauro

E non si venga a dire che anche noi eravamo immigrati. Certo che lo eravamo ma vi accenniamo anche come. Quando i nostri avi arrivavano negli Usa, ad esempio, le autorità americane li tenevano per quaranta giorni reclusi nei capannoni dell’isolotto di Ellis Island, e soltanto dopo aver subito ogni tipo di controllo sanitario, soltanto dopo aver dimostrato di potersi mantenere, soltanto dopo aver dimostrato di non aver precedenti penali, soltanto dopo aver dimostrato di avere un lavoro ad attenderli, la cosiddetta “chiamata”, essi erano finalmente ammessi sul suolo americano. Peraltro, i democraticissimi americani avevano emesso una specie di vademecum dell’immigrazione nel quale si ingiungeva ai funzionari preposti al controllo di rimandare indietro «…i vecchi, i deformi, i ciechi, i sordomuti e tutti coloro che soffrono di malattie contagiose e aberrazioni mentali». Noi italiani, per fortuna siamo un’altra cosa, ma sia chiaro: questa, grosso modo, fu la nostra immigrazione!

Poi venne il fascismo a pontificare che «il Mediterraneo divide l’Italia dall’Africa come il fiume Tevere divide in due Roma» pensando di poter indirizzare l’immigrazione di un malmesso Paese nelle sue più malmesse colonie africane. Come andò a finire è storia tragicamente nota.

Dalla velleità fascista siamo passati alla menzogna che non è meno pericolosa perché inquina i termini del problema che si dice di voler risolvere, una menzogna che banalmente (si fa per dire…) parte dai contributi previdenziali. È di questi giorni l’uscita del presidente dell’Inps Tito Boeri secondo il quale il nostro sistema previdenziale ha bisogno degli immigrati.

Intanto i contributi che versano gli immigrati con un lavoro regolare non sono beneficenza ma versamenti per la pensione che riceveranno quando raggiungeranno l’età, oppure che gli saranno restituiti se decideranno di lasciare l’Italia prima di allora, una prestazione questa che a nessun cittadino italiano è dato ricevere. Ma soprassediamo in questa sede alla disparità di trattamento, a quella che viene percepita dai cittadini come una sorta di razzismo alla rovescia.

Un conteggio onesto dovrebbe, invece, contemperare anche l’altro aspetto del problema, ossia il grande debito previdenziale che questi contributi stanno contribuendo ad alimentare senza portarci nessun tipo di beneficio, poiché serviranno appena a pagare la pensione agli immigrati. Senza contare che i contraccolpi di tali spese sul welfare sono palpabili in ogni Comune e Regione italiana, dove è sufficiente verificare quanti siano gli stranieri assegnatari di case popolari, di contributi di sostegno al reddito, di agevolazioni sui costi dei servizi pubblici, di esenzioni sanitarie. E ci fermiamo qui perché l’argomento non è di quelli che si possono esaurire in un articolo.

A questo punto dovrebbe essere chiaro a tutti che, nella sua globalità, quello dell’immigrazione nel Mediterraneo non è un problema che possa gestire da sola l’Italia od altro Paese europeo ma tutto il Vecchio Continente.

Eppure v’è chi in queste ore continua a dare addosso al governo Conte perché è riuscito, “cavourianamente”, a trasformare un problema italiano in un problema europeo. Come dire che la velleità del passato si sta saldando all’incoscienza del presente. E quanto ciò sia pericoloso non v’è certo bisogno che lo diciamo noi…

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