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Morire di sottovalutazione

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Morire di sottovalutazione

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I corpi armati dello Stato si trovano spesso ad arruolare persone di buona complessione fisica ma clinicamente disturbate, senza neppure saperlo

– di Sergio Belvisi –

La cronaca nera dello scorso mese ha riservato – com’era giusto che facesse –  ampio spazio all’efferato episodio accaduto a Cisterna di Latina, dove il 28 febbraio l’appuntato dei carabinieri Luigi Capasso, con quattro colpi della pistola d’ordinanza,

ha ridotto in fin di vita la moglie dopo di che ha sparato alle due figliolette prima di suicidarsi. Ma è successo tutto in modo così dannatamente semplice?

Come il solito, dopo episodi del genere, criminologi, psicanalisti, giuristi, la gente comune, ognuno dice la sua. In verità, dotte o banali che fossero tali verità non sempre sono state pertinenti od anche soltanto intellegibili, perciò vorrei sottoporre al giudizio dei lettori del blog l’analisi di uno che con i bambini ha lavorato una vita in quanto maestro elementare: il sottoscritto.

Pur in una società dove la violenza è roba di tutti i giorni, al cospetto di un atto bestiale come l’uccisione di due bambine da parte del padre, il coinvolgimento emotivo dell’opinione pubblica è diffuso ma, paradossalmente, questa emotività così generalizzata non fa bene alle indagini e neppure alla semplice verità. Ciò perché l’emotività copre colpe, verità ed inascoltati interrogativi: chi era l’appuntato Luigi Capasso? Le testimonianze dei vicini di casa lo hanno descritto come un individuo aggressivo. Poteva bastare un indizio del genere per far prevedere la tragedia? Certo che no, se dovessimo paventare una incombente tragedia ogni volta che un casigliano si mostra aggressivo durante le riunioni condominiali, i nostri condomini sarebbero più pericolosi del Bronx di notte.

Già, ma Luigi Capasso non era proprio un individuo comune, era un appuntato dei carabinieri ossia un operatore della legge armato e, come tale, doveva essere sottoposto ad analisi comportamentali annuali come tutti coloro che maneggiano un’arma. Non starò in questa circostanza ad indugiare sul bellissimo ma demagogico concetto che abolendo le armi si possa abolire la violenza, poiché so di almeno quattrocento modi di uccidere senza usare armi da fuoco o da taglio. Il punto da focalizzare è, semmai, un altro molto più grave di un’eventuale omissione dei superiori dell’appuntato parricida di Cisterna Latina. Il padre di tutti i problemi è, infatti, una stortura del sistema di arruolamento che condiziona pesantemente quelle professioni dove l’anamnesi dei soggetti dovrebbe essere condizione sine qua non per il loro ingaggio. E questo vale anche per altre professioni come, ad esempio, quella medica.

Oggi, invece, in nome di una mal concepita e peggio applicata legge sulla privacy, l’Arma dei Carabinieri (istituzionalmente deputata a svolgere indagini), eccetto che per i carichi pendenti, non può indagare sui precedenti familiari, anamnestici e comportamentali dei soggetti che incorpora. Sicché, senza neppure accorgersene, potrebbe trovarsi ad arruolare persone di buona complessione fisica ma psichicamente disturbate.

Come non bastasse un’assurdità del genere, ove un militare venga inviato presso un ospedale militare per verificare il suo stato psicofisico, la diagnosi viene recapitata al suo reparto in una busta sigillata che andrà ad arricchire il suo fascicolo matricolare… in nome della privacy. Ma a che serve la diagnosi se poi il Comandante dell’interessato non può neppure leggerla?

Il carabiniere di Cisterna Latina ormai risponderà a Dio del suo operato; coloro che, invece, hanno ignorato/sottovalutato i suoi disturbi dovranno risponderne alla loro coscienza. Se ne posseggono una.

Nel frattempo una povera madre non ha fatto in tempo a risvegliarsi dal coma dove l’avevano precipitata le pistolettate del marito, che ha rimpianto di essere ancora viva quando le hanno comunicato la morte delle sue bambine.

Sergio Belvisi

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