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L’aiutante di Garibaldi e il capostazione di Franceschiello

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Non è pervenuto fino a noi, purtroppo, il nome di quel capostazione napoletano, un indubbio grand’uomo, il quale, con signorile distacco e senza aprire neppure la bocca, riuscì a mettere a posto il tracotante aiutante di Garibaldi che in quel settembre del 1860 fu il vero re di Napoli, mentre i reggimenti dell’esercito borbonico, invece di arrendersi, marciavano sulla via marina, a passo di parata, per dirigere verso il Volturno, a morire  in nome del giuramento fatto al loro re
– Enzo Ciaraffa –

La storia dell’Unità d’Italia ha taciuto, mistificato e alterato molte verità e questo è comprensibile sul piano del pragmatismo politico di una nazione che si stava costituendo, lo diviene un po’ meno dal punto di vista dell’oggettività storica. L’entrata di Garibaldi a Napoli il 7 settembre del 1860, infatti, fu descritta dagli agiografi risorgimentali come l’entrata di Gesù a Gerusalemme, preceduta dalle immagini del re Borbone in fuga, del suo esercito in totale disfacimento e da folle plaudenti che accoglievano il liberatore del Sud.

In realtà i fatti non si svolsero esattamente così: il re Francesco II (Franceschiello per i napoletani), per evitare una battaglia nella capitale del regno che a modo suo amava sinceramente, era andato ad attestarsi tra Capua e Gaeta, sicché Garibaldi poté entrare a Napoli indisturbato anche perché l’ordine pubblico era assicurato  dalle consorterie dei guappi organizzati da don Liborio Romano, il ministro degli interni borbonico che aveva tradito il suo re ancor prima che il duce dei Mille arrivasse a Napoli. L’esercito borbonico, poi, era tutt’altro che in disfacimento tant’è che, mentre Garibaldi entrava in città, i forti e le caserme erano ancora in mano all’esercito regolare.

In quei convulsi giorni del settembre 1860 non si capiva bene quale sarebbe stata la prossima mossa di Garibaldi una volta che fosse arrivato a Napoli il grosso dei suoi uomini, che non erano più “Mille” ma alcune decine di migliaia: avrebbe proseguito verso il nord per porre fine al potere temporale della Chiesa e fare di Roma la capitale d’Italia? Avrebbe dato ascolto a Mazzini, che in quei giorni si trovava pure lui a Napoli, e ritardare il plebiscito per l’annessione? Oppure si sarebbe fatto convincere da Carlo Cattaneo a gettare le premesse per una repubblica confederale sul modello svizzero? Il dilemma fu risolto dal re sardo-piemontese Vittorio Emanuele II quando, il 26 ottobre successivo, si presentò al famoso incontro di Teano per “incassare”, al più presto, da Garibaldi il Meridione e annetterlo così alla corona sabauda.

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Alla sua entrata a Napoli, però, il problema che pressava Garibaldi era l’alimentazione del fronte del Volturno, sul quale Francesco II si era attestato con 50.000 uomini, e l’insurrezione legittimista che serpeggiava nel Sannio. Fu per queste ragioni che il 13 settembre il duce dei Mille ordinò al suo giovane aiutante, Giuseppe Bandi, che due Brigate si concentrassero alla stazione ferroviaria di Napoli entro le 03,30 dell’indomani, per essere poi caricate sul treno e trasportate verso la linea del fuoco, a Caserta.

Bandi, però, andandosene in giro con i commilitoni a far bisboccia per Napoli aveva dimenticato di predisporre il convoglio come gli era stato ordinato, salvo ricordarsene poco prima della mezzanotte. La sua incredibile dimenticanza avrebbe potuto compromettere il movimento operativo di due Brigate con chissà quali conseguenze sul terreno dei combattimenti, perciò pensò di rimediarvi ricorrendo all’arma di tutti i conquistatori corti di vedute: la tracotanza. Correndo a perdifiato, infatti, arrivò alla stazione ferroviaria che si trovava lungo la Via dei Fossi (l’attuale Corso Garibaldi), dove all’incerta luce dei lumi a petrolio dormivano tutti, dai facchini al capostazione, perché a quell’epoca i treni non viaggiavano nelle ore notturne.

L’Ufficiale garibaldino, urlando come un invasato e sfondando le porte a calci, svegliò perfino i polli che il capostazione allevava in una stia a fianco della casa, curando di maltrattare tutti quelli che gli capitavano a tiro come fossero loro – e non lui! – i responsabili del potenziale disastro. Alla fine, tra urla, bestemmie e minacce, riuscì a catturare l’attenzione di tutti, compresa quella del gallo che si mise a cantare pensando fosse già giunta l’alba. Nonostante l’infernale fracasso che faceva Bandi, tutti quelli che, impauriti, stavano subendo le sue angherie, udirono il cigolio di una porta che si apriva lentamente e dalla quale uscì un uomo in camicia da notte e papalina in testa, che reggeva un casalingo portacandela: era il vero capostazione!

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Il garibaldino pensò di ripetere con lui la truce esibizione che aveva messo in scena poco prima, ma non ottenne lo stesso risultato perché il nuovo arrivato sulla scena non si scompose per niente e, quando finì la sceneggiata della camicia rossa, si limitò a dare, con aria di annoiata sufficienza, alcune disposizioni al telegrafista, tirato anche lui giù dal letto. Questi, seguendo le sue disposizioni e non quelle del garibaldino, dovette fare davvero un eccellente lavoro perché, in meno di due ore, dalle stazioni vicine si concentrarono a Napoli ben 64 vagoni, con i quali l’aiutante di Garibaldi dalla debole memoria potette approntare il treno occorrente e menarne successivamente vanto nel libro “I Mille: da Genova a Capua”.

Ebbene, sono persuaso che neppure oggi, in tempi di imperio della digitalizzazione applicata ai trasporti, un capostazione sarebbe in grado di organizzare, in meno di due ore, un treno di così tanti vagoni come fece un oscuro e serafico capostazione napoletano delle ferrovie del Regno dei Borbone dove, secondo molti apologeti dell’Unità d’Italia, non funzionava niente.

Non è pervenuto fino a noi, purtroppo, il nome di quel capostazione napoletano, un indubbio grand’uomo il quale, con signorile distacco e grande dignità di funzionario, senza aprire neppure la bocca peraltro, riuscì a dare una bella lezione di efficientismo tecnologico al tracotante aiutante di Garibaldi che, probabilmente, dovette apparire ai suoi occhi come il classico strunzillo.

Ma l’apoteosi della dignità, in quel 7 settembre del 1860, si ebbe in un’altra zona della città, dove il 1°, il 6° ed il 9° Reggimento di Linea dell’esercito borbonico, con la bandiera, la fanfara e il comandante in testa, il Generale Girolamo De Liguoro, marciavano lungo la strada della marina, per andare a morire sul Volturno in nome di un giuramento.

In nome dell’onore se vogliamo dirlo meglio.

 

(Copertina di Donato Tesauro)

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