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La rinascita del Sud con i grillini luddisti?

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Per far ripartire il Sud non occorrono tanto le vagonate di miliardi quanto la capacità di saperli spendere intorno a un definito progetto come, per citarne un pezzo, una capillare rete di distribuzione dell’energia, una rinnovata rete di collegamenti interni, costruzione di strade, autostrade, aeroporti, il ponte sullo Stretto, l’ampliamento della linea ferroviaria, dei porti siciliani e pugliesi. E tutto questo Conte vorrebbe farlo con l’alleanza di un movimento politico, i Cinque Stelle, che ha fatto della decrescita industriale il proprio cavallo di battaglia, fino al punto di rinunciare ad organizzare le Olimpiadi del 2024, di avversare il gasdotto trans-adriatico, e la TAV
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Lo scorso 14 febbraio il premier Giuseppe Conte ha scelto Gioia Tauro per presentare il “Piano Sud 2030” del governo con una premessa che, in verità, non giova alla sua credibilità: «Oggi siamo qui per piantare le radici delle nostre idee e del nostro progetto. È la prima volta che un governo progetta un impegno decennale per il Sud». È la prima volta che un governo progetta un impegno decennale per il Sud? In effetti non è così perché, se non vogliamo rimanere impiccati alla semantica di Conte, possiamo rilevare il fatto che di piani straordinari il nostro Sud ne ha avuti anche troppi nell’ultimo secolo! Da quello previsto dalla legge del 1902 per la Puglia alla legge Zanardelli del 1904 per la Basilicata, dai piani di risanamento del territorio fascisti alla legge che nel 1950 istituì la Cassa per il Mezzogiorno, sorvolando sugli interventi straordinari ad hoc come quelli, copiosissimi di miliardi, che seguirono il terremoto del Belice del 1968 e il terremoto della Campania e della Basilicata del 1980.

Ma nessuno di quei piani funzionò a dovere in rapporto ai soldi investiti, come pure prevediamo che non funzionerà il piano presentato da Conte, per la stessa ragione di sempre: manca una chiara visione generale della questione meridionale. Questa visione confusa traspare, d’altronde, da un passaggio del discorso di presentazione del premier, come quando afferma che «Se riparte il Sud, riparte l’Italia” … per noi irrecuperabili terroni è vero, invece, l’esatto contrario stante l’attuale rapporto di forza economica e industriale esistente tra il Nord e il Sud del Paese. Piaccia o non piaccia. Deve essere, infatti, la locomotiva più veloce ad assumersi l’onere di trascinare verso la meta quei vagoni da lungo tempo fermi sul binario morto del “sottosviluppo programmato”, diversamente saremo punto e a capo.

E poi, per far ripartire il Sud non occorrono tanto le vagonate di miliardi quanto la capacità di saperli spendere intorno a un definito progetto come, per citarne un pezzo, una capillare rete di distribuzione dell’energia, una rinnovata rete di collegamenti interni ed esterni al Paese, costruzione di strade, autostrade, aeroporti, il ponte sullo Stretto, ampliamento della linea ferroviaria, dei porti siciliani e pugliesi. E tutto questo Conte vorrebbe farlo con dei miliardi che ancora non ha e, quel che è peggio, vorrebbe farlo con l’alleanza di un movimento politico, i Cinque Stelle, che ha fatto della (folle) decrescita industriale il proprio cavallo di battaglia, fino al punto di rinunciare ad organizzare le Olimpiadi del 2024, di avversare perfino la semplice posa dei tubi del TAP o gasdotto trans-adriatico, e la TAV o linea ferroviaria veloce che avrà il compito di collegare rapidamente Torino con Lione e con i rispettivi retroterra, un’opera peraltro già giunta a buon punto di realizzazione. E queste sono soltanto alcune delle ragioni per le quali non crediamo possa essere Conte assieme a grillini a realizzare un piano straordinario per il Sud e crediamo lo sappia anche il diretto interessato … tanto promettere non costa niente.

Ma il premier probabilmente è andato in Calabria con un intento ben preciso in testa: strappare quelle popolazioni alla Lega e al Centrodestra che finora, in verità, non hanno presentato neanche uno straccio di progetto per risollevare le sorti e il destino di coloro che a Sud li votano sempre più numerosi, agitando la carota di una montagna di miliardi. Ciò perché Conte è un uomo del Sud e, perciò, sa bene come titillare i costruttori di consenso che si muovono da quelle parti. Insomma, il Piano Sud 2020 che Conte ha lanciato in Calabria è, al momento, un asino spacciato per purosangue.

Ma per capire, in modo onestamente argomentato, l’origine e l’evoluzione storica del sottosviluppo del nostro Meridione e il fallimento delle politiche votate a risolverlo, suggeriamo il servizio di Raffaele Ciaraffa dal titolo “Cornuti e mazziati” che pubblicheremo a giorni.

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