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Morelli, un ricordo che non tradisce la storia

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Non se ne abbiano a male le donne se celebriamo la giornata per l’eliminazione della violenza di genere senza indugiare nella solita orgia di buoni propositi e di ammuffiti luoghi comuni, ma ricordando un barbuto politico meridionale sconosciuto ai più: Salvatore Morelli. Questo deputato pugliese che viveva e morì in una stamberga di Pozzuoli perché era povero in canna, fu infatti il primo alfiere dei diritti delle donne in Italia quando l’argomento provocava ilarità ed avversione soltanto a parlarne
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Sotto l’egida dell’ONU che la istituì nel 1999, oggi ricorre la ventesima giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne e, in verità, dobbiamo confessare che, stante la serietà del problema, la finta compunzione con la quale questa giornata viene solitamente celebrata non ci piace per niente. A rendercela indigesta è soprattutto l’ipocrisia della classe politica che in questi giorni si è imbucata in tutta una serie di dibattiti, di mostre e di inaugurazioni di panchine verniciate di rosso che, secondo noi, lasciano il tempo che trovano per la loro folclorica banalità. Insomma la nostra classe politica, storicamente incapace di calarsi nella realtà sociale senza i paraocchi delle ideologie, anche oggi smarcherà una casella per un problema dannatamente serio, per un virus che proprio lei non è riuscito a debellare. Sicché assisteremo a molte invereconde passerelle e, una volta passata la ricorrenza, le donne si ritroveranno più sole e più esposte di prima alla violenza di genere che, a nostro avviso, si può combattere efficacemente soltanto in tre istituti che, purtroppo, non godono di buona salute essi per prima a causa delle pessime gestioni della politica: la famiglia, il Parlamento, la scuola.

Perché abbiamo parlato di “ipocrisia” della classe politica? Per due precise ragioni: nel 2013 il governo Letta decretò l’inserimento nel nostro codice penale del reato di “femminicidio” e, appena tre anni dopo, un altro governo – quello di Renzi – decise la depenalizzazione, tra gli altri, di quei piccoli ma premonitori reati che facevano da corollario al più grande reato che era stato appena introdotto nel codice penale. Ci riferiamo ai reati penali come gli atti persecutori (stalking), le lesioni personali colpose, la minaccia, le percosse, la violenza o minaccia, la violenza privata che, grazie alla bella pensata del governo Renzi, si trasformarono in illeciti amministrativi sanabili di massima con una sanzione economica.

Con tali precedenti non se ne abbiano a male le donne – speriamo invece che se ne abbiano tanto a male i parolai del Parlamento –  se celebriamo la giornata per l’eliminazione della violenza di genere senza indugiare nella solita orgia di buoni propositi e in ammuffiti luoghi comuni ricordando, invece, un barbuto politico meridionale sconosciuto ai più: Salvatore Morelli. Questo deputato pugliese che viveva e morì in una stamberga di Pozzuoli perché era povero in canna, fu infatti il primo grande difensore dei diritti delle donne in Italia quando, solo a parlarne, l’argomento provocava avversione, ilarità e volgari accuse di omosessualità come si coglie dalle immagini.

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Morelli, oltre ad essere stato un patriota mazziniano ferocemente perseguitato dai Borboni, fu anche scrittore, giornalista che sul tema dei diritti delle donne, subito dopo l’Unità d’Italia, pubblicò il libro “La donna e la scienza o la soluzione del problema sociale”, un testo che fu tradotto anche in Francia e in Inghilterra per la sua complessa modernità. Qualche anno dopo, primo assoluto in Europa, Salvatore Morelli presentò un progetto di legge avente un titolo che in un Paese più accorto del nostro sarebbe diventato il programma per i successivi cento anni di attività del Parlamento in tema di diritti: “Abolizione della schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna, accordando alla donna i diritti civili e politici per la parità della donna con l’uomo”.

Sempre il nostro barbuto e inguaribile femminista mazziniano, nel 1875 elaborò un nuovo diritto di famiglia dove era  prevista l’assoluta uguaglianza tra i coniugi, la possibilità di dare ai figli anche il cognome della madre, la salvaguardia dei diritti  dei figli nati fuori dal matrimonio e, infine, l’istituto del divorzio un secolo prima della sua effettiva introduzione nel nostro ordinamento! Il vespaio suscitato da Salvatore Morelli sul tema di parità dei diritti tra i sessi riuscì, comunque, a far sì che, qualche anno dopo la sua proposta, le ragazze italiane potessero finalmente frequentare le scuole superiori dalle quali prima erano rigorosamente escluse: di lì a qualche anno saranno ammesse anche nelle università italiane dove la prima donna a laurearsi in medicina nel 1877, presso l’università di Pisa, fu tale Ernestina Paper.

Ecco, se volete efficacemente celebrare la giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne e per l’affermazione dei loro diritti, non perdete tempo in rituali triti e ritriti, non preparate passerelle per i politici, non vi rendete suoi complici passivi ma piuttosto andate, se potete, a portare un fiore sulla tomba di Salvatore Morelli nel cimitero di Pozzuoli. Come dire sui resti di colui che le femministe americane ancora oggi celebrano come il più grande difensore al mondo dei diritti delle donne mentre da noi, femministi d’accatto, questo benemerito di una parità di genere che forse ci è entrata nella testa ma non ancora nel cuore, è pressoché sconosciuta.

In copertina: Miniatura di manoscritto medievale raffigurante “Marito che picchia la moglie”, Zurigo,  Zentralbibliothek, più  moderna immagine scaricata dal web
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