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Se D’Alema voleva colpire Renzi e Draghi, ha fallito due volte

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D'Alema e Renzi
Se capibile sul piano emotivo la reazione negativa del segretario del Pd Enrico Letta all’uscita di D’Alema circa la malattia della quale sarebbe affetto il Pd, il renzismo, lo è un po’ meno sul piano politico, perché dal baffettino nazionale sono venute fuori anche valutazioni e giudizi di assoluto buonsenso come quello di ricercare il compromesso per l’elezione del presidente della repubblica, atteso che il Pd e soci non hanno i numeri per inseguire la stessa linea autarchica del recente passato

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Durante il brindisi di fine anno di Articolo Uno, un partitino della Sinistra dura e pura che annovera tra le sue striminzite fila anche Bersani e Speranza, Massimo D’Alema ha lasciato chiaramente intendere di voler rientrare nel Partito democratico, facendo precedere l’intendimento da una diagnosi tanto chiara da essere sgarrupatoria in un contesto dove la chiarezza è diventata un atto rivoluzionario: «La principale ragione per andarcene era una malattia terribile che è guarita da sola». Per malattia il nostro intendeva, e neppure velatamente, il renzismo.

Ebbene, se l’obiettivo di Massimo D’Alema era, con quelle parole, di rinfocolare improbabili nostalgie nel Pd, possiamo dire che ha ottenuto l’effetto contrario perché ha fatto soltanto incazzare tutti, tanto che il segretario Letta si è sentito in dovere di fare una precisazione su twitter: «Il Pd da quando è nato, 14 anni fa, è l’unica grande casa dei democratici e progressisti italiani. Sono orgoglioso di esserne il segretario pro tempore e di portare avanti questa storia nell’interesse dell’Italia. Nessuna malattia e quindi nessuna guarigione. Solo passione e impegno». Come dire che, almeno ufficialmente, il messaggio è stato rispedito al mittente da un segretario del Pd che di problemi in casa ne ha già tanti per andarsene a cercare altri dalle parti di D’Alema.

E poi, il Letta-nipote ha qualche nervo scoperto quando si parla di rottamatori e/o di restauratori perché crediamo gli bruci ancora lo “Stai sereno Enrico” di Matteo Renzi proferito qualche settimana prima che lo buttasse fuori da Palazzo Chigi per occuparne il posto. Ma, se capiamo la reazione di Enrico Letta sul piano gestionale ed umano (rimanere fott*** da Renzi ed eventualmente da D’Alema nel corso di una sola vita sarebbe davvero troppo…), la capiamo un po’ meno sul piano politico, perché nel corso del suddetto brindisi sono venute fuori anche valutazioni e giudizi di assoluto buonsenso come quello di ricercare il compromesso per l’elezione del presidente della Repubblica, atteso che il Pd e soci non hanno i numeri per inseguire la stessa linea autarchica del passato. Ma la ragione per cui le parole di D’Alema sono state accolte con irritazione anche dal mainstream è legata al fatto che questi ha attaccato il sacro totem degli ultimi mesi, poiché nel corso del brindisi ha tirato un bel calcio negli zebedei di Mario Draghi, un calcio politico che a dire il vero noi condividiamo in pieno pur essendo lontani anni luce dagli ideali comunisti o post comunisti di baffettino: «L’idea che il presidente del Consiglio si auto-elegga capo dello Stato e nomini un altro funzionario del ministero del Tesoro al suo posto, mi sembra una prospettiva non adeguata per un grande paese democratico come l’Italia». Come dire, col lessico sibilato del Massimo nazionale, che in questo modo la democrazia parlamentare se ne andrebbe definitivamente a ramengo, un’analisi difficile da confutare per chiunque, anche in punta di Costituzione.

Più di qualcuno ha attribuito l’uscita di D’Alema al suo egocentrismo, alla voglia di ritornare in qualche maniera al centro del dibattito politico mentre, secondo noi, questi sta soltanto tentando di far emergere per suo uso e consumo quei problemi di sofferta identità del Pd (renziani, socialdemocratici o soltanto post comunisti?) che, probabilmente, Letta riuscirà a tamponare fino alle prossime candidature per le elezioni politiche.

Chissà perché, la parabola politica di D’Alema ci ricorda un po’ quella di Gianfranco Fini quando ruppe con Berlusconi: pochi lo cercano, nessuno ama ricordare di averci lavorato insieme ma, in compenso, tutti lo hanno in egual modo sulle balle.

Anche quando baffettino ha ragione.

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