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Le catene d’oro soffocano la libertà come quelle di ferro

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Dovrebbe scrivere da sola la tastiera del nostro computer al cospetto di un ministro della salute che, dopo una gestione disastrosa della pandemia e quasi 120.000 morti, è ancora al suo posto. Ed è, infine, vergognoso non dare il giusto risalto allo spettacolo delle centinaia di migliaia di cittadini che fanno la fila alle Caritas per poter mangiare, o di pensionati costretti a raccattare qualche patata o qualche frutto tra i rifiuti dei mercati generali quando erano aperti. Mettere queste cose sotto gli occhi del lettore non fanno bene alla politica? Bene, se questa che abbiamo sotto gli occhi è la politica
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Il 17 gennaio del 2008 al papa regnante Benedetto XVI fu impedito di parlare all’Università “La Sapienza” Roma da 67 docenti-squadristi in quanto da essi ritenuto nemico delle ragioni della scienza, docenti che evidentemente ignoravano il pensiero di John Locke, filosofo oltre che scienziato secondo il quale «Non può esservi nulla di contrario alla ragione in una vera religione». Il che sarebbe stato vero anche se il pensiero di Locke fosse stato letto al contrario. In soldoni, la scienza non ha nulla da temere dalla religione, se è una scienza libera dalle ideologie.

In verità non fu soltanto il bavaglio alla libertà di parola del pontefice in carica a preoccuparmi all’epoca, ma anche l’affievolirsi del concetto di decenza delle istituzioni e dei media del nostro Paese. Un altro esempio in proposito? Pochi giorni prima che implodesse il governo Prodi, sempre nel 2008, l’onorevole Luciano Violante convocò i direttori dei telegiornali per bacchettarli, ritenendo normale in una democrazia radunare i responsabili dell’informazione televisiva per suggerir loro la linea informativa da seguire. In quella circostanza il fatto che maggiormente mi sconcertò fu la docilità con la quale quei direttori – sempre pronti ad invocare l’autonomia dell’informazione e la libertà di stampa ad ogni piè sospinto – aderirono alla convocazione, invece di sdegnarsi e mandare a quel paese il convocante. A Violante, peraltro, non si poteva concedere neppure l’attenuante della buonafede perché, oltre ad essere un magistrato prestato alla politica, l’ennesimo, come presidente della Commissione affari costituzionali della Camera avrebbe dovuto ben conoscere l’articolo 21 della Costituzione, secondo il quale l’informazione non può essere soggetta a censure preventive o, come nel caso, ad irreggimentazione. Durante quella surreale seduta, l’onorevole usò toni soffusi ma piuttosto chiari: i media dovevano edulcorare la realtà, in modo da diffondere acritico ottimismo e dare agli italiani la sensazione che nel Paese andava tutto va bene. E, facendo finta di dimenticare le veline del passato, possiamo sostenere che assoggettandosi a quella convocazione, l’informazione perse la sua pretesa verginità.

Neppure Benito Mussolini si concedeva tanta improntitudine, benché durante il Ventennio non si pubblicasse nulla senza il suo placet tramite le veline del Minculpop e ai giornalisti indipendenti riservasse l’epurazione o il confino. Ma per l’informazione e la libertà di stampa la dittatura, a ben vedere, non è mai decaduta perché da Mussolini ad oggi è cambiato poco nella sostanza dal momento che, anche oggi, ad un giornalista sganciato dal potere politico e da quello economico, verrebbe destinato il confino professionale. Nella Rai lottizzata ed in Mediaset, infatti, si entra soltanto a patto di essere intruppati in consorterie politiche e/o di interessi. Essere bravi è soltanto un optional peraltro quasi ininfluente ai fini dell’assunzione.

Ribellarsi a questo stato di cose è (teoricamente) possibile, ma il farlo non sarebbe privo di conseguenze perché si verrebbe, inevitabilmente, confinati in giornali o emittenti periferici se non proprio licenziati. Era questa evenienza la pistola subliminale che, a scopo intimidatorio, Violante teneva all’epoca sulla sua scrivania e che di questi tempi si trova in mano al Di Maio od al Casalino di turno. Con buona pace della libertà di stampa.

Ma oggi che, grazie anche alla pandemia il Paese si trova veramente sull’orlo del baratro economico e sociale, soltanto la faziosità parossistica può impedire ad un giornalista, che magari adora la giovane ecologista Greta Thunberg, di scrivere che in nostri governi, pagando profumatamente, vanno a nascondere i rifiuti all’estero per non rischiare la sommossa di un Paese che pretende la difesa dell’ambiente ma non vuole i termovalorizzatori. Sembrano davvero la ritirata di Caporetto dal fronte della tutela ambientale gli interminabili, costosi convogli di monnezza che vanno a produrre energia in Germania e che noi, magari, compriamo pure.

Dovrebbe scrivere da sola la tastiera del nostro computer al cospetto di un ministro della salute che, dopo una gestione disastrosa della pandemia e quasi 120.000 morti, è ancora al suo posto a far danni con le chiusure, le riaperture e ancora le chiusure, o con i vaccini i cui fruitori cambiano ogni giorno accrescendo, così, il caos delle sanità regionali di loro già incasinate. E, invece, ancora una volta i media si sono divisi in pro e contro evitando accuratamente di fare l’unica cosa che dovrebbe giustificare il loro stipendio: informare obiettivamente e onorare la libertà di stampa. Ed è, infine, vergognoso non dare il giusto, martellante risalto allo spettacolo delle centinaia di migliaia di cittadini che fanno la fila alle Caritas per poter mangiare, o di pensionati costretti a raccattare qualche patata o qualche frutto tra i rifiuti dei mercati generali quando erano aperti. Mettere queste cose sotto gli occhi del lettore non fanno bene alla politica? Bene, se questa che abbiamo sotto gli occhi è la politica! Attenzione, però, perché se la politica non migliora è perché non è spronata da chi dovrebbe farlo, da chi avrebbe lo strumento per farlo.

Forse dovremmo ricordare più spesso – giornalisti, lettori ed elettori – un pensiero di Gandhi: «I ceppi d’oro non sono meno gravosi che se fossero ferro, per chi abbia il senso della dignità. Il male sta nei ceppi, non nel metallo». Come dire che le catene, anche se d’oro, sono sempre catene che imprigionano lo spirito libero e rendono schiavi, una schiavitù che il sistema informativo nostrano in particolare non sembra disdegnare anche se, ogni tanto fa finta di indignarsi per la censura praticata dai social di Zuckerberg… altro grande problema per la libertà di pensiero che dovremo affrontare nel futuro prossimo.

Si è accorto di un tale abbruttimento dell’informazione (e cerca di approfittarne) perfino il sommo difensore della democrazia italiana, l’Elevato, il padre padrone del M5S, Beppe Grillo, il quale ha pensato bene di dettare addirittura un vademecum cui dovrebbero attenersi i giornalisti televisivi quando intervistano un grillino senza che, eccetto qualche perla rara, il mondo dei media lo spernacchiasse compattamente in un tardivo sussulto di dignità oltre che d’indipendenza.

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