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Perché la Sinistra vince anche quando perde?

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Quando va al governo del Paese, la Destra, per far dimenticare la sua matrice storica e il fatto di annoverare tra le sue fila ex fascisti ed ex secessionisti, fa spesso e volentieri cose delle quali un tempo si occupava esclusivamente la Sinistra come, ad esempio, la riforma del lavoro e la sospensione/abolizione della leva militare che, manco a dirlo, quest’ultima ebbe in Parlamento l’appoggio dei suoi avversari politici di sinistra, i quali soltanto tardivamente si accorsero di essere stati scippati di un provvedimento – simbolo, e non fu la prima volta
– Enzo Ciaraffa –

L’incomponibile disequilibrio, l’incapacità storica della nostra classe politica di realizzare i programmi con i quali si presenta agli elettori, è da attribuirsi, secondo noi, ai complessi di colpa dei capifila di due malriusciti assemblaggi politici, discendenti da ideologie condannate senza appello dalla storia: il fascismo e il comunismo. Peraltro, la necessità di far cadere l’oblio su di un compromettente passato viene a determinare, nei due schieramenti (a sinistra un po’ meno…), quello che possiamo definire il complesso della prostituta virtuosa, poiché non v’è persona che più di un’ex prostituta, per far dimenticare il proprio passato, tenga ad esibire comportamenti corretti una volta inseritasi nella società cosiddetta perbene.

Sicché, quando va al governo del Paese, la Destra, per far dimenticare la sua genesi storica e il fatto di annoverare tra le sue fila ex fascisti ed ex secessionisti, fa spesso e volentieri cose delle quali un tempo si occupava esclusivamente la Sinistra come, ad esempio, la riforma del lavoro e la sospensione/abolizione della leva militare che, manco a dirlo, quest’ultima ebbe in Parlamento l’appoggio dei suoi avversari politici di sinistra, i quali soltanto tardivamente si accorsero di essere stati scippati di un provvedimento – simbolo.

Quando, invece, va al governo la Sinistra, per far dimenticare che appena una sessantina di anni fa essa inneggiava a quella mammoletta di Stalin, tende a far cose di destra che neppure la vera Destra farebbe, come ad esempio il ridimensionamento dello Stato sociale, il salvataggio ad oltranza delle banche (qualcheduna di famiglia, dicono…), il Job Act, la buona scuola, il tentativo di scardinare la Costituzione con la soppressione del Senato elettivo, l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Come mai, anche quando fa le cose da regime totalitario la Sinistra ne esce poi soltanto ridimensionata ma non distrutta in termini di consenso come accadrebbe a qualsiasi altro partito? In quale segreto risiede questa sua sostanziale impunità? Beh, se è un segreto è di certo il peggio custodito al mondo, perché crediamo che tutti abbiano capito che la ragione di cotanta “fortuna” è da ricercarsi nella sua pubblicistica, nelle sue alleanze, nella sua metodologia, in altre parole nella sua scuola di pensiero.  Ma la buona fortuna della Sinistra dipende anche dai suoi eccellenti succhi gastrici, i quali l’hanno portata a metabolizzare ed allearsi, in meno di quarantotto ore e senza nessun problema, perfino ad un movimento politico come i Cinque Stelle con il quale aveva ingaggiato una lotta mortale fino al giorno prima.

Per poter sviluppare un costruttivo, anche se molto dialettico, dibattito politico all’Italia occorrerebbe, però, anche una scuola politica di destra, che al momento non c’è, perché troppo breve fu la stagione di quei liberal conservatori che avrebbero potuto aiutare a costruirla o almeno fornirgliene il pensiero, come Leo Longanesi, Indro Montanelli, Giuseppe Prezzolini, Ennio Flaiano, Goffredo Parise, Giovanni Guareschi, Mario Missiroli e Piero Buscaroli, per citare i più noti.

Sicché oggi, se non fosse per il professore Marcello Veneziani, il pensiero di destra sarebbe del tutto sparito dal nostro panorama politico ed intellettuale soffocato com’è dagli egoismi di partito, dalla disonestà dei media del “sistema” e da una sinistra onnivora, ma la verità è che i partiti italiani che si definiscono di destra una scuola di pensiero non l’hanno mai avuta, né sono stati capaci di costruirla. Ciò perché essi, come d’altronde fa anche la Sinistra da anni, non partono dalla filosofia di una destra moderna, dal pensiero economico di una destra moderna ma, giusto per citare un pensiero dell’economista americano Greg Mankiw, da «… ciarlatani svitati. Se usano veri economisti [come Bagnai e Savona – n.d.a.] li usano come un ubriaco usa un lampione: per avere supporto, non illuminazione».

E questo perché essi hanno fatto, e continuano a fare, lo stesso errore della Democrazia Cristiana della cosiddetta prima repubblica la quale, persuasa – per tutta una serie di contingenze nazionali e internazionali – di avere ormai il monopolio del potere, non si accorse che il Partito Comunista, e derivati, stava scientificamente costruendo il monopolio del sottopotere, quello che oggi è diventato il trampolino di lancio della dittatura dell’economia globalizzata.

Come fu costruito un tale monopolio? In modo abbastanza semplice, perfino banale tutto sommato: mettendo i propri uomini in quei settori da dove, pur senza poterlo gestire direttamente, il potere poteva essere fortemente condizionato. Parliamo dei sindacati, delle redazioni dei giornali, delle direzioni sanitarie, delle direzioni scolastiche, dei diversi organi di rappresentanza dei magistrati, della televisione – servizio pubblico, dell‘ANPI dove si celebravano gli esclusivi riti della Resistenza, come se quella non fosse stata la lotta di uomini provenienti da diverse culture politiche anche se accomunati dal medesimo ideale di libertà, e parliamo anche del Quirinale. È stato così che, pur avendo un ordinamento liberaldemocratico, l’Italia si ritrova a vivere da settantaquattro anni in una condizione operativa che, di fatto, è socialisteggiante.

Per carità, come giornalisti ci togliamo tanto di cappello per la scuola di pensiero della Sinistra che, quando era soltanto Partito Comunista, ebbe, fino al 1993, una vera e propria “Scuola di Studi Comunisti” a MarinoFrattocchie la quale, al netto dell’ideologia, sfornò sempre eccellenti funzionari, i quali più che essere fedeli alle istituzioni nazionali lo erano innanzitutto al partito, una caratteristica che rimase incistata nel loro DNA anche quando il partito si chiamò in altri modi.  Sicché, da tre generazioni, in Italia la maggior parte dei media, delle direzioni, dei sindacati e delle cooperative, si tramandano a sinistra per via politicamente ereditaria. Stando così le cose e mancando nel nostro Paese la tradizione dello spoils system, cioè il repulisti generale dei funzionari nominati dalla precedente amministrazione, la Destra quando va al governo si trova a gestire un potere che è soltanto di facciata, come quello del capitano di una nave che continua a dettare la rotta ad un equipaggio che, in realtà, vuole andare in tutt’altra direzione. E ciò con la benigna “neutralità” del grand’ammiraglio che siede al Quirinale. Questo il grande dramma che ci sta consegnando nelle mani della “dittatura del sistema”: il potere politico lo si può attaccare, criticare e perfino rovesciare perché è visibile, ma come si fa ad eliminare qualcosa che invece è invisibile come il sottopotere?

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Perciò, per come la vediamo noi, al fine di riuscire ad equilibrare il dibattito politico, per salvare la libertà delle idee e con essa la nostra illanguidita democrazia, deve nascere quando prima una scuola di pensiero della destra moderna, cioè priva di complessi di colpa, che non si faccia criminalizzare da chi non ne ha né titolo, né storia. Ma che, soprattutto, sappia fare ciò che fa un comandante che voglia arrestare l’avanzata delle truppe nemiche nel suo settore: cannoneggia non le loro avanguardie bensì le retroguardie, al fine di gettare nel caos, spezzare le loro linee di rifornimento affinché, prive di ogni supporto logistico, esse siano costrette ad arrestarsi. Per avere un minimo di visione tattica unitaria, perciò, la Destra deve uscire dalle gestioni proconsolari di Forza Italia, deve uscire dalle incertezze di una Lega che non sa decidere se vuole essere nazionale o soltanto banalmente lombarda, e deve infine uscire dagli equivoci che Fratelli d’Italia ha alla sua destra.

Sembra facile fare queste cose ma, in effetti, non lo è per niente, perché in questo momento storico, all’orizzonte delle destre italiane, s’intravede soltanto qualche “capitano” rintronato dalle sue stesse minchionerie, un altalenante donnaiolo in quiescenza e quella gran simpaticona di sora Gorgia Meloni, personaggi con i quali sarebbe di certo simpatico intrattenersi per una zingarata – spaghettata ai Castelli Romani. Per potere però costruire il pensiero politico ed economico della Destra del terzo millennio e, allo stesso tempo, neutralizzare progressivamente le pericolose sottostrutture altrui, ci vogliono ben altre tavolate e ben altri commensali.

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