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Stalingrado resiste, la Calabria cede

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L’attenzione a senso unico, la sfacciata partigianeria della maggior parte dei media del “sistema” è stata originata dal fatto che l’Emilia Romagna era per la Sinistra, per il governo giallorosso, per molte redazioni, per alcune banche e per le munifiche cooperative che la fiancheggiano da sempre, ciò che la battaglia di Stalingrado rappresentò per il regime sovietico: la sopravvivenza
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Per tutto un concorso di circostanze, queste elezioni regionali di Calabria e dell’Emilia Romagna hanno assunto negli ultimi mesi una valenza che nessuna consultazione elettorale di questo tipo aveva mai avuto fino ad oggi. Ciò perché esse sono venute appena cinque mesi dopo la caduta del governo del triumvirato gialloverde SalviniDi MaioConte, tre mesi dopo le elezioni regionali d’Umbria dove l’inedita accoppiata PD – M5S ha preso una batosta elettorale che definire umiliante è eufemistico, alcune settimane dopo le figuracce rimediate dal governo sul dossier libico e appena qualche giorno dopo le dismissioni di Luigi Di Maio da capo politico del M5S. Pertanto, affermare come hanno fatto nei giorni scorsi il premier Conte e il segretario del PD Zingaretti che queste elezioni sono prive di valenza nazionale è vero sul piano formale ma falso su quello morale. Se, infatti, dal 2018 ad oggi un numero sempre più crescente d’italiani quando si è presentato alle urne ha scelto di votare contro i partiti che oggi sostengono il governo, qualcosa vorrà pur dire.

Non a caso, per quanto le competizioni elettorali chiusesi poche ore fa sono state due, i media hanno dedicato la maggior parte del loro interesse soprattutto a quella dell’Emilia Romagna, tant’è che a furia di sentirli evocati, o vilipesi, o sussurrati, i nomi dei due competitori, Borgonzoni e Bonaccini, hanno usurato perfino la corteccia cerebrale degli italiani alle prese con ben più seri problemi. Sì, perché in queste elezioni c’è anche un terzo competitore del quale non sa niente nessuno, quel Simone Benini che il M5S ha candidato di notte e alla chetichella per non dar risonanza all’ennesimo disastro elettorale annunciato.

In Calabria, poi, i candidati sono addirittura quattro, Pippo Callipo del PD, Francesco Aiello del M5S, Carlo Tansi del Polo Civico e Jole Santelli sostenuta dal Centrodestra. Ebbene, se durante la campagna elettorale della Santelli e di Callipo non abbiamo quasi mai sentito parlare dai media, per sapere chi fossero gli altri due candidati in corsa siamo dovuti addirittura andare a documentarci sul web!

Tutta questa attenzione a senso unico perché l’Emilia Romagna era per la Sinistra e per le sue Sturmtruppen nelle redazioni, nelle banche e nelle munifiche cooperative che la fiancheggiano da sempre, ciò che la battaglia di Stalingrado rappresentò per il regime sovietico: la sopravvivenza.

Al momento in cui scriviamo gli exit poll, oramai confortati dalle proiezioni, dicono che il centrodestra vincerà in Calabria e perderà  in Emilia Romagna.
Stando così le cose, poca o molta che risulterà essere la differenza dei voti tra i due principali candidati, alla fine dello spoglio, comunque andrà, in Emilia Romagna non perderà solo il Centrodestra che, nonostante alcuni errori tattici di Salvini, porta a casa buoni numeri in una regione da sempre in mano alla Sinistra.Tuttavia, nonostante i prevedibili trionfalismi degli interessati, in termini di immagine, assieme a Bonaccini, che dopo cinque anni di potere ha dovuto difendere la sua posizione come l’ultimo, disperato kamikaze giapponese, perderanno un po’ la faccia anche il PD, che per la prima volta ha visto scricchiolare il “suo” sistema nell’ultima roccaforte rossa d’Italia, come anche le sardine che molti consideravano l’ago della bilancia e non, come si sono rivelati dai numeri, voti in libera uscita dal PD al quale, poi, sono ritornati. L’autore della vittorio di Bonaccini, in realtà, è stato quel 30% di elettori che alle ultime elezioni politiche disertò le urne e ieri, invece, si è recato a votare. Ma un po’ perdenti in Emilia Romagna, nonostante la vittoria del Centrosinistra, sono stati il governo e la trimurti Mattarella – Unione Europea – Grillo, perché è evidente che i numeri nel Paese reale non sono più gli stessi dei palazzi del potere e, quando si verifica un tale scollamento, la combattuta riconferma di un governatore non può essere considerata l’inizio della riscossa per il “sistema” ma, semmai, l’inizio della sua fine. Da queste elezioni, peraltro, fa capolino un altro paradosso stante gli intenti della maggioranza sulla legge elettorale in predicato: il sistema bipolare.

Tutto ciò mentre l’altro perdente, il M5S, non può fare altro che “risalire in disordine e senza speranza” le valli del grande consenso elettorale che aveva fino ad un anno fa, e con un Di Maio che probabilmente cercherà di valutare se gli conviene o meno farsi un partitello tutto suo, avendo avvertito nell’aria il profumo di un sistema elettorale proporzionale che potrebbe assicurare un posticino in Parlamento anche a partiti grandi quanto un consiglio condominiale.

Un’altra capriola questa per il leader di un movimento politico che si era vantato fino a ieri di aver ridotto le poltrone dei parlamentari. Peraltro, il voto di una regione del Sud come la Calabria, massiccia destinataria del reddito di cittadinanza, ci consegna un altro fallimento dei Cinque Stelle laddove non l’hanno votato neppure i beneficati.

Per come la vediamo noi, dunque, la Santa Alleanza che ha messo insieme il Centrosinistra contro Salvini e il Centrodestra in Emilia Romagna, con la riconferma del governatore uscente ha evidenziato quattro realtà: l’Emilia Romagna è una regione dove, a parte le note consorterie politiche, le cose non vanno male, l’abilità di Bonaccini a saper frenare, anche in modo poco ortodosso, eventuali fughe in avanti degli amministratori locali, l’indiscussa capacità dei due giovani leader del Centrodestra, Salvini e Giorgia Meloni, di saper interpretare l’anima dei ceti popolari e l’aver permesso una sosta al PD per riprendere fiato e, probabilmente, per rendersi meglio conto dall’affiorante bipolarità del sistema elettorale.

Tuttavia, le analisi del voto le lasciamo volentieri agli esperti, noi ci limitiamo ad osservare a caldo che, dopo questa elezione, il presidente della repubblica non potrà più continuare a fare il pesce in barile, perché se quattordici delle venti Regioni Amministrative del Paese sono passate al Centrodestra nel giro di qualche anno senza indurlo a qualche resipiscenza, vuol dire proprio che assieme a questo governo si trovano a vivere entrambi in un’altra dimensione: sulla luna. Al cospetto di una situazione del genere, dove il Paese va a destra e la classe politica che dovrebbe rappresentarlo va, invece, a sinistra, il presidente dovrebbe ritornare al più presto sulla terra e rendersi conto che il Paese, la classe politica e le istituzioni  hanno un conto in sospeso con se stessi: devono decidere che cosa voglion  fare da grandi. Basta, dunque, con gli alibi da destra e da sinistra, basta con quell’eterno “vorrei ma non posso perché l’altro me lo impedisce”, basta con i tatticismi e ci mandi a votare!  E se ama l’Italia, come crediamo nonostante le nostre critiche, dovrebbe aver capito che il tempo giusto è ora.

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