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L’inverosimile pathos del 2 giugno

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Il presidente Mattarella pensa si possa costruire il futuro di questo Paese con la stessa classe dirigente che il giorno prima, sindaco Raggi in testa, quando già era arrivato lui, le altre due massime cariche dello Stato ed autorità varie, si è accorta che la targa intestata a Carlo Azeglio Ciampi era sbagliata, sicché il Comune della fu caput mundi voleva dedicare un tratto di lungotevere a un presidente della repubblica del quale non si era neppure curato di verificare il cognome
– *Maria Angela Buttiglieri –

Il 2 giugno di quest’anno il presidente Mattarella ha celebrato il 75° anniversario della repubblica, più o meno, con i concetti degli anni passati, anche se stavolta ci ha messo più pathos, come quando ha detto che «Tocca ai giovani scrivere la storia». Sarebbe giusto e sacrosanto che fosse realmente così, ma a quali giovani tocca scrivere la storia, a quelli che sopravvivono col reddito di cittadinanza o con lavoretti da trecento euro al mese? Quelli al massimo, bisognerebbe ricordare al signor presidente, potrebbero mettere insieme una rivolta e avrebbero mille ragioni dalla loro parte.

Il presidente, è chiaro, svolge il suo alto mestiere quando cerca di rincuorare un Paese tenuto in vita dal debito pubblico e dagli aiuti di Stato, che prima o poi finiranno, ma certamente non ha legato alcune delle sue affermazioni alla situazione corrente quando ha detto che, come nel 1946, adesso bisogna costruire il futuro. E con quale classe politica e dirigente se è lecito domandarlo? La stessa che il giorno prima del 2 giugno – sindaco Virginia Raggi in testa – quando già erano arrivate le tre massime cariche dello Stato e i membri della famiglia Ciampi si è finalmente accorta che la targa intestata a Carlo Azeglio Ciampi era sbagliata nel cognome?

Come dire che il Comune capitolino voleva dedicare il tratto di lungotevere a un ex presidente della repubblica sulle cui generalità non si era neppure documentato. Ammazza che classe dirigente! Figuriamoci affidargli la raccolta rifiuti di una città di quasi tre milioni di abitanti. Oppure Mattarella pensa si possa costruire un radioso domani per noi tutti con ministri come Roberto Speranza, inesplicabilmente ancora al suo posto, che dopo aver trascurato il pericolo di una pandemia che ha fatto 126.000 morti continua a mettere lacci e lacciuoli al ripristino della normalità e ripresa?

Purtroppo, incapace di prendere una decisione perché di medicina non capisce un’acca, Speranza continua a pendere dalla bocca del famigerato comitato tecnico scientifico il quale, ultima chicca in ordine di tempo, ha stabilito che sei persone a tavola in un ristorante non sono vettori di contagio ma sette sì. Come dire che mentre la nave Italia imbarca acqua e la società italiana si liquefa, a Roma si discute su quante persone possono mettersi a tavola in un ristorante. Le immotivate chiusure del ministro della salute (si fa per dire…) si possono anche capire sul piano umano, perché se a Speranza togli il potere di veto in tema di riaperture rimane soltanto una barba incolta che cammina.

Nel discorso del 2 giugno il presidente della repubblica ha citato la canzone di Francesco De Gregori, La storia. ma il nostro ministro della salute è molto più giovane e, probabilmente, conosce meglio di lui la canzone, specialmente in un punto: «Tutti sono uguali/Tutti rubano alla stessa maniera/Ma è solo un modo per convincerti/ A restare chiuso dentro casa quando viene la sera».

Perché per i comunisti come Speranza (siamo l’unico Paese d’Europa che ha ancora i comunisti al governo) il potere è soprattutto potere di impedire.

* Medico di base, specialista in anestesia e rianimazione, igiene e medicina
preventiva, capo dipartimento sanità di FdI per la Lombardia

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