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Senza bussola dal ragazzo della via Gluck alla pandemia

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Ai disagi sociali che hanno trasformato i centri urbani in megalopoli praticamente invivibili, si è aggiunto, nell’ultimo quarto di secolo, l’afflusso incontrollato di extracomunitari. Questi, provenienti da culture e da religioni diverse dalle nostre, da Paesi stremati come minimo dalla miseria, sono andati ad inserirsi in contesti già estremamente disagiati, vivendo quindi ai margini di una società già essa stessa emarginata e che, pertanto, non era preparata, né in grado di accoglierli  
– Raffaele Ciaraffa –

Con la canzone Il ragazzo della via Gluck del 1966, nella quale ci sono evidenti riferimenti autobiografici, Adriano Celentano esprime un’amara denuncia della distruzione del verde nelle città in favore delle costruzioni in grigio cemento dei palazzoni periferici. Nella sua canzone, Adriano racconta di una semplicità del vivere quotidiano, dei divertimenti dei ragazzi di una volta, che si accontentavano di giocare a piedi nudi sui prati. È vero che poi bisognava andare a lavarsi in cortile, ma in quella vita c’era il suo cuore. E quando quel ragazzo deve abbandonare i luoghi della sua infanzia, viene pervaso da grande tristezza, perché sa che deve andare a vivere in città, dove ci sono case su case, catrame e cemento, non ci sono più prati, non più corse a piedi nudi, né ancora il fischio del treno.

Quattro anni dopo, Giorgio Gaber con la canzone “Com’è bella la città” ci fa percepire, in modo ancora più chiaro, la trasformazione anticipata da Celentano. Infatti, in questa canzone che sembra un tormentone ossessivo, Gaber non parla più di verde, se vuoi farti una vita, dice, devi venire in città, dove di verde non c’è niente. Ci sono, invece, tante strade, tanti negozi, tanta gente, tante réclames, tanti grattacieli, magazzini, scale mobili e tantissime macchine. Questa è la felicità per molti, sembra dirci il noto chansonnier meneghino in tono amaro, perché essi pensano di averla trovato nella grande città.

Però, dopo oltre mezzo secolo, l’illusione si è sbriciolata lasciando libero il posto all’alienazione, al degrado, alla violenza e alla paura, grazie al traffico, allo smog, ai furti negli appartamenti, alle code negli uffici e agli sportelli bancari, alla carenza di alloggi decenti e a prezzi sostenibili. Non so quanti si siano soffermati qualche volta ad osservare i colori della città in cui vivono e abbiano riflettuto sul fatto che quelli che vedono non sono colori naturali ma mani e mani di vernice, striate dal fumo delle macchine, delle caldaie domestiche e delle ciminiere industriali, pervasi da una desolante sensazione di promiscuità, di intolleranza, di aria razionata, di spazio carente, quasi di rigetto per le migliaia di veloci sconosciuti che incrociamo e che sembrano rubarci aria, ombra, sole, spazio. Come sembrano lontane le città a dimensione d’uomo, nelle quali vivevamo un tempo! Persino coloro che le hanno vissute, che in esse sono cresciuti, sembrano non ricordarsene più.

Erano città con parchi pubblici piccoli e con giardinetti nei cortili dei caseggiati di ringhiere, quando il verde era ancora diffuso e non, come oggi, una specie di ricordo nostalgico; città fatte di quartieri, di conoscenze, di passeggiate lente e un poco oziose, città con vetrine tranquillizzanti e non con nevrotiche insegne “urlanti” su palazzi non più antichi ma solo vecchi e fatiscenti. Città che sembravano comporsi con il paesaggio circostante, magari adagiate ai piedi d’innevate catene montuose od adagiate con indolenza sulle rive del Mediterraneo.

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Erano le stesse città in cui poche forze di polizia bastavano a tutelare l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini; città che rispecchiavano le tradizioni e la civiltà della gente che le abitava, con patrimoni storici, culturali e folkloristici non ancora dispersi in una babele di rumori, di suoni, di sirene e di lingue sconosciute … che nostalgia! E la possibilità di rivivere quel tipo di città è oggi un’utopia, ma si può ancora fare qualcosa per renderle accettabili? Al punto in cui siamo arrivati si “deve” fare qualcosa!

Tocca agli urbanisti, compatibilmente con le necessità della società moderna, il compito di prevedere ristrutturazioni e nuove forme di edilizia che rendano almeno vivibili le città del futuro, come spetta ai sociologi studiare sistemi di integrazione tra popolazioni che stanno diventando multiregionali e multirazziali.

È onere dei politici (già, i politici…) prevedere e realizzare strutture e servizi che possano rendere meno stressante la vita dei cittadini; tagliare a se stessi e a tanti altri che godono di privilegi immeritati, compensi stratosferici e prebende ingiustificate. È pure onere dei politici ramazzare gli sprechi in quei tanti carrozzoni che hanno finalità meramente utilitaristiche e clientelari, per finanziare altri settori pubblici essenziali e ineliminabili, come la Sanità e le forze di polizia, alle quali è rispettivamente demandato l’obbligo di curare la salute dei cittadini e di ripristinare un nuovo concetto di ordine e sicurezza sociale che congiunture particolari, come l’immigrazione irregolare e la pandemia da Covid-19, hanno contribuito a precarizzare. Ciò anche per evitare che le città finiscano col diventare succursali a cielo aperto degli istituti di pena. Per non parlare poi – ma qui il discorso si allungherebbe a dismisura – della criminalità diffusa e organizzata, che spadroneggia sulle nostre aree urbane, sostituendosi spesso alle autorità costituite nel controllo del territorio. A questo punto credo sia necessario cercare di capire, e spiegare, perché la città a misura umana di ieri si è trasformata nella città alienata e di oggi e com’è che la mancata presa d’atto di questa trasformazione sta travolgendo la classe dirigente e noi cittadini con essa.

Chi come me, per età, è over 60 da un bel pezzo, ricorderà che, a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, ma anche dopo, le prime ondate migratorie nelle città sono avvenute con l’abbandono delle aree rurali da parte dei contadini che vedevano nella città il miraggio del benessere, di un lavoro meno umiliante e faticoso e più redditizio. Ascrivibile a questo fenomeno è stato l’inizio dell’era consumistica che ha fatto intravedere un modus vivendi utopico con conseguente impatto traumatico con la realtà di città che erano poco disponibili (e attrezzate) all’assorbimento e all’integrazione. Il resto lo fece un’edilizia sconsiderata che, improvvisata e spesso senza alcun piano regolatore, incominciò a chiudere le periferie cittadine con casermoni a parallelepipedo e nuovi quartieri privi di qualsiasi infrastruttura, dando così vita ai primi ghetti-dormitori suburbani. Era lo stesso tipo di edilizia, spesso controllata dalla malavita organizzata come nel nostro Sud, o in mano ad ordini professionali rampanti ma miopi come al Nord del Paese, che ha deturpato le più belle città d’Italia, nelle cui periferie si è andata riversando la grande massa di abitanti delle province. Era, in tal modo, inevitabile che fossero i ceti più deboli a ritrovarsi rinchiusi in quei ghetti di emarginazione, luoghi che privi di punti di indirizzo e senza aggregazione sociale, si difendevano adottando stili di vita malavitosi. Occorre aggiungere che la cultura dei consumi, sviluppatasi e consolidatasi su basi esclusivamente edonistiche ed egoistiche, ha prodotto una miscela ad alto potenziale esplosivo, nella quale sono entrate sovrappopolazione, alienazione, solitudine, disoccupazione e disgregazione sociale.

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Ma non è finita, perché a questi disagi sociali che hanno trasformato i centri urbani in megalopoli, praticamente invivibili, si è aggiunto, negli ultimi venti-venticinque anni, l’afflusso incontrollato di extracomunitari. Questi, provenienti da culture e da religioni diverse dalle nostre, da Paesi stremati dalla miseria, sono andati ad inserirsi in contesti già estremamente disagiati, vivendo quindi ai margini di una società già essa stessa emarginata e che, pertanto, non era preparata a riceverli. Sicché, nella fase dei grandi esodi, ma anche tutt’ora, ha fatto registrare preoccupanti fenomeni di rigetto e di intolleranza razziale, con il conseguente innesco di spirali di violenza, razzismo, criminalità, sfruttamento, prostituzione e droga,

Queste sono le città in cui viviamo. Città inquinate da smog che rende irrespirabile l’aria, sommerse da rifiuti che non si sa più dove scaricare perché nessuno vuole i termovalorizzatori sul proprio territorio, invase da un parco auto quasi pari alla metà degli abitanti dell’intera penisola, “occupate” da una classe politica la cui quasi unica preoccupazione, lungi dal prevedere che cosa bisognerà fare per le prossime generazioni, è costituita solo dal pensiero dei voti in più che potrà accaparrarsi nelle prossime consultazioni elettorali.

In questa generale situazione di degrado e di alienazione, il segno più evidente dell’invivibilità dei centri urbani è un esodo all’inverso rispetto agli anni passati, ovvero la fuga dalle città verso le periferie di coloro che se lo possono permettere, vale a dire di una parte della media e alta borghesia – insomma quelli con i dané! – che, avendo metabolizzato sistemi di vita tipici degli americani, si trasferisce nelle città satelliti tipo Milano Due, Milano Tre, ma anche nelle zone di campagna circostanti le metropoli, alla ricerca di qualcosa che per tanto tempo avevano perduto: il verde, la quiete, una nuova aggregazione sociale.

Riusciremo a ricostruire qualcosa del genere con le macerie che ci lascerà in eredità la pandemia?

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