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L’inadeguatezza del Parlamento è nel numero dei suoi membri?

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Il problema dell’efficienza del Parlamento italiano non si risolve decurtando i suoi membri, perché i 400 deputati futuri, se incapaci, potranno fare gli stessi danni degli attuali 630. Ciò perché il problema del Parlamento non è nei numeri ma nella genetica incapacità dirigenziale dei suoi membri. E le diverse ragioni di questa impotentia coeundi sono anche politiche, ma non soltanto politiche, sono soprattutto culturali perché riguardano la formazione della nostra classe dirigente nel suo insieme, a partire da quella della Pubblica Amministrazione
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I governanti romani, che non erano meno corrotti e demagogici di quelli odierni, ritenevano che per tenere buoni i governati bastasse il “Panem et circenses”, sicché, mentre il popolo si accapigliava sugli spalti delle arene per gladiatori famosi come Carpophorus, Priscus e Verus, la classe dirigente faceva tranquillamente i cacchi propri, sia nella caput mundi che in altre parti dei domini di Roma. Purtroppo non è che sia cambiato molto dopo duemila anni perché, per quanto non abbia più gli antichi domini, la Roma della seconda Repubblica continua a fondare il proprio potere su nutrite e costose distribuzioni di pane sotto forma di redditi di cittadinanza, di monopattini, di bonus vari e … di taglio del numero dei parlamentari.

Per quanto, dati i precedenti storici, sia ridicolo e per niente credibile il solo pensare che il Parlamento voglia realmente tagliarsi i zebedei da solo per il bene del popolo, c’è una bella fetta d’italiani che purtroppo ci crede. Eppure qualche riflessione in più sull’argomento si imporrebbe, a partire da tre domande: quando risparmierebbe all’anno ogni italiano con l’abolizione degli scranni di 230 deputati e 115 senatori? La rappresentatività dei cittadini si accrescerebbe o diminuirebbe? L’inadeguatezza del Parlamento è nel numero dei suoi membri?

Alla prima domanda è facile rispondere: la riduzione del numero dei parlamentari, a conti fatti, consentirebbe un risparmio complessivo di un’ottantina di milioni di euro che, divisi per sessanta milioni di abitanti, si ridurrebbe al risparmio annuale di 1,4 euro per ogni italiano.

Anche alla seconda domanda rispondono gli inesorabili numeri: col taglio di circa un terzo dei parlamentari previsto nella riforma sulla quale andremo ad esprimerci, la rappresentatività andrebbe a farsi benedire, perché un deputato passerebbe a rappresentare 151.000 cittadini invece degli attuali 96.000. Se a tutto questo aggiungiamo che i candidati da eleggere al Parlamento continueranno a sceglierli le segreterie dei partiti, si realizza facilmente che con la diminuzione dei parlamentari il cittadino – sovrano verrebbe marginalizzato rispetto alla scelta dei suoi rappresentanti politici. Peraltro, l’Italia ha un numero di deputati e senatori per abitanti uguale a quello dei grandi Paesi europei: se passasse la riforma diverrebbe, invece, uno dei Paesi con il più basso livello di rappresentanza in rapporto alla popolazione di tutta l’Unione Europea … stavolta, ci pare di capire, non vale il mantra “ci vuole più Europa”.

E veniamo alla terza di domanda. L’inadeguatezza, a voler essere generosi, del Parlamento italiano non si risolve decurtando i suoi membri, perché i 400 deputati futuri, se incapaci, potranno fare gli stessissimi danni degli attuali 630. Ciò perché il problema del nostro Parlamento non è nei numeri ma nell’incapacità dirigenziale dei suoi membri, e le diverse ragioni di questa impotentia coeundi sono anche politiche, ma non soltanto politiche: sono soprattutto culturali perché riguardano la formazione della nostra classe dirigente nel suo insieme, specialmente quella della Pubblica Amministrazione che dovrebbe essere il simbolo dell’efficienza del Paese.

E sì, perché mentre la classe dirigente inglese, ad esempio, si forma nelle prestigiose università di Eton e Oxford, la francese nella École Nationale d’Administration e quella tedesca addirittura affonda le proprie radici nell’intelligenzia bismarckiana, la classe dirigente italiana semplicemente non esiste! E quando va bene, essa viene reclutata nei bassifondi della politica, o perché discendente da sacri lombi, o perché prescelta – il più assurdo dei deliri proto populisti – da qualche migliaio di persone sulla Piattaforma Rousseau gestita da un privato che si fa pagare (una volta si chiamava tangente) dai parlamentari eletti. Quindi, alla mancanza storica di un bacino dal quale attingere la classe dirigente, si aggiunge l’impossibilità di poter scegliere gli elementi migliori mediante un esercizio sul quale fonda ogni società evoluta: la selezione.

In altre parole all’apice del potere, e quindi in Parlamento, arrivano i peggiori rappresentanti della società italiana e non, come sarebbe auspicabile, i migliori. D’altronde soltanto l’assoluta mancanza di formazione e di selezione può consentire il verificarsi dei certi paradossi della politica italiana. Come già riferimmo in un precedente articolo,  nel 1978, in veste di capo del governo, Giulio Andreotti nominò presidente della Consob – l’ente che vigila sulla Borsa – tale Bruno Pazzi. Ebbene, l’expertise di costui per poter occupare quel posto così importante per la nostra economia si limitava al fatto che gestiva alcuni cinematografi romani dove si rappresentavano varietà e spogliarelli. Ma siccome al peggio in politica non v’è mai fine, oggi, in tempi di Recovery Fund e di MES, abbiamo un professore di storia che guida il dicastero dell’economia e, mentre il Mediterraneo è diventato una polveriera pronta a deflagrare alla prima scintilla tra Grecia e Turchia, o tra i Paesi del saliente nordafricano,  il ministero degli esteri è retto da un giovanotto che, fino a ieri, vendeva gazzose e popcorn sugli spalti dello stadio San Paolo di Napoli.

Il problema del nostro Parlamento è, dunque, nella qualità e non nella quantità, perciò quello della diminuzione dei parlamentari è un problema falso che il prossimo 20 settembre ci porterà a fare una scelta altrettanto falsa. La riforma che dovremo avallare, infatti, invece d’incentivare l’entrata di soggetti capaci in Parlamento, si limiterebbe di ridurne di un pochino gli incapaci. Tutto qui. Quello della riduzione del numero dei parlamentari è la scommessa di un movimento politico che, così, spera di riaccendere la propensione ai vaffa degli italiani e ritardare la propria estinzione, tacendo sul vero nocciolo del problema: la scelta dei candidati da eleggere al Parlamento deve essere quanto prima tolta dalle mani dei partiti (e dalla Piattaforma Rousseau) per ritornare al popolo, che secondo noi dovrebbe selezionare i candidati in un modo nuovo, magari mediante le varie associazioni di categoria con una sorta di elezioni primarie.

Stiamo parlando delle corporazioni? Sì, a patto di scordare il pessimo utilizzo che se ne era fatto durante il fascismo e di non coinvolgervi quell’assise di super pagati e inutili dirigenti che ormai è diventato il sindacato. E la ratio della selezione dei candidati al Parlamento per categorie sarebbe, secondo noi, semplice quanto efficace: un operaio, un contadino, una massaia, un professore, uno studente, un disoccupato, un industriale eletto in Parlamento, sarebbero portatori di istanze reali, di quelle che i nostri miserevoli deputati neppure conoscono perché vivono in un mondo di perfetta, democratica mediocrità avulso dal Paese reale.

D’altronde, la prova provata che questo mondo esiste e non ha nessuna intenzione di migliorarsi, l’abbiamo avuta in queste ore dove il premier Conte ha già fatto sapere che una eventuale (e probabile) débâcle alle regionali dei partiti di governo non metterebbe in pericolo la tenuta dello stesso governo. Come dire, con malcelata arroganza, che il parere delle urne oggi non conta più niente nonostante il fatto che sul colle più alto di Roma risieda un signore, Mattarella, che fino ad ieri non dormiva la notte se non faceva almeno tre giaculatorie al giorno agli italiani sulla Costituzione, mentre da qualche anno a questa parte è diventato più muto dell’attore del muto Buster Keaton. È stato un caso che, arrogandosi una facoltà che il presidente del consiglio non ha, Conte ha riproposto – due anni prima della scadenza del suo mandato! – la rielezione di Mattarella al Quirinale? Oppure è semplicemente un avvertimento della serie «… se duro io, duri anche tu»?

E tutto questo sta accadendo sulle nostre teste piene ormai soltanto dei dati ammanniti dai bollettini di guerra sul coronavirus, mentre la classe politica, cotanta classe politica  –  quella dirigente abbiamo già visto che non è mai esistita – ci sta prendendo l’ennesima volta per il culo col falso problema dell’esosità di un Parlamento che, in realtà, non è costoso: è semplicemente inetto!

E limitarsi a ridurre soltanto il numero degli inetti lasciando tutto il resto così com’è, non comprendiamo quali vantaggi recherebbe al Paese in termini di governabilità.

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