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Mes, la Germania sempre col dito puntato contro l’Italia

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Alla Germania non va bene mai niente se non è lei a dettare le regole come sul ruolo della BCE dove lo scontro  non si è esaurito neppure dopo il suo primo ricorso alla Corte di Giustizia Europea che le ha dato torto, perché   il prossimo mese di maggio dovrà pronunciarsi sulla diatriba anche la Corte Costituzionale tedesca poiché la Germania si è riservata di ricorrere ai propri organi costituzionali prima di accettare regole che impattano sulla sfera legislativa nazionale. In caso di diniego della massima corte tedesca si aprirebbero grosse crepe nel panorama finanziario europeo
– Giuseppa Alessandro –

Il nostro ministro dell’economia, Roberto Gualtieri noto unionista del PD, di ritorno dalla riunione del 7 e 8 aprile dell’Eurogruppo, ha dichiarato con toni di vittoria che è stato approvato il MES – Meccanismo Europeo di stabilità senza condizionalità. In parallelo gli faceva eco il premier olandese Rutte a dire tra le righe che “senza condizionalità” è solo un artifizio letterale per tenere a bada l’elettorato italiano … anche la beffa!

Disorientata dinanzi a dichiarazioni contraddittorie e mutevoli giorno dopo giorno, comprende ben poco di quanto dichiara il premier Conte, ormai unico a parlare ed a decidere.

Riguardo al MES il premier ha, infatti, prima dichiarato che ne aveva fatto richiesta a Bruxelles, poi che non lo avrebbe mai firmato pretendendo, invece   l’emissione di eurobond al suo posto. Dichiarazioni rimaste apparentemente immutate anche dopo il rientro dall’Europarlamento di Gualtieri che, in contrasto con Conte e in sintonia col commissario europeo Gentiloni, dichiarava che era stato approvato il MES senza condizionalità.

Peccato che dopo la conclusione dei lavori dell’eurogruppo è emersa chiaramente la posizione dei 19 Paesi dell’unione monetaria: per fronteggiare l’attuale crisi sarebbero stati ammessi solo tre strumenti finanziari a favore dei Paesi dell’area euro che ne avrebbero fatto richiesta e,  comunque, lontani dall’idea di emettere gli eurobond che li avrebbero costretti a garantire per tutti i 27 Paesi dell’Unione il SURE, l’equivalente della nostra cassa integrazione,  per la somma di  100 miliardi; la BEI – Banca Europea per gli investimenti con interventi per circa 240 miliardi a sostegno dei piani di rilancio industriale e il MES limitatamente, però, al sostegno e alla durata dell’emergenza sanitaria straordinaria.  Riguardo a quest’ultimo vorremmo trarre da quest’orgia di ipocrisia l’esatta natura degli strumenti in campo sulla base delle loro caratteristiche strettamente giuridiche.

Il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, che trae origine dal più noto Trattato di Roma del 1957, ha posto fine alla Comunità Europea facendo nascere al suo posto l’Unione Europea. Ebbene, all’articolo 136 di quel trattato riformato nel 2011, si stabilisce chiaramente che gli Stati membri “… possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare per salvaguardare la zona euro. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria nell’ambito del meccanismo sarà assoggettata a rigorosa condizionalità”. Da non dimenticare, poi, che il MES è un organismo autonomo giuridicamente e politicamente svincolato dagli organi parlamentari dell’UE.

Infatti, la limitazione introdottavi per volere di Germania e Olanda è rappresentata dal fatto che l’unico indebitamento ammesso è quello destinato alla spesa sanitaria, diretta o indiretta, legata alla contingente crisi. Con ciò appare molto chiaro che si esclude categoricamente, per i Paesi che ne facessero richiesta, la possibilità di indebitarsi per altre esigenze economiche seppure connesse alla crisi pandemica.

Ci corre tuttavia l’obbligo di evidenziare anche alcuni aspetti del MES calati nella situazione contingente e che stridono con le caratteristiche e lo scopo con il quale esso è stato concepito.

Tale strumento finanziario, in realtà, è nato con il fine di sostenere le economie dei Paesi che, trovandosi in temporanea situazione di crisi e venendo loro a mancare determinati parametri macroeconomici, non riescono ad approdare sui mercati finanziari per collocare proprie emissioni.

In quel caso il MES interviene essenzialmente per impedire rischi di recessione di una determinata nazione che possano compromettere la tenuta dell’euro e quindi la tenuta delle economie della stessa area monetaria. Il rischio che la crisi si possa propagare giustifica, poi, l’intervento della troika, ovvero quell’organismo di controllo composto da Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Commissione Europea con potere di imporre politiche di cruda austerity ai Paesi in stato di bisogno, influenzando pesantemente le loro politiche economiche e limitando di fatto la loro sovranità.

Negli ultimi tempi negli ambienti comunitari è prevalsa la convinzione che il MES fosse il passaggio necessario per accedere ad altri strumenti di sostegno alle crisi temporanee dei Paesi aderenti, introducendo il principio secondo il quale tale passaggio fosse obbligatorio per accedere agli strumenti di sostegno messi in atto dalla Banca Centrale Europea. Questa precisazione è necessaria per spiegare che con il ricorso al MES, l’ammontare dei finanziamenti che si potrà mettere in atto è circoscritto al 2% del PIL del Paese debitore; nel nostro caso poco più di 38 miliardi di euro. Per avere un parametro di raffronto si ipotizzi che la perdita di PIL che deriva dalla temporanea chiusura obbligata dall’emergenza e delle attività produttive, potrà oscillare tra i 70 e 100 miliardi al mese e questo presuppone, con elevato mergine di certezza, che la nostra esigenza finanziaria vada ben più in là delle risorse che il MES permetterebbe di ottenere. Da ciò ne discende che l’ulteriore significativo fabbisogno dovrà essere ricercato necessariamente altrove. Allora ci si chiede: qual è la convenienza di entrare nel patto di stabilità?

L’unico organismo in grado di attuare utilmente politiche di intervento finanziario in tal senso non potrebbe che essere una banca centrale, nel nostro caso più specificamente la BCE, presupponendo che questa si comporti come prestatore di ultima istanza azionando gli strumenti, già esistenti ma mai resi operativi, quali la OMTOutright Monetary Transaction  che consistono nella creazione di nuova moneta. Soluzione semplice se non fosse che l’introduzione dell’OMT a suo tempo da parte di Mario Draghi provocò il duro scontro tra BCE e governo tedesco che non vedeva, e tutt’ora non vede di buon occhio, il ruolo di banca centrale della … Banca Centrale Europea.

Tale scontro non si è ancora esaurito, anche dopo il primo ricorso alla Corte di Giustizia Europea che ha riconosciuto il ruolo centrale della BCE autorizzandola ad interventi per mettere in atto la politica monetaria, come si conviene ad una banca centrale. Il prossimo 5 maggio, invece, si pronuncerà sul tema la Corte Costituzionale tedesca poiché la Germania infatti si è riservata di ricorrere ai propri organi costituzionali prima di accettare regole che impattano sulla sfera legislativa nazionale.

La Germania dovrà, dunque, deliberare se negare oppure riconoscere il ruolo della BCE. In caso di diniego si apriranno grosse crepe nel panorama finanziario europeo. Nel frattempo si consumano, ai danni del nostro Paese, le scorrettezze istituzionali in sede UE facilitate dagli esponenti che fanno parte della maggioranza interna messasi al servizio dello “straniero”.

È abbastanza pacifico ammettere che in questo momento difficile per quasi tutti i Paesi del mondo, la pandemia da Covid-19 ha imposto il blocco dell’intera sfera produttiva obbligando i cittadini a rinchiudersi per evitare contagi. Con la prossima auspicata riapertura, però, ci troveremo a dover affrontare la più grave crisi economica del dopoguerra. In tale prospettiva il governo e i politici in generale si presentano impreparati laddove avrebbero già dovuto affrontare la pianificazione di tutta una serie di interventi volti a trovare le adeguate coperture finanziarie. Intanto in Europa si prosegue a suon di proroghe, a discapito delle economie più fragili, rimandando spesso importanti e urgenti decisioni. Sicché se il prossimo 5 maggio la Corte Costituzionale tedesca deciderà per il non riconoscimento del ruolo di BCE, assisteremo alla distruzione dei già precari equilibri politici ed economici europei.

L’Italia, a motivo del fatto che è il Paese con le maggiori debolezze strutturali, dovrebbe aver già individuato gli strumenti di copertura delle ingenti necessità finanziarie, ancor prima – o quantomeno di pari passo – con la predisposizione dei programmi di intervento economico. Assistiamo invece ancora alle “prove” e ai proclami tra i quali il più ascoltato in questi giorni è “… altrimenti faremo da soli”.

Fare da soli si potrebbe, potendo contare, però, su due risorse: il risparmio degli italiani e la capacità industriale di un sistema economico nazionale sano e competitivo sui mercati mondiali, con imprenditori e lavoratori in grado di reagire dando risposte in termini di capacità di restituzione del debito.

Piccola nota: la storia, anche la più antica, ci ha insegnato che, laddove scoppiavano enormi problemi di tenuta del sistema, spesso a causa di guerre che provocavano crisi e abnorme crescita del debito pubblico, gli Stati azzeravano i debiti preesistenti per fronteggiare quelli nuovi… tutto ciò può essere consentito a uno Stato sovrano anche nell’ambito della propria politica monetaria, affiancato da una banca centrale che può stampare nuova valuta. In ambito europeo, invece, questa facoltà non appartiene più agli Stati sovrani perché, formalmente, è stata trasferita alla BCE che, peraltro, è influenzata dalla volontà degli Stati europei egemoni come Germania e Francia.

L’Italia è il primo Paese per volumi di risparmio privato e tale ricchezza ci permetterebbe di essere nella condizione di poterne allocare un importante volume presso i privati cittadini, ben remunerato e magari esente da tasse, sostituendoli agli investitori istituzionali internazionali, attuali sottoscrittori di titoli pubblici a scadenza lontana (BTP) che, date le loro caratteristiche spesso speculative, agiscono sugli spread fino ad influenzare le politiche economiche dei Paesi sovrani.

Concludendo, ancora una volta siamo nella condizione di dover gridare “fate presto” perché il mondo non si ferma, dal momento che mentre le nostre aziende sono serrate, i loro competitori e clienti guardano già avanti e in nostra assenza occuperanno quelle che una volta erano le nostre quote di mercato.

In questo momento, dunque, il nostro Paese non ha il tempo di affrontare le montagne russe della burocrazia o, peggio ancora, l’insipienza di una classe politica impreparata e poco incline alla comprensione delle necessità di una grande realtà industriale.

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