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Quirinale o Palazzo Chigi, la poltrona dove la vado a mettere…

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Quirinale
Il grottesco, se non fosse tragico per la nostra democrazia, è che a voler indurre il prossimo presidente della Repubblica a comportamenti inusitati, se non addirittura contro la Costituzione, sono due pilastri fondamentali per ogni sistema che sia passabilmente liberaldemocratico: Parlamento e informazione

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La repubblica presidenziale è una forma di governo in cui il potere esecutivo si concentra nella figura del presidente che diviene, così, sia il capo dello Stato che del governo e, comunque, prima di essere candidato dal suo partito deve vincervi le elezioni primarie. Il modello statunitense risponde perfettamente a questa forma di democrazia. La repubblica parlamentare, invece, è una forma di governo in cui la volontà popolare è affidata, tramite elezioni, al Parlamento il quale, oltre a fare le leggi, sceglie con modalità diverse sia il governo, sia il presidente della Repubblica. Il modello italiano risponde imperfettamente a questa forma di democrazia e più avanti vedremo perché.

Un tal pistolotto per ricordare, fin da subito, che una cosa è il presidenzialismo all’americana, altra cosa è il parlamentarismo all’italiana dove il presidente della Repubblica ha degli ambiti di intervento sul governo molto ristretti. Ciò perché l’articolo 72 della Costituzione ha sancito che egli non possa essere ritenuto responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla stessa Costituzione. Ergo, se il presidente non può essere giudicato per le cose che fa nell’ambito delle sue prerogative, vuol dire che non può prendere quelle iniziative politiche che sono del potere legislativo ed esecutivo, perché entrambi i poteri sono soggetti al giudizio degli elettori e il presidente no.

In verità, pur non nascondendo qualche perplessità per alcune sue ingenuità, come quando nel 2018 avrebbe voluto affidare l’incarico di formare il governo a Carlo Cottarelli che se avesse accettato si sarebbe politicamente schiantato appena uscito dal portone del Quirinale, dobbiamo ammettere che Mattarella ha fatto quel che poteva per dare una mano all’esecutivo, per tenere in piedi la baracca durante il suo settennato. Per dirla tutta, nonostante alcune indulgenze nei confronti della sua parte politica, riteniamo che il presidente uscente, salvo quando rifiutò di avallare la nomina di Paolo Savona al ministero dell’economia, non abbia mai forzato più di tanto le sue prerogative e che, nel complesso, abbia ricoperto con sofferto equilibrio il suo incarico in un momento difficile per il Paese e per l’Occidente. Il grottesco, se non fosse tragico per la nostra democrazia, è che a voler indurre il prossimo inquilino del Quirinale a comportamenti inusitati, se non addirittura contro la Costituzione e la democrazia, sono due pilastri fondamentali per ogni sistema che sia veramente liberaldemocratico: Parlamento e informazione.

Il primo dei due esempi che abbiamo scelto per dimostrare questa tendenza a pervertire la democrazia riguarda un parlamentare, nonché ministro in carica, Giancarlo Giorgetti, secondo il quale l’ex governatore della Bce sarebbe perfetto per entrare al Quirinale perché «…da lì guiderebbe il convoglio, sarebbe un semipresidenzialismo». E questo in un regime di democrazia parlamentare? Ecco, l’avesse detta un bambino delle elementari una puttanata del genere avremmo sorriso indulgenti, ma il fatto che sia uscita dalla bocca di un ministro non ci lascia ben sperare per il futuro della democrazia in Italia. E, come se non bastasse, qualche giorno fa “il Fatto Quotidiano” e Giuseppe Conte hanno proposto di mandare al Quirinale una donna pressoché sconosciuta agli italiani: Elisabetta Belloni. Perché ne siamo scandalizzati? Si dà il caso che la predetta signora sia l’attuale capo dello spionaggio. Ve lo immaginate l’incontrollabile potere di un presidente della Repubblica con addentellati nei servizi segreti? Traslochi di questo tipo, infatti, avvenivano soltanto nelle dittature comuniste.

Meno male che tra poche ore s’inizierà a votare per scegliere il sostituto di Mattarella perché proprio non se ne può più di primarie allargate dove, peraltro in segreto, si sono scelti o bocciati i candidati da votare. Il trombato più illustre di queste particolari primarie è stato Berlusconi il quale, capito finalmente di non avere i numeri dei grandi elettori, ha fatto il beau geste di ritirarsi dalla competizione… un po’ come la volpe e l’uva della favola di Esopo. Nella circostanza del “Gran rifuto”, però, il Cavaliere ha imbullonato Mario Draghi a Palazzo Chigi, lasciando chiaramente intendere che al Quirinale non ce lo vuole. Pare che Pierferdinando Casini – colui che nel corso della sua vita ha cambiato più partititi politici che pedalini – abbia avuto un orgasmo incontrollato all’alt del Cavaliere a Draghi… ma poi sono venute fuori le candidature di Andrea Riccardi, di Marcello Pera ed Elisabetta Casellati. Per adesso.

A questo punto non riusciamo neppure ad ipotizzare chi potrebbe essere il prossimo presidente della Repubblica, ma di una cosa siamo certi: le primarie allargate, svoltesi nei salotti televisivi, su giornali e social, hanno di fatto dato vita alla repubblica presidenziale con sommo gaudio di coloro che, fino all’altrieri, ci dicevano che la Costituzione italiana (che è “parlamentare”) era la più bella del mondo.

E nel frattempo il candidato di questa nascente repubblica presidenziale che tutti lodano ma nessuno vuole, il presidente del Consiglio reggente Mario Draghi, che cosa sta facendo?

Poverello, se ne va in giro con la poltrona attaccata al sedere tentando di capire dove dovrà collocarla.

(Copertina di Donato Tesauro)

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