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Melancoma, ovvero quando a Napoli dimoravano gli dei

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Melancoma
Reprimere gli stimoli della carne, tenere a bada il cuore di fronte all’amore, per quanto innaturale, può essere anche ammirevole, ma farlo in una città dove anche il vibrione del colera, quando vi arriva, si riproduce sospirando, è roba da santi. Infatti, la Napoli del I secolo d.C. sarebbe dovuta essere l’ultima città al mondo in cui aver successo per un tipo d’uomo con le caratteristiche etiche del pugilatore Melancoma

– Enzo Ciaraffa-

Mentre scorrevo distrattamente il libro “Napoli antica e moderna”, scritto nel 1815 dall’abate Domenico Romanelli, mi colpì un fugace riferimento alla visita che il filosofo greco Dione Crisòstomo aveva fatto a Neapolis allo scopo di incontrarvi Melancoma, un pugilatore vissuto nel I secolo dopo Cristo. Ebbene, che uno stoico come Dione provasse interesse a visitare la città più anti-stoica dell’universo era già di per sé inconsueto, ma il fatto che la sua visita fosse finalizzata a incontrare un idolo degli stadi mi apparve addirittura fuori contesto: era come se il Dalai Lama si fosse recato a Las Vegas per incontrarvi Mike Tyson! Fu questa divertita osservazione a indurmi a concentrarmi sul personaggio, un greco della Caria che, perciò, era una sorta di oriundo visto che proveniva dalla stessa regione dalla quale provenivano gli antichi fondatori della città.

Al tempo del viaggio di Dione, l’atleta si trovava a Napoli per partecipare agli Augustali, una sorta di Olimpiade in onore dell’imperatore, anche se il motivo per il quale il suo ricordo è giunto fino a noi è dovuto al fatto che nella terra delle infuocate passioni e degli eccessi, com’era già l’antica Neapolis, egli incarnava una qualità che può ritenersi eccezionale negli esseri umani, specialmente dalle parti del Vesuvio da dove anche io provengo: la moderazione.

Essendo egli imbattibile nel pugilato, che esercitava con uno straordinario gioco di gambe, di finte, di schivate e che nell’antichità classica era seguito più del calcio oggi, Melancoma era più noto di Maradona avendo trionfato nella 207^ Olimpiade, quella del 49 d.C., nella sua specialità. Sicché i miei cari napoletani, già all’epoca emotivamente effervescenti, andavano addirittura in delirio quando il pugilatore, dopo averli battuti, aiutava gli avversari sconfitti a rialzarsi dal Ko consolandoli con espressioni di apprezzamento per il loro sfortunato valore. Ma ad andare in estasi per cotanto atleta erano soprattutto le guaglione napoletane perché, sempre stando alla testimonianza di Dione, egli era un uomo ragguardevole anche sul piano fisico: «Fu Melancoma il fior de’ giovani del suo tempo, bello, e leggiadro senza pari, e nel valore, e nella fortezza oltre modo commendabile». Come dire che era un bell’uomo per i canoni estetici dell’epoca, aitante e pure gentiluomo: un mix infallibile per estasiare le folle partenopee.

Tuttavia, non si ha notizia che qualcuna delle esagitate ammiratrici napoletane fosse mai riuscita a infilarsi nel suo letto… forse perché era gay? Non lo sappiamo con certezza anche se il filosofo greco Temistio, vissuto trecento anni dopo il nostro pugilatore, qualche sospetto in tale direzione lo lasciò circolare. Ma riteniamo che fare illazioni sulle preferenze sessuali di qualcuno tre secoli dopo la sua scomparsa sia almeno di dubbio gusto oltre che di nessuna valenza filosofica: il nostro pugilatore era soltanto un seguace di Dione, cioè uno stoico come lui, come dire un uomo temprato per accettare la morte e il dolore serenamente e con grande forza d’animo, mortificando per scelta perfino gli stimoli della carne. Sennò che stoico era!

Il reprimere gli stimoli amorosi – per quanto innaturale – può essere anche ammirevole, ma reprimerli in una città dove, quando vi arriva, anche il vibrione del colera si riproduce sospirando, è roba da santi. Infatti, la Napoli del I secolo d.C. sarebbe dovuta essere l’ultima città al mondo in cui aver successo per un tipo d’uomo come Melancoma.

Divisa in quartieri chiamati fratrie, posti ciascuno sotto la tutela del proprio guappo che allora si chiamava fretarco, Napoli era una città così ormonale che le sacerdotesse dei suoi templi erano le uniche, nell’orbe ecclesiale romano, a non essere votate alla castità ma alla mestizia, virtù molto più facile da professare rispetto alla castità. Il centro della sportività cittadina era il Gymnasium, il luogo dove i napoletani andavano ad allenare il corpo e lo spirito oppure… a fare semplicemente i guardoni, specialmente le donne, visto che gli atleti si esibivano nudi con il corpo cosparso di olio d’oliva (per rendere difficoltosa la presa degli avversari) com’era consuetudine a quei tempi. Composto da una palestra per ogni disciplina sportiva, il Gymnasium era di massima suddiviso in un’area destinata agli adulti e in una dedicata ai ragazzi, l’Efebeo, il tutto situato in una sorta di centro direzionale ante litteram che comprendeva anche l’anfiteatro, le terme e lo stadio vero e proprio.

Quel particolare tipo di centro direzionale, ornato di portici sotto i quali s’incontravano, e si scontravano, filosofi, politicanti, vaiasse ed etère (le zoccole d’alto bordo dell’epoca), sorgeva nell’attuale quartiere di Forcella.  Eppure, benché fosse capitato in una città così lontana dalla sua personalità e indole, il nostro protagonista fu un personaggio molto amato dai napoletani i quali, nonostante le sue fisime sulla rinunzia ai piaceri, non vollero mai pensare che il loro idolo potesse essere pederasta, qualifica che col termine molto più colorito di “ricchione” essi appioppavano – e tutt’oggi appioppano – con giocosa facilità e quasi sempre senza intenti discriminatori od offensivi. Tant’è vero che quando Melancoma si recava al Gymnasium per allenarsi gli adulti interrompevano le attività e, assieme ai ragazzi dell’Efebeo, gli si stringevano intorno per poterlo ammirare e applaudire. Come facevano i tifosi napoletani con Maradona le rare volte che questi si recava al ritiro del Napoli calcio a Soccavo.

Per ciò che si riesce a intuire della sua personalità dopo oltre duemila anni, si direbbe che a segnare il carattere di Melancoma abbia contribuito, oltre allo stoicismo, l’affievolirsi della Poiesis di una città che, quando l’ha persa, ha perso anche se stessa, come dire che ha perso il suo bel canto, le vulcaniche passioni e i poeti che scrivevano versi seduti ai tavolini del Gambrinus. Probabilmente in quel miracolo della Creazione che fu Napoli, le antiche divinità dovettero, all’improvviso, apparirgli distanti dagli esseri umani perché l’Eusébeia, la concezione etica e morale dell’esistenza, che la città aveva ereditato dai fondatori greci, stava cedendo il passo a una prospettiva interiore che poneva al centro dell’universo un paterno Dio-uomo, e non più le irascibili divinità del Pantheon greco e romano.

Melancoma, dunque, conosceva la novella terrena di quel Gesù di Nazareth messo a morte dai romani settant’anni prima?

Non possiamo saperlo con certezza, possiamo soltanto ipotizzarlo alla luce del fatto che quelli erano anni durante i quali colui che è stato “l’inventore” del Cristianesimo, Paolo di Tarso, visitava i Paesi del bacino del Mediterraneo per evangelizzarne le popolazioni, fermandosi anche presso la comunità cristiana della vicina Pozzuoli, dalla quale, forse, erano giunti a Napoli e al nostro protagonista i fondamentali di questa nuova religione.

Sta di fatto che, da ciò che ne sappiamo, cristiano cosciente oppure no, egli visse con lo stesso travaglio interiore di quei primi cristiani che, incapaci di scegliere tra il civis romanus sum e l’esortazione evangelica a porgere l’altra guancia, si lasciarono consumare dalla lenta dissoluzione dell’Impero Romano.

Melancoma morì nel 70 d.C. e senza aver mai ceduto a molte delle debolezze umane del suo tempo e, soprattutto, senza essersi mai fatto avviluppare dagli eccessi di una società gaudente e licenziosa come quella greco-romana ma, informa sempre Dione, in compenso ebbe l’affetto dei napoletani che, conquistati da chi possiede le virtù a loro mancanti, continuarono a onorarne il ricordo per moltissimi anni dopo la sua morte. Chissà, forse all’epoca la città gli intestò anche uno stadio, come avrebbe fatto con Maradona venti secoli dopo.

Queste le cose che accadevano a Napoli quando vi dimoravano gli dei e il sole vi splendeva trecento giorni all’anno.

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