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Nel nostro futuro ci saranno carestia e fame?

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Grazie al combinato disposto dell’inquinamento e della rapacità di Paesi ricchi e militarmente potenti come la Cina, coloro che da noi erediteranno la terra si acconceranno a produrre la ricchezza degli altri per una ciotola di riso. Ma se continueremo dissennatamente a violentare il nostro pianeta e l’atmosfera che lo avvolge, tra alcuni secoli i nostri discendenti non avranno neppure la ciotola di riso per tenersi vivi. E allora saranno costretti a lottare per non diventare essi stessi cibo

– Enzo Ciaraffa –

Le alici fresche delle quali sono ghiotto qualche anno fa le trovavo nel reparto pescheria del supermercato ad un prezzo che, di solito, oscillava tra i due ed i tre euro al chilogrammo. Adesso, per comprarne lo stesso quantitativo, di euro ne occorrono sette. E stiamo parlando di pesce affatto raro o prelibato e che, anzi, fino a poco tempo fa era consumato prevalentemente dai ceti meno abbienti. Non parliamo, poi, della sogliola che – quando si trova – costa oltre i trenta euro al chilogrammo. Ma secondo un dato del Food and agricolture organization (Fao) dello scorso mese di aprile non va bene neppure per gli altri generi, anche se gli aumenti sono più contenuti, poiché ad oggi non sono andati oltre il 4% e hanno riguardato prevalentemente prodotti lattiero-caseari, oli vegetali, latte in polvere e carne, come dire gli alimenti alla base della dieta umana.

Passiamo dagli alimenti alle materie prime. Il mese scorso ho chiesto al serramentista di farmi una porticina in alluminio verniciato per il posto rifiuti e ho scoperto che costava quasi quanto le porte bronzee del Duomo di Orvieto! Alle mie perplessità l’artigiano ha alzato le braccia al cielo, giustificando il costo eccessivo del modesto manufatto con l’irreperibilità delle materie prime sul mercato e sugli aumenti intervenuti che sono stati, in media, del 30/40 %: il solo acciaio ha subito un rincaro del 130%. E parliamo di aumenti che riguardano anche il cobalto, il nickel, il manganese, il petrolio, il rame, il polietilene, il ferro, la gomma e il legno, prodotti il cui aumento di costo si sta tirando appresso anche dei sostanziosi aumenti che ci riguardano più direttamente, come le tariffe di luce e gas.

Ebbene, per quanto ne possa capire io, l’aumento di determinati prodotti è, di solito, la diretta conseguenza della loro penuria sul mercato e/o dell’accresciuta domanda e, nel nostro caso, queste due condizioni si sono entrambe prodotte perché, sia gli Stati Uniti che la Cina, per sostenere la loro ripresa industriale post-pandemia, stanno rastrellando tutte le materie prime disponibili sui mercati esteri. Cosa ciò comporti per le economie fragili come la nostra e per le piccole-medie imprese a corto di liquidità è facilmente deducibile: costi di produzione e di trasporto alle stelle! Eppure non è tanto l’aumento del costo dei manufatti a preoccuparmi, quanto la carestia globale che, secondo me, sta provocando la Cina.

Siti specializzati, infatti, informano che, negli ultimi dieci anni, la forte espansione della classe media cinese ha generato un aumento della domanda di materie prime. Come dire che, oltre a desiderare un’auto nuova e altri beni di consumo, sempre più cinesi vogliono avere nel piatto carne, soia, prodotti caseari, latte e cereali. Ma sfamare una popolazione di circa 1,4 miliardi di persone, ossia il 20% degli abitanti del pianeta, è un’impresa non facile, sicché la logistica alimentare è diventata una delle principali preoccupazioni del governo cinese, anche perché solo il 10% della terra coltivabile nel mondo si trova in Cina. Come dire che l’instabilità dei prezzi delle materie prime e le conseguenze del cambiamento climatico (la Cina è la più grande inquinatrice del pianeta) hanno obbligato il governo del Dragone ad attingere ad altre fonti per assicurarsi il rifornimento alimentare mediante l’accaparramento di terreni agricoli su larga scala fuori dalla Cina, il cosiddetto land grabbing. Questa pratica si è sviluppata soprattutto in Africa sicché, per quanto paradossale possa apparire, il continente più povero e il più afflitto da carestia e fame della terra sta sfamando i Paesi ricchi… una roba che starà facendo vomitare Marx nella tomba. Bisogna dire, però, che alla pratica del land grabbing non sono estranei neppure altri Paesi ricchi come, giusto per citarne alcuni, il Regno Unito, gli Usa e il Canada.

Eppure è la Cina che, secondo me, potrebbe innescare una carestia globale, ridurci alla fame. Perché la Cina e non gli altri Paesi?

In primis perché la Cina è una dittatura comunista e, in quanto tale, ha la propensione genetica all’allocazione autoritaria delle risorse alimentari come, d’altronde, aveva già fatto nel corso della mortale carestia seguita alle politiche del Grande balzo in avanti di Mao, una pianificazione che è considerata il più grande disastro provocato dall’uomo, con un numero di morti per fame oscillante tra i 15 e i 55 milioni di persone. Il vizietto di ricorrere alla pianificazione armata è tipica di tutti i regimi comunisti, tant’è che anche nella Russia sovietica, a cavallo degli anni Venti e Trenta, la collettivizzazione forzata della produzione agricola voluta da Stalin produsse una carestia che fece milioni di morti per fame, specialmente in Ucraina.

Ma veniamo ai giorni nostri. Attualmente la sola Cina produce 650 milioni di tonnellate di cerali all’anno (dato 2019) a fronte di una produzione globale di 2.850.968 tonnellate e, per quanto la situazione produttiva in generale possa considerarsi ancora soddisfacente, le scorte globali di cereali continuano a diminuire perché la Repubblica del Dragone, e non soltanto, sta continuando a rastrellare grano, orzo e mais sul mercato esterno. Non ci vuole la palla di vetro per arrivare a concludere che, di questo passo, il 20% dell’umanità consumerà, a breve, la maggior parte delle risorse alimentari ed energetiche disponibili sul pianeta. Ed è ragionevole pensare che ciò potrebbe avvenire nel giro di qualche secolo.

E dopo?

Dopo, grazie al combinato disposto dell’inquinamento e della rapacità di Paesi ricchi e militarmente potenti come la Cina, i nostri discendenti si dovranno confrontare con carestia e fame, e dovranno acconciarsi a produrre la ricchezza degli altri per una ciotola di riso. Ma, se continueremo dissennatamente a violentare la terra e l’atmosfera che la circonda, tra un po’ di secoli essi non avranno neppure la ciotola di riso per tenersi vivi, e allora saranno costretti a lottare per non essere mangiati dai più forti. Perché – è fatale – l’ultima chance che avrà l’umanità prima dell’inevitabile estinzione, quando avrà avvelenato del tutto l’atmosfera, soffocati il mare, i fiumi e resa sterile la terra, sarà quella di ricorrere all’antropofagismo. Manco a dirlo, i più forti mangeranno i più deboli.

A questo penso quando mi aggiro tra gli scaffali roventi del supermercato per mettere insieme pranzo e cena, mentre fuori continua il balletto inverecondo della politica italiana, alla quale del futuro della terra e della specie umana, in realtà, non frega niente nonostante le sue cicliche sparate ambientaliste: le interessa di più conoscere il Fedez-pensiero e il gradimento di questo o quel leader di partito presso gli italiani.

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