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L’oggettività della questione meridionale

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La povertà delle genti del Sud era storicamente inspiegabile per la maggior parte dei settentrionali, dal momento che essi non capivano, o non volevano capire, che l’Unità non si basava su di un rapporto di uguaglianza tra Nord e Sud, ma su livelli di egemonia del primo rispetto al secondo. Insomma, come ben comprese Gramsci, al progressivo sviluppo del Nord corrispondeva un progressivo impoverimento della situazione economica del Sud, un impoverimento che ancora dura
– Raffaele Ciaraffa * –

È stata sempre propinata a generazioni di studenti la favola secondo cui l’esigenza di pervenire all’Unità d’Italia avesse trovato una sponda ad hoc nelle aspettative e nelle motivazioni ideali di alcuni spiriti romantici. Le cose non andarono così. Ci furono ragioni pratiche che partirono da una necessità, come il Piemonte oberato da debiti, e da una constatazione, l’abbondanza di oro-denaro del Regno borbonico, l’impoverimento del Sud per arricchire il Nord non fu, dunque, la conseguenza dell’Unità dell’Italia, bensì la ragione. Si pensi, infatti, che nel 1860 la riserva aurea di tutti gli Stati e staterelli italiani ammontava a lire a 640,7 milioni, dei quali il Regno delle Due Sicilie ne aveva 445 e il Regno Sardo – Piemontese appena 27, i rimanenti 167,5 milioni erano suddivisi tra gli altri Stati preunitari.

Poiché la matematica non è un’opinione, il Regno di Napoli possedeva oltre i due terzi dell’oro di tutti gli altri Stati italiani, compreso il Piemonte. Certamente gli squilibri sociali esistenti nel Meridione preunitario e il non aver voluto, i Borboni, promuovere uno sviluppo armonico nell’ambito del regno sono imputabili a loro.  Ma questo non può non farci tener conto che il divario sociale, culturale ed economico tra Nord e Sud fu provocato, o quanto meno accresciuto, dai governi post-unitari.

Perpetrata la colossale rapina, negli anni successivi, l’agricoltura meridionale – universalmente considerata il settore primario dell’economia di ogni Paese, quindi da salvaguardare sempre – continuava a reggere, proiettandosi nei mercati esteri, specie in quello francese, anche per la bontà dei suoi speciali prodotti. Nel gennaio del 1863 Il Governo sabaudo stipulò un trattato commerciale con la Francia, che, tra l‘altro, prevedeva incentivazioni per le colture pregiate dell’agricoltura del Sud-Italia, quali olio d’oliva, agrumi, mandorle, eccetera. Conseguentemente, gli agricoltori meridionali, produssero sforzi notevoli in investimenti per rendere i terreni più produttivi e per riconvertirne le colture. Dopo tanta profusione di investimenti, nel 1887, come un fulmine a ciel sereno, il governo italiano rompe il trattato con la Francia, al solo scopo di favorire l’industria settentrionale agli albori. Ne scaturì una guerra doganale con conseguente riduzione degli scambi commerciali tra Francia e Italia. L’epilogo fu che le regioni del Sud aventi rapporti commerciali con la Francia conobbero una spaventosa povertà. Ne derivò, per giunta, la necessità di acquistare a prezzi più onerosi gli scadenti prodotti industriali del Nord. Il danno e la beffa!

Come se ciò non bastasse, lo Stato sabaudo vendette ai possidenti del Sud – ricevendone in cambio somme considerevoli – terre demaniali, sganciandole dagli usi civici a favore delle popolazioni più misere. Contestualmente, avvenne anche che la guerra commerciale con la Francia indusse gli investitori d’oltralpe a ritirare i loro capitali dalla Banca Italiana di Sconto di Torino, peraltro di suo già esposta per altre speculazioni andate a finir male. Ne scaturì il fallimento di quell’Istituto di credito, a danno di quattrocentomila creditori prevalentemente meridionali, sicché ai già poveri si aggiunsero poveri di nuovo conio.

Il bello è che la povertà delle genti del Sud era storicamente inspiegabile per la maggior parte dei settentrionali, dal momento che essi non capivano (o non volevano capire) che l’Unità non si basava su di un rapporto di uguaglianza tra Nord e Sud, ma su livelli di egemonia del primo rispetto al secondo. Insomma, come ben comprese Gramsci, al progressivo sviluppo del Nord corrispondeva un altrettanto progressivo impoverimento della situazione economica del Sud.

Le ragioni storiche, quindi, sul divario Nord e Sud, sono fondate sul nulla, se non sulle rapine e sulle discriminazioni poste scientificamente in essere.

È vero che prima dell’Unità le infrastrutture come strade, fogne e ferrovie del Mezzogiorno erano carenti, ma quelle la cui realizzazione era stata avviata dal Governo borbonico verso il 1855 furono bloccate dall’arrivo dei piemontesi nel 1860, quando erano già a buon punto. E queste incidenze contribuivano a dilatare sempre di più lo squilibrio tra le due Italie, grazie ai governi dell’epoca signoreggiati prevalentemente da politici settentrionali, sempre parsimoniosi con i terroni, quanto generosi con il Nord. Si venne a creare, così, un fenomeno particolare, cioè l’agglomerazione delle imprese, che dura tuttora: lo Stato incentivava la nascita di nuove industrie laddove ne esistevano già. Guarda caso al Nord. E, intanto al Sud l’indigenza diffusa si allargava sempre di più.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, si inizia a guardare al Meridione con un’attenzione e sensibilità nuove, soprattutto grazie ad una nuova corrente di pensiero, il meridionalismo, i cui esponenti di spicco furono – apparente paradosso –  uomini di cultura e politici settentrionali come Sonnino, Saraceno, Azimonti e Rossi-Doria, uomini di spiccata tensione morale e di grande cultura storica, economica e sociale. Essi si sforzarono – qualche decennio dopo gli studi prodotti sulla questione meridionale da studiosi sudisti quali Fortunato, Salvemini e Dorso per citarne alcuni – di far capire a chi aveva il potere nella penisola, cioè soprattutto ai piemontesi, il loro gigantesco fallimento rispetto a quella parte dell’Italia conquistata con la forza delle armi e ridotta praticamente a colonia da sfruttare.

Al riguardo, lo scrittore Pino Aprile da me citato nella precedente puntata, sostiene che si deve anche al meridionalismo del Nord se il Sud non veniva più visto come il salvadanaio da cui attingere, con la forza delle armi e di leggi inique, ma come una parte del Paese la cui ricchezza è stata rapita e si deve, anche per convenienza e giustizia, riallineare. Qualche cosa si muoveva: una delle più grandi opere realizzate dopo questa ventata di nuove sensibilità fu l’acquedotto pugliese.

All’orizzonte, ormai, si profilava la Grande Guerra e l’Italia cercava di mettersi in gioco per ottenere i rimanenti territori ancora sotto l’impero austro-ungarico: optò per la guerra passando dalla Triplice Alleanza alla Triplice Intesa con un tempismo degno di migliore causa! Benché il Paese si trovasse nelle condizioni di poterne rimaner fuori, con i vantaggi che gli sarebbero derivati, decise di entrare in guerra lo stesso, che è sempre un allettante affare per speculatori e profittatori. Alla fine, com’era prevedibile, il Sud diede un enorme tributo di sangue, mentre i maggiori profitti economici di guerra furono accaparrati dalle industrie del Nord. Nella circostanza, la classe politica dominante aveva già dimenticato i meridionalisti e le loro lucide istanze. Al Sud, infatti, fu destinato poco più del 7% per spese di forniture alle Forze Armate, al Nord invece più del 92%.  In termini di sangue versato sui campi di battaglia del Carso e del Piave, l’Italia ebbe più di seicentomila morti e altrettanti feriti e di questi oltre la metà erano meridionali, quando la popolazione del Sud era pari a un terzo rispetto a quelle del Centro e del Nord.

Terminate l’euforia e le grandi abbuffate postbelliche, i nodi vennero al pettine, con l’economia che andava a rotoli e un’instabilità politica che, poi, portò i fascisti al potere con un autentico colpo di Stato propiziato da Vittorio Emanuele III detto anche “sciaboletta”. Con i fascisti al potere, per quanto riguarda la torchiatura del   Meridione, si fece finta di cambiare senza che, “gattopardescamente”, nulla cambiasse. Solo per fare un esempio: per la bonifica delle zone malariche perché paludose, furono spesi al Sud 47 milioni di lire e al Centro-Nord un miliardo e mezzo. Il regime, inoltre, continuò la tradizionale orgia di finanziamenti a favore delle aziende in stato comatoso del Nord, imponendo al Sud produzione di grano con benefici soltanto per possidenti agrari e capoccioni del partito. Ciò provocò una drastica riduzione di quelle colture di maggiore pregio per l’esportazione che avevano dato qualche speranza di ripresa al Sud prima della carneficina del 1915 – 1918.

Poiché al peggio non c’è mai fine, ci arrivò tra capo e collo anche la Seconda Guerra Mondiale, che iniziò male, avendo per alleati i nazisti, e finì peggio, dopo aver fatto il salto della quaglia verso gli Alleati. Le devastazioni che subì il nostro Paese furono gravissime. Il potenziale industriale regredì ai livelli del secolo precedente. Ma la maggior parte delle distruzioni si registrarono al Sud, perché, a parte i bombardamenti aerei che tormentarono l’intera penisola sin dai primi mesi di guerra, il Sud fu teatro di guerra tra forze Alleate e quelle tedesche fino al 1944. Al Nord, invece, i danni furono meno disastrosi perché gli eserciti alleati vi arrivarono praticamente poche settimane prima della resa generale dei tedeschi.

Dopo la guerra, grazie a fortunose incidenze politiche internazionali (il mondo fu di fatto diviso in due blocchi, quello occidentale in cui ci trovavamo anche noi e quello orientale dove dominava il regime sovietico e con i suoi satelliti), in Italia incominciarono ad arrivare, a profusione, aiuti del Piano Marshall dagli USA, finalizzati al risanamento della catena produttiva sconquassata dal conflitto. Ma al Sud furono assegnate le briciole, al Centro -Nord vennero destinate le risorse maggiori. Perché? Facile: il sistema industriale del Sud era troppo malridotto, pertanto, conveniva rimettere la maggior parte delle risorse nelle aree centro-settentrionali meno devastate, dove avrebbero fruttato di più. Insomma questa linea di condotta politica ed economica, con assegnazione di finanziamenti fortissimamente squilibrata a favore del Centro-Nord, si è protratta sino agli anni Settanta – Ottanta.

Alla fine questo stato di cose ha portato, in buona sostanza, alla statualizzazione di un sistema economico articolato sulla minorità di una parte dell’Italia rispetto all’altra – (Segue).

*Colonnello (r.) dei Carabinieri
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1 Comment

  1. Stiller Dicembre 11, 2020

    L’unità d’Italia non favorì certo le condizioni socio-economiche del nord-italia. Basti pensare alla crisi agraria (determinata anche dalla tessa sul macinato) nell’ italia nord-orientale e nella lombradia orientale che portò alla diffusione endemica della pellagra dovuta a malnutrizione. Nel sud non si diffuse mai la pellagra. Gli stessi dati sulle emigrazioni verso l’estero (al tempo non c’erano fortunatamente immigrazioni interne) confermano il disastro causato dall’unità alle popolazioni del nord italia.
    https://it.wikipedia.org/wiki/Emigrazione_italiana#/media/File:Emigrazione_italiano_per_regione_1876-1915.svg
    Certamente l’unità fu progettata e ottenuta da classi dirigenti settentrionali ma a scapito del settentrione stesso. Sottolineo i dati drammatici del piemonte.

    Ricordo anche che mezzo nord (Veneto, Friuli, Trentino, Venezia Giulia) venne annesso al regno savoiardo dopo il sud, nel 1866. Non si può perciò parlare di unità realizzata dal nord. Piuttosto dal gota piemontese. C’è da chiedersi anche quanti meridionali combatterono insieme ai lombardo-piemontesi a lissa e custoza (venendo peraltro sonoramente sconfitti) per conquistare il Veneto. C’è anche da chiedersi per quale ragione i piemontesi che conquistarono il sud vengano considerati invasori mentre i meridionali che invasero nella Grande Guerra Trentino e Venezia Giulia vadano considerati come vittime.

    Nella Grande Guerra quasi la metà dei militari coinvolti erano settentrionali (48%); i meridionali rappresentavano invece 1/3 del totale, il resto proveniva dal centro italia. E’ assolutamente falso dire che la maggioranza delle vittime del conflitto proveniva dal mezzogiorno: quasi il 50% era settentrionale, meridionale il 30%
    Basti osservare questo grafico, realizzato peraltro da calabresi.
    http://calabriainarmi.altervista.org/studiericerche/unitaitalia/sacrificio.html
    Tra gli arruolabili vennero effettivamente mobilitati solo il 58% dei siciliani, il 69& dei pugliesi, il 62% dei campani. Invece i veneti mobilitati rappresentavano il 92% degli arruolabili, i lombardi il 77% e gli emiliani il 90%. La prima regione meridionale per numero di morti fu la sicilia, con circa 45mila deceduti. Toscana (47mila), Emilia-Romagna (50mila), veneto (62mila), Lombardia (80mila) e Piemonte (51mila) sono tutte regioni che hanno registrato più vittime della regione meridionale più falcidiata.
    Tutto ciò senza contare le vittime civili, nordiche ovviamente, e i circa 250mila profughi di guerra veneto-friulani.

    Nella seconda guerra mondiale tra furono massacrati almeno 15mila istriani dalle truppe partigiane titine. E centinaia di migliaia furono gli italiani costretti a lasciare la venezia giulia, il carnaro, zara e il friuli orientale.

    Purtroppo nulla è stato detto in merito all’attuale situazione italiana in cui il potere politico, burocratico-amministrativo e mediatico è nelle mani di meridionali. Gli stessi hanno addirittura il monopolio delle forze armate e di polizia. Sostanzialmente si è creato col tempo un sistema razzista che esclude dalle posizioni di potere gli italiani del nord ma anche del centro, con rare eccezioni. Non può perciò essere tutto ridotto all’economia. Sebbene con il reddito di cittadinanza et similia si stia cercando – anche se si tratta di un’impresa molto difficile – di far passare il controllo della stessa dalle mani dei settentrionali a quelle dei meridionali.

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